Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

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STIPULATA CONVENZIONE FRA PROSPETTIVA LEGALE E L'UFFICIO DEL GARANTE PER I DETENUTI


In data 5.11.2014 è stata stipulata una convenzione fra l'Associazione Prospettiva Legale e l'Ufficio del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale per la Regione Puglia. In attuazione di tale convenzione l’associazione Prospettiva legale si impegna ad effettuare: Attività di studio, ricerca e documentazione in ambito normativo e sulla pubblicistica in materia di detenzione e di esecuzione della pena in generale, in ambito regionale, nazionale e internazionale e riguardante l’attività istituzionale dell’Ufficio del Garante presso la sede dell’Ufficio medesimo. Inoltre, l’associazione Prospettiva legale potrà proporre la realizzazione di progetti finalizzati all’aggiornamento, all’informazione e alla costruzione di team building rivolti agli operatori del settore, nonché progetti di socializzazione alla rieducazione ed al reinserimento dei detenuti che il Garante si impegna a prendere in considerazione per la relativa attuazione.

 

 

Quei 35 milioni che risparmieremmo facendo lavorare i detenuti

L'esperienza in un'azienda è offerta solo a 2mila carcerati su 66mila facendo lavorare i detenuti Chi viene recuperato non torna a commettere reati (Fotogramma)

Nessun Paese accetterebbe che negli ospedali morissero 7 ricoverati su 10 o che nelle scuole fossero bocciati 7 studenti su 10. Invece il carcere vive in Italia una doppia amnesia: non soltanto sullo scandalo di 66.000 detenuti stipati in 45.000 posti (da cui le condanne dell'Italia in Europa), ma ancor più sul fatto che 7 detenuti su 10 tornino poi a delinquere se hanno espiato la loro pena tutta in carcere, mentre soltanto una percentuale tra il 12% e il 19% incorra in questa recidiva se durante la detenzione in carcere ha avuto la possibilità di fare veri lavori per conto di imprese o cooperative esterne che li assumono grazie agli incentivi fiscali (516 euro di credito d'imposta per ogni detenuto) e contributivi (80% di riduzione) introdotti nel 2000 dalla legge Smuraglia (dal nome del senatore allora promotore della legge). Solo che dal 2000 la legge è stata rifinanziata sempre con gli stessi soldi: 4,6 milioni l'anno (dunque assottigliati già solo da inflazione e crisi), stanziamento che al momento consente di entrare in questo circuito lavorativo soltanto a 2.257 detenuti su 66.000. E siccome i soldi per quest'anno arrivavano a malapena ad agosto, i posti di lavoro si sono già ridotti. In Lombardia, ad esempio, i detenuti impiegati da ditte esterne sono stati nei primi 6 mesi dell'anno 310 contro i 470 del primo semestre 2011; e comincia a dover fare i conti con la situazione anche il caso-pilota di Padova, che oggi sarà visitato dal ministro della Giustizia Paola Severino e dove i detenuti impiegati dal «Consorzio Rebus» gestiscono il call center delle Asl venete, assemblano valigie di una nota marca, costruiscono 150 bici l'anno, digitalizzano i servizi delle Camere di Commercio, ricevono premi internazionali per il famoso panettone (63.000 confezioni a Natale) culmine della loro pregiata pasticceria. Nelle carceri va persino peggio all'altra tipologia di lavoro che in teoria dovrebbe essere assicurata a tutti i condannati e che invece solo per 13.961 detenuti ha dato luogo a miniperiodi da «lavoranti» per le necessità pratiche dentro il carcere come spesini, scopini, scrivani, portavitto, gabellieri, manutentori: lavoro certo meno significativo di quello di chi opera per ditte esterne con ben altre pretese di tempi e standard qualitativi, che dunque non funziona da «ponte» tra la fine della pena e il ritorno nella società, ma che almeno allevia per qualche ora al giorno il sovraffollamento nelle celle, non lascia inattivi i detenuti e offre loro la possibilità di mettere da parte qualche quattrino (in media 200/300 euro al mese). Ma anche qui le «mercedi» sono ferme al 1994, e il capitolo «Industria» del bilancio della Direzione dell'amministrazione penitenziaria (Dap), con il quale vengono retribuiti i detenuti che lavorano nelle officine gestite dall'amministrazione penitenziaria per arredi e biancherie dei nuovi padiglioni in realizzazione, ha subìto un taglio addirittura del 71% in due anni, in picchiata dagli 11 milioni di euro del 2010 ai 3,1 milioni del 2012. È un'amnesia sociale ancor più miope se si pensa a tutti gli sterili «allarmi sicurezza» lanciati ad ogni eclatante delitto in questa o quella metropoli. Altro che esercito nelle città: ogni punto percentuale di recidiva che si riuscisse ad abbassare vorrebbe infatti dire quasi 700 ex detenuti restituiti alla società senza che delinquano più e senza dunque che infliggano ai cittadini i costi dell'insicurezza (persone ferite da curare, risarcimenti, beni rubati o rapinati o danneggiati, costi di polizie-magistrati-cancellieri per riarrestarli e processarli). E vorrebbe anche dire un risparmio secco per lo Stato di 35 milioni di euro l'anno, visto che le stime più sparagnine indicano in 140 euro al giorno il costo del mantenimento di un detenuto. Per fare un raffronto, il tanto avversato primo provvedimento del ministro Severino, da taluni temuto come «svuotacarceri», nei primi tre mesi di applicazione ha fatto passare dalle celle ai domiciliari appena 312 detenuti e ha impedito che altri 3.000 vi entrassero per una manciata di ore con il noto fenomeno delle «porte girevoli»; e il segmento del piano-carceri in via di attuazione investe 228 milioni di euro per avere entro il 2014 circa 3.800 posti in più nelle carceri tra ristrutturazioni e ampliamenti degli istituti. Sottrarre invece alla recidiva un pari numero di detenuti richiederebbe (a statistiche invariate e in proporzione agli attuali pur avari stanziamenti) una ventina di milioni l'anno, ma solo in costi fissi ne farebbe risparmiare più di 250 allo Stato. Eppure la proposta di legge bipartisan Angeli-D'Ippolito-Vitale-Farina-Pisicchio, avanzata dall'intergruppo parlamentare per innalzare ad almeno 6 milioni l'anno il rifinanziamento della legge Smuraglia, incrementare a 1.000 euro al mese il credito d'imposta per ogni detenuto assunto, e applicare gli sgravi alle cooperative anche nei 12/24 mesi successivi alla fine della detenzione, stenta a decollare. Come se trovare i soldi per il lavoro in carcere fosse questione solo di buonismo. E non, invece, l'egoistica convenienza di una società che voglia davvero più sicurezza. Luigi Ferrarella Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

QUANDO UN PROVVEDIMENTO DELLA MAGISTRATURA DI SORVEGLIANZA DIVENTA UN MANIFESTO DI SCELTE DI POLITICA PENITENZIARIA

LE SCELTE DEL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI BARI

Questa associazione è, da sempre, impegnata  perché prevalga, sempre e comunque,  il principio che le decisioni della magistratura si rispettano.
Talora, però, il rigetto di un’istanza di un detenuto tende a connotarsi come un orientamento di carattere generale, che trascende il caso singolo. In questo caso non solo gli operatori del diritto ma anche, e soprattutto, la società civile non può rinunciare a riflettere su problematiche che investono il modo stesso di concepire i rapporti sociali.

  • Quando le condizioni penitenziarie vanno a connotarsi disumane e degradanti?
  • Cosa deve succedere ad un recluso, perché le sue condizioni di detenzione siano in contrasto col senso di umanità, presidiato alla Carta Costituzionale?
  • Il quoad vitam è qualcosa di autonomo dal quoad valetudinem? nel senso che frequentemente la prognosi infausta della permanenza in carcere non concerne un imminente epilogo mortale, ma le condizioni di vita carceraria, che incidono negativamente su capacità ed abilità della persona, progressivamente ed ineluttabilmente portano alla morte
  • Quando la pena, svuotata di ogni significato rieducativo, si trasforma in un mero omaggio alla intimidazione e alla deterrenza?
  • Quale significato assume l’ esecuzione della pena, quando si riduce ad una mera, passiva, inconsapevole permanenza in una cella, degradando  ad una detenzione-manifesto di monito ai consociati?
  • Quanto incide il titolo del reato  nelle vicende esecutive di un detenuto gravato da malattie gravissime?
  • I condannati per i reati, di cui 4 bis OP sono titolari di un diritto pieno ed incomprimibile alla salute o un articolo  di una legge ordinaria svuota l’art. 32 della Costituzione?

Ci riferiamo all’epilogo giudiziario di una vicenda umana, lineare nel suo svolgimento storico quanto desolante sul piano personale.  E in questo epilogo non si può non rilevare  non tanto la decisione sul un caso singolo, tra l’altro meritevole di attenzione al pari di qualsiasi vicenda umana che approda nelle aule di giustizia, quanto  l’orientamento del Tribunale di Sorveglianza di Bari ad assumere precise scelte di politica criminale e penitenziaria.
Il 10 aprile 2012 sul quotidiano La Repubblica  un articolo di cronaca si soffermava sul caso di un detenuto nella Casa Circondariale di Bari, di anni 76, ergastolano, in pessime condizioni di salute, semiparalizzato, affetto da crisi epilettiche, in condizioni di sporcizia, maleodorante, con  tumore alla prostrata ed altro.

L’articolo generava attenzione e poneva interrogativi: continua ad avere un senso la detenzione di un soggetto in simili condizioni?
In data 11 aprile 2012 un gruppo di parlamentari del partito democratico, prima firmataria l’on. Bernardini, , portava la questione all’attenzione delle aule parlamentari e del Governo.
Sulla vicenda torna ad esprimersi la magistratura di sorveglianza, in un procedimento, che comunque era stato già attivato in data 12.10.2011 quando fu formalizzata richiesta di differimento della pena nelle forme della detenzione domiciliare ai sensi dell’art. 47 ter comma 1 ter OP, corredata di consulenze mediche specialistiche psichiatriche e fisiatriche.
Nell’ordinanza di rigetto dell’istanza del 5.6.2012 Il Tribunale fornisce un prospetto  riepilogativo delle istanze e delle decisioni giudiziarie:

  • 11.10.2008 : rigetto
  • 22.10.09 : rigetto, con relazione peritale , che  aveva prospettato  la compatibilità delle condizioni di salute col regime carcerario, pur evidenziando la necessità di attività fisioterapica
  • 13.1.2011 : rigetto fondato sul classico doppio binario delle condizioni di salute e delle informazioni delle forze dell’ordine

A seguito della interrogazione parlamentare, il Tribunale di sorveglianza aveva avanzato richiesta al DAP di trasferimento del detenuto in centro clinico più attrezzato ( aspetto sul quale già il DAP si era espresso negativamente in precedenza, in assenza di altri CDT meglio attrezzati rispetto a quello di Bari)
A seguito dell’istanza il Tribunale conferiva, in data 5 marzo 2012,  rituale incarico peritale al direttore dell’unità di medicina legale dell’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti. In particolare il perito fu chiamato ad esprimersi sulla stato di incompatibilità delle condizioni del detenuto col regime carcerario.
Nella relazione peritale veniva evidenziato quanto segue:

  • L’autonomia del soggetto è gravemente compromessa (l’indice statistico oggettivo, il cd. indice di karnofsky, è pari a 30 : il soggetto è costretto a letto e richiede particolari cure ed assistenza);
  • Vi è la cogente necessità di sottoporre lo stesso a intensa terapia occupazionale e riabilitativa neuromotoria per più ore al giorno e per più giorni alla settimana;
  • Il centro clinico di Bari  non eroga le specifiche prestazioni fisioterapiche e non è in possesso di ausili presidiari in grado di gestirlo;
  • Vi è una incompatibilità c.d. relativa con il regime  penitenziario, quoad valetudinem, in quanto la struttura penitenziaria è inidonea ed incapace a fronteggiare la situazione clinica del soggetto;
  • L’attuale situazione deficitaria, quoad valetudimen, potrà peggiorare e comportare conseguenze dannose quoad vitam;
  • È consigliabile il trasferimento presso centri clinici specializzati ospedalieri o in altri luoghi di cura che siano in grado di fornire tutte le prestazione fisioterapiche necessarie ;
  • Sarà compito della struttura sanitaria, cui il soggetto verrà affidato ,esprimersi in merito ai risultati terapeutici e alla loro compatibilità con la detenzione.

Ora tutta l’operazione peritale è stata elusa dal Tribunale, che riportando una nota pronunzia della Cassazione del 1989 secondo la quale la difficoltà di organizzare una prestazione sanitaria in carcere non ne determina il carattere di impossibilità, ha  trascurato  la elaborazione giurisprudenziale degli ultimi 23 anni .
E’ stata, altresì, elusa anche la recentissima sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo( sentenza del 7 febbraio 2012 – Ricorso n. 2447/05  di un detenuto nell’Istituto penitenziario di Parma). Si tratta di una sentenza articolata su ben 86 punti, che riassume l’orientamento della giurisprudenza sopranazionale in tema di condizioni di salute, cure mediche erogabili in carcere e incompatibilità.
Di particolare interesse le osservazioni:
  Sub 66 : Le cure dispensate in ambiente carcerario devono essere appropriate. Ossia di un livello paragonabile a quelle che le autorità dello stato sono impegnate a fornire a tutta la popolazione.
  SUB 77 : quando le cure di cui un detenuto ha bisogno non possono essere prodigate in carcere il suo mantenimento nella struttura carceraria, nonostante il parere contrario dei medici, costituisce un trattamento inumano e integra la violazione dell’art. 3 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Un’ultima osservazione di rilevanza operativa.  Sinora nella prassi quotidiana il medico penitenziario  è orientato, in casi complessi, a chiedere all’A.G. di nominare un perito che possa eventualmente accertare le condizioni di incompatibilità.
Ma se l’A.G.  non accoglie le conclusioni dello stesso perito, cos’altro può fare un medico penitenziario?


PROSPETTIVA LEGALE
Il Presidente e il Consiglio Direttivo

 

Giustizia: la pena di morte in Italia

di Vittorio Zucconi
La Repubblica, 11 maggio 2012
Premessa per evitare equivoci. Ogni persona che arriva alla decisione di togliersi la vita merita
la nostra pietà umana, quali che siano le sue ragioni e la sua storia.
Ma perché le centinaia di detenuti, cioè di individui affidati alla nostra custodia, ripeto, custodia,
detenuti in carcere che si uccidono e magari neppure entrano nelle statistiche per cavilli formali
(non è morto in cella, ma in ospedale a causa del trauma riportato nel tentativo di uccidersi, per
esempio) non provocano brividi di sdegno o di attenzione e non increspano spesso nemmeno
l’oceano della Rete?
Forse perché sono esseri umani da buttare, escrementi sociali? Sono condannati, qualcuno
naturalmente obietterà, anche se a volte si tratta di detenuti in attesa di giudizio dunque
formalmente innocenti come ci ripetono tutti i manigoldi sorpresi con le mani nel bussolotto
pubblico. Giusto, ma condannati a morte? O si ignorano perché non possono essere usati come
carne da cannone televisivo e come munizioni politiche da sparare contro questo o quel partito
politico, essendo un peso che sta sulla coscienza di tutti i governi e di tutti i vecchi o nuovi
politicanti che non ne parlano, dunque nostra?

 

Una richiesta dal Consiglio d'Europa: ridurre l’isolamento dei detenuti
Rapporto annuale del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT)

[Samantha Ravezzi] da penalecontemporaneo.it

Dal rapporto annuale del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT), pubblicato il 10 novembre 2011, emerge la richiesta nei confronti degli Stati di ridurre al minimo l'isolamento dei detenuti. Questa "misura" dovrebbe essere utilizzata solo nel caso in cui ricorrano circostanze eccezionali e, sempre per il minor tempo possibile, rispettando i presupposti di legge.

Lətif Hüseynov, presidente del CPT, ha inoltre dichiarato, nel suo rapporto annuale del 2011, che "l'isolamento può avere effetti estremamente dannosi per la salute psichica, somatica e per il benessere sociale dei detenuti, e tali effetti possono aumentare proporzionalmente al prolungamento della misura e alla sua durata indeterminata. Un indicatore è rappresentato dal fatto che il tasso dei suicidi dei detenuti sottoposti a tale regime è più elevato rispetto a quello riscontrato nel resto della popolazione carceraria". Il Comitato Prevenzione e Tortura ritiene inoltre che l'isolamento non dovrebbe mai essere superiore ai 14 giorni.

Le linee guida del CPT sono molto chiare a riguardo: l'isolamento non dovrebbe mai conseguire a una sentenza di condanna, mentre in gran parte degli Stati europei i giudici hanno la facoltà e il potere di disporlo, non rispettando quanto espresso dal Comitato.

In una sentenza recente della Corte Edu conosciuta come Alboreo Vs. Francia (caso No. 51019/08, sez. V del 20 ottobre 2011), il ricorrente, il Sig. M. Éric Alboreo, cittadino francese nato nel 1963, ha deciso di adire la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per una presunta violazione dei suoi diritti fondamentali.

Il 24 gennaio 1999 Alboreo era stato posto in custodia cautelare dal giudice di primo grado di Aix-en-Provence, per aver commesso, con due complici, una rapina a mano armata a un furgone blindato, per il conseguente omicidio volontario dei conducenti dello stesso e per il complotto alla preparazione del crimine. Il 22 novembre 2000 viene condannato dalla Corte d'Assise di Bouches-du-Rhône a venti anni di reclusione assieme ad un periodo di sicurezza di dieci anni. Dal 3 febbraio 2000, prima della condanna definitiva, al 26 novembre 2009 viene inserito dall'amministrazione penitenziaria nel registro «détenus particulièrement signalés» (DPS, detenuti particolarmente pericolosi), e a seguito di questa decisione viene sottoposto a un sistema di sicurezza comprendente cambiamenti frequenti di stabilimento penitenziario e alcuni periodi in stato di isolamento. Il 14 aprile 2003, mentre si trova detenuto a Aix-Luynes, riesce ad evadere insieme ad altri due detenuti ma viene riarrestato il 9 maggio dello stesso anno. Per questa evasione verrà condannato nel 2007 ad altri cinque anni di reclusione. Il ricorrente avrebbe dovuto terminare il suo periodo detentivo il 9 luglio del 2018 ma, per motivi di salute, è riuscito a beneficiare della liberazione condizionale della pena il 10 marzo 2010; mentre il periodo di sicurezza a cui era soggetto si è concluso il 24 maggio 2008. 

Tra il 9 maggio 2003, data di incarcerazione, e il 16 luglio 2007 il Sig. Alboreo è stato trasferito diciassette volte in diversi istituti penitenziari situati nell'intera area metropolitana francese. Il motivo di questa "rotazione di sicurezza" («rotations de sécurité») è legato alla particolare pericolosità del detenuto. La pericolosità dello stesso, per i giudici francesi, è di maggiore importanza e prevale sulla difficoltà del detenuto ad avere rapporti con la propria famiglia, con il suo avvocato o a preparare il processo davanti alla Corte d'Assise di Bouches-du-Rhone.

Il ricorrente fa ricorso alla Corte Edu per una probabile violazione degli artt. 3, 6 e 8 della Convenzione.

Dal 23 giugno 2003 il ricorrente è stato posto in completo isolamento, prima nel carcere di Marseille-Baumettes, poi dal 14 gennaio 2004 presso la prigione di Fleury-Mérogis. Questa situazione è durata fino al 15 ottobre 2004 quando è stato trasferito a Fresnes per beneficiare di un trattamento carcerario ordinario.

Pertanto il Sig. Alboreo è rimasto in stato di isolamento per un anno, tre mesi e 23 giorni, in un programma di rotazione tra diversi penitenziari, dal carcere francese di Marsiglia-Baumettes a quello di Fleury-Merogis, perché ritenuto particolarmente pericoloso.

Nonostante il CPT, già nel suo rapporto del 2000, avesse considerato la misura dell'isolamento carcerario come un trattamento inumano e degradante («la mise à l'isolement peut constituer un traitement inhumain et dégradant») da utilizzarsi per il minor tempo possibile («la durée la plus courte possible»), in questo caso la Corte rileva che il periodo di isolamento non si è protratto per un periodo di tempo superiore ai limiti stabiliti dalla legge, potendo essere prorogato ogni tre mesi («Les personnes enregistrées au répertoire des DPS font généralement l'objet d'une telle mesure, reconduite systématiquement par période de trois mois»).

Per questi motivi la Corte reputa che l'isolamento del Sig. Alboreo non abbia provocato alcuna violazione dell'art. 3 Cedu, in ragione del fatto che le misure adottate nei suoi confronti si sono rese necessarie considerando il precedente tentativo di fuga del soggetto e al fine di prevenire ogni ulteriore possibile evasione dello stesso. L'unico riconoscimento riguarda il danno morale subito dal ricorrente, riconosciuto dalla Corte in 10.000 euro.

Come abbiamo potuto notare, l'ordinamento francese prevede la possibilità di inserire in liste speciali («détenus particulièrement signalés» DPS) quei detenuti considerati particolarmente pericolosi, applicando diverse restrizioni, dall'isolamento ai numerosi trasferimenti carcerari, lasciando all'amministrazione carceraria francese grande discrezionalità per quanto concerne la determinazione del contenuto e della durata del trattamento, al fine di limitare la pericolosità sociale dei reclusi. Diversa è invece la situazione che troviamo in Italia, dove il nostro sistema penitenziario (legge del 26 luglio 1975 No. 354 "Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà" e successive modifiche), ha previsto regimi differenziati per quei detenuti considerati "rischiosi" inserendo tra l'altro l'istituto della sorveglianza particolare, disciplinato dagli artt. 14 bis e ss. I suddetti articoli attribuiscono all'amministrazione penitenziaria la facoltà di sottoporre a regime di sorveglianza particolare per non più di sei mesi, ad ogni modo prorogabile anche più volte, ciascuna delle quali non superiore a tre mesi, quei condannati, internati e imputati che compromettono la sicurezza e l'ordine degli istituti in cui si trovano, attraverso violenza, minacce o avvalendosi dello stato di soggezione degli altri detenuti.

Come sostenuto da Fassone, Basile e Tuccillo ne La riforma penitenziaria del 1987, la legge No. 663/86 ha collocato la sorveglianza particolare nel III capo dell'ordinamento penitenziario, dedicato alle "modalità di trattamento". Questo è a dimostrazione che le misure introdotte con l'art. 14 bis e ss. basano il trattamento carcerario sulla personalità e pericolosità del soggetto. Questa collocazione ha voluto sottolineare il suo carattere preventivo-cautelare, diretto a salvaguardare l'ordine e la sicurezza degli istituti carcerari.

Nonostante la minore libertà per le nostre amministrazioni, in Italia i detenuti possono ricorrere al Tribunale di Sorveglianza per reclamare possibili violazioni di diritti patite durante i regimi restrittivi (come è successo recentemente in alcuni provvedimenti davanti al Tribunale di Sorveglianza di Bologna); possibilità che invece non viene riconosciuta in Francia dove, in presenza di una lesione di diritto, il detenuto si vede "costretto" a percorrere la via europea.

Il 27 settembre 2011 il Tribunale, in camera di consiglio, si è dovuto pronunciare in merito a due richieste di "reclamo in materia di Sorveglianza Particolare (Artt. 14 bis, ter O.P.)" provenienti entrambe dalla Casa di Reclusione di Parma.

Nel primo caso, avanzato dal Sig. Di G., si chiedeva l'annullamento parziale del decreto ministeriale di sottoposizione al regime di sorveglianza particolare, emesso nei suoi confronti il 21 luglio 2011 per sei mesi di isolamento, a seguito di un grave episodio di aggressione nei confronti di altro recluso, nella parte in cui non si consentiva la permanenza all'aperto con gli altri detenuti e della prescrizione che limitava la corrispondenza telefonica con i familiari e la convivente.

Nel secondo caso invece, il Sig. G. avanzava richiesta di annullamento avverso il decreto ministeriale di sottoposizione al regime della sorveglianza particolare di sei mesi, emesso il 20 luglio 2011, come conseguenza di una cessione non dovuta di generi alimentari, di un episodio in cui il reclamante spegneva il televisore di un compagno senza permesso, dell'idea che il detenuto, a seguito di una laurea in giurisprudenza, aveva da tempo assunto una posizione di leadership nei confronti degli altri detenuti e di un'altra vicenda in cui lo stesso era stato sorpreso ad annotare i turni degli agenti di polizia penitenziaria e detto episodio aveva "[...] destato preoccupazione [...] con riferimento a possibili piani di destabilizzazione ed aggressione".

L'isolamento è stato previsto espressamente dal legislatore che ne ha disciplinato le ipotesi e ne ha circoscritto anche l'operatività e la durata (15 giorni in caso di sanzione disciplinare dell'esclusione dalle attività comuni e 10 giorni per l'isolamento durante la permanenza all'esterno).

Nel primo caso, il fatto che la permanenza all'esterno di Di G. debba avvenire "in assenza di altri detenuti", non trova alcun fondamento giuridico, sia perché l'art.10 O.P., richiamato dall'art.14 quater non lo contempla, sia perché la durata dell'isolamento è largamente superiore a quanto stabilito dal legislatore (che lo ha espressamente previsto in pochi giorni).

L'isolamento deve rispettare quanto presupposto dalle leggi che lo disciplinano e qualora il soggetto sia costretto a subirlo ininterrottamente per sei mesi, oltre a non essere supportato da alcun fondamento legislativo, si incorrerebbe in un'evidente lesione del suo diritto al trattamento secondo i principi di umanità e rispetto della vita umana, come disciplinato dall'art. 1 della Legge 354 del 1975.

Inoltre l'art. 14 quater O.P. esclude limitazioni in tema di colloqui con il coniuge, convivente, figli, genitori e fratelli oltre ai difensori e la limitazione imposta con il decreto ai colloqui telefonici con i familiari si discosta completamente con le finalità dell'istituto, quali l'ordine e sicurezza interna, garanzia delle attività o al fine di punire coloro che si avvalgono dello stato di soggezione degli altri detenuti.

Per questi motivi le richieste del Sig. Di G. vengono accolte limitatamente ai capi riguardanti l'imposizione della permanenza all'aperto "in assenza di altri detenuti" e la restrizione della corrispondenza telefonica con i familiari o con la convivente.

Nel secondo caso, l'annotazione dei turni del personale operata dal signor G., si presta oggettivamente ad essere valutata come comportamento grave ed in astratto idoneo a poter mettere a repentaglio la sicurezza dell'istituto penitenziario in cui il soggetto si trovava all'epoca del fatto e quindi il regime di sorveglianza speciale risulta legittimamente emanato.

Quanto alle altre prescrizioni, veniva imposto al detenuto di non poter partecipare ai momenti di socialità con altri ristretti; la permanenza all'aperto e alla sala di socialità doveva rispettare i limiti previsti per i detenuti sottoposto al regime dell'art. 41 bis O.P.; e l'alloggio doveva ritenersi in camera singola, arredata unicamente con letto, tavolo e sgabello. Le prescrizioni sui primi due punti vengono annullate, in ragione dei medesimi motivi riportati per il primo caso (l'art. 10 richiamato dall'art. 14 quater non contempla che la sorveglianza debba avvenire in "assenza di altri detenuti"), quanto invece all'ultimo punto non si comprende come una cella dotata dei sopracitati elementi possa essere funzionale al mantenimento dell'ordine e della sicurezza e viene quindi accolta la richiesta di poter apporre un televisore, un fornellino, un armadio e dei normali soprammobili, in quanto non considerati pericolosi.

Il richiamo, seppur sommario, a queste vicende italiane dovrebbe servire per fare chiarezza sui differenti scopi, e finalità, che contraddistinguono i vari istituti (isolamento, sorveglianza particolare; per un approfondimento, cfr. Rosa Grippo "Illegittimità dell’isolamento totale e della cella liscia. Rapporti tra sorveglianza particolare, sanzioni disciplinari, “41 bis” e circuiti: strumenti alternativi o in sovrapposizione?"), senza perdere mai di vista i suggerimenti, davvero preziosi, provenienti dal CPT.

 

SCIENTIFICAMENTE PARLANDO, L’ERGASTOLO NON HA (PIÙ) SENSO


La posizione nei confronti delle carceri del ministro della Giustizia, Paola Severino, orientata a restituire dignità alla condizione dei detenuti, mi trova pienamente allineato.
Al di là delle singole misure contenute nel suo decreto “svuota carceri” (come l’innalzamento da 12 a 18 mesi della pena detentiva che può essere scontata ai domiciliari dal condannato), che trovo illuminate e ben motivate, credo che il suo grandissimo merito sia quello di aver dato il segnale chiaro che è ora di ripensare il nostro sistema carcerario.
I metodi moderni sono volti al recupero e alla riabilitazione del detenuto, non alla sola punizione, magari unita all’umiliazione e alla perdita della dignità umana. Questa osservazione riporta all’attualità un tema che da tempo dibattiamo all’interno del movimento “Science for Peace” e che riguarda in primo luogo la pena di morte.
La nostra convinzione è che andrebbe chiamata “assassinio di Stato”, perché uccidere un criminale è un modo per legittimare la violenza, e non può che creare una spirale negativa nella società. Ma esiste anche un’altra forma di pena di morte: l’ergastolo.
Si chiama carcere “a vita”, ma, di fatto, è un modo per sopprimere la vita, perché il detenuto non è più una persona, ma la vittima di una lenta agonia, fino alla fine della sua esistenza. Per questo sono a favore dell’abolizione dell’ergastolo e per l’introduzione di un massimo di pena di 20-25 anni.
Questa di “Science for Peace” è una posizione civile, ma soprattutto scientifica. Le più recenti ricerche hanno dimostrato che il nostro sistema di neuroni non è fisso e immutabile, ma è plastico e capace di rinnovarsi. Questo ci fa pensare che il nostro cervello non sia uguale a quello che era nei decenni precedenti.
Vuol dire che il detenuto che teniamo rinchiuso in carcere oggi,  non è la stessa persona che abbiamo condannato 20 anni fa. L’ergastolo si basa sulla convinzione che un criminale non sarà mai recuperabile, invece le neuroscienze ci dimostrano che si può riportare alla convivenza civile anche il più incallito dei delinquenti (ma ci vogliono anni).
Su questo punto il nuovo film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, sembra darci ragione. Infatti un nutrito gruppo di carcerati dell’istituto romano di Rebibbia si rivela fatto di bravissimi attori cinematografici. Dotati, oltre che di un forte senso artistico, anche da umanissimi sentimenti.

Umberto Veronesi

 

ERGASTOLANO «NON COLLABORANTE» AI SENSI DELL’ART. 4-BIS, CO. 1, ORD. PENIT. E BENEFICI PENITENZIARI: L’UNICA IPOTESI DI DETENZIONE ININTERROTTA, IMMODIFICABILE E SENZA PROSPETTABILITÀ DI UNA FINE?


LUCIANO EUSEBI
ordinario di Diritto penale
nella Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano


SOMMARIO: 1. Il quadro legislativo. 2. I profili di contrasto con la Costituzione. – 3. Sull’applicabilità, quantomeno, dei permessi-premio e della semilibertà. – 4. L’improponibile configurarsi di una liberazione anticipata irrilevante.


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