Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Bacheca

Morte di un detenuto ignoto


Luigi Manconi
E poi col tempo mi hanno visto consumarmi poco a poco/ ho perso i chili, ho perso i denti, somiglio a un topo/ ho rosicchiato tutti gli attimi di vita regalati/ e ho coltivato i miei dolcissimi progetti campati  in aria, nell'aria.
Daniele Silvestri
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Marco Pannella sarà il primo a convenirne: fare lo sciopero della fame è un’impresa enormemente faticosa, dagli esiti incerti e dalle conseguenze assai pesanti, per il corpo e per l’anima. Questo vale per un uomo di 82 anni, da oltre mezzo secolo protagonista della vita pubblica, creativo manipolatore del proprio corpo, non solo attraverso la rinuncia a nutrirlo, ma anche tramite mille travestimenti e travisamenti, colpi di genio e coup de théatre, maschere e sonorità, silenzio assoluto e logorrea incontinente. Ma se per Pannella è una impresa improba, e comunque dall’esito imprevedibile, pensate a cosa sarà stato lo sciopero della fame per  Ennio Mango. Detenuto nel carcere Pagliarelli di Palermo, Mango è deceduto nei primi giorni di luglio, a seguito di un lunghissimo periodo di astensione dal cibo, quale forma di lotta per ottenere il trasferimento, secondo quanto previsto dalla legge, in un istituto più vicino al luogo di residenza. La coincidenza tra lo sciopero della fame di Pannella, che infine ottiene attenzione e qualche piccolo risultato, e quello del “detenuto ignoto” di Palermo, è un tragico gioco del destino, particolarmente significativo. Tanto più che l’azione del leader radicale è stata accompagnata da quella di migliaia di detenuti, oltre che di familiari, avvocati, agenti di polizia penitenziaria, direttori di istituto e militanti politici. Ma mentre si svolgeva questa azione collettiva, destinata a sostenere la richiesta di un sacrosanto e indifferibile provvedimento di amnistia, la vita quotidiana del carcere, quella così ripetitiva e desolata, incubava mille altre sofferenze e preparava mille altre tragedie. In carcere lo sciopero della fame è un fatto abbastanza frequente, che rientra nella casistica degli “eventi critici” (come il legnoso linguaggio della burocrazia penitenziaria definisce tutti gli episodi non ordinari), e fa parte di quello che potremmo chiamare l’uso del corpo da parte delle persone prigioniere. È questione che ha una sua peculiarità. Per chi si trovi in libertà il corpo è uno strumento – ma uno tra molti –  di relazione con gli altri e col mondo, una potenzialità enorme, una chance ricca di pieghe e di infinite implicazioni. Per chi, invece, si trovi privato della libertà, il corpo è quasi (ma forse senza quasi) il solo medium, l’unico tramite, l’esclusiva misura della propria esistenza e del proprio ruolo sociale dentro l’ambito più ristretto e meno sociale che si possa conoscere (la cella, appunto).  Di quale repertorio si dispone per dirsi e comunicare? Di quali voci e quali scritture?  Il proprio corpo e (quasi) solo il proprio corpo. Chi entra in una galera o in un Centro di identificazione e di espulsione troverà che il più deprivato dei prigionieri e il detenuto spogliato di tutto, prima di chiedere qualunque bene e qualunque risorsa, domanderanno innanzitutto di comunicare: e la prima, e spesso la sola, modalità di comunicazione è rappresentata -appunto- dalla propria stessa fisicità. Parlano, in primo luogo,le sofferenze e le bocche sdentate, le spalle ricurve e le cicatrici, le tracce più chiare sulla pelle di antiche e recenti ferite e i tatuaggi vividi e quelli scoloriti. E’ il linguaggio del corpo: e in molti casi, è il solo linguaggio dicibile e intellegibile. Se non si ha risposta, e quasi sempre non si ha risposta, ecco  quel linguaggio del corpo farsi estremo e definitivo: il tagliarsi, il cucirsi (bocche e genitali), il tentare il suicidio, il darsi la morte. E lo sciopero della fame. Ennio Mango ne è morto, dopo quaranta giorni. Salvo Fleres, garante dei diritti delle persone private della libertà per la Regione Sicilia e senatore del Pdl, ha molto opportunamente fatto riferimento al secondo comma dell’art. 40 del codice penale, dove si legge: “non impedire un evento, che si ha l'obbligo  giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Con ciò Fleres ha evidenziato quali possano essere, in tale circostanza (ma anche  in mille altre simili), le responsabilità dell’amministrazione penitenziaria e della direzione del carcere nel non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire: ovvero, qui, il decesso di Mango. Lo sciopero della fame di Pannella è una forma di lotta non violenta per la vita (civile dignitosa) della popolazione detenuta. Lo sciopero della fame di Mango, non avendo potuto produrre vita e rispetto della legge, si è concluso con un’ agonia. La morte di quel corpo è la morte, per l’ennesima volta, del diritto

 

Carcere, ora il numero chiuso


Stefano Anastasia scrive sulla situazione carceraria per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 agosto 2011.
Fonte: Il Manifesto, di Stefano Anastasia 17/08/2011
La drammaticità della situazione è stata espressa in maniera inequivocabile dal Presidente Napolitano in apertura del Convegno promosso dai radicali alla fine di luglio (ribadita in occasione della mobilitazione di denuncia “Ferragosto in carcere”): quella della condizioni delle nostre carceri, « che definire sovraffollate è quasi un eufemismo», è «una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile»; «una realtà che ci umilia in Europa», «non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita», frutto di «oscillanti e incerte scelte politiche e legislative … tra tendenziale, in principio, depenalizzazione e "depenitenziarizzazione", e ciclica ripenalizzazione».
Nello stesso giorno, in una intervista al Corriere della sera, il neo-Ministro della giustizia Nitto Palma, dimentica il “piano (di costruzione di nuove) carceri” del suo predecessore e annuncia che darà «priorità al problema del sovraffollamento attraverso un programma di depenalizzazione dei reati minori», perchè «l' inefficienza dell' elefantiaca macchina della giustizia dipende dall' eccessiva criminalizzazione …. E questo ha un riflesso drammatico sulla condizione di vita nelle carceri».
Depenalizzazione e decarcerizzazione, dunque. Nella successione degli interventi durante il Convegno radicale non si apprezzavano dissensi. Ma allora perché quelle scelte “oscillanti e incerte”? Perché la “ciclica ripenalizzazione”? Forse sarebbe bastato aspettare una settimana, e ascoltare le dichiarazioni di voto dei leghisti sul “processo lungo”: tutti a discutere dei processi di Berlusconi, mentre gli imprenditori politici della paura sbandieravano qualche altra norma di segno opposto agli orientamenti emersi nel convegno radicale. Indisturbato, il populismo penale continua a mietere vittime.
Altrove, in Germania e negli Usa per esempio, le politiche d’incarcerazione di massa stanno trovando un limite nelle giurisprudenze costituzionali. Potrebbe essere così anche in Italia, se si prendessero sul serio le leggi e la Costituzione e se non si ritenessero i detenuti “non persone”, soggette – come un secolo fa - alla “supremazia speciale” dello Stato nei loro confronti.
Se così fosse, del resto, tutto sarebbe più facile. Se è vero che quasi la metà dei 67000 detenuti sono in attesa di giudizio e, secondo una corale opinione, la carcerazione preventiva va ricondotta a livelli europei (e cioè ridotta della metà); se è vero che la gran parte dei detenuti è in circuiti di media o minima sicurezza; se è vero che più del 60% dei detenuti condannati sconta pene inferiori a tre anni, e dunque sarebbe ammissibile alle alternative alla detenzione; se tutto ciò è vero, chi lo ha detto che uno Stato sull’orlo del default deve spendere centinaia di milioni di euro (661 già stanziati; ma almeno il triplo necessari) per avere 70000 posti detentivi? Perché non ammettere che l’attuale capienza è più che sufficiente per coloro che meritano di stare in carcere?
E allora, se vogliamo dare un seguito alle parole del Presidente della Repubblica, non ci resta che tracciare una riga: i 45mila posti-letto regolamentari nelle carceri italiane sono il giusto per noi; gli altri fuori, in attesa di giudizio in libertà o ai domiciliari, in esecuzione di pene alternative al carcere. Basta prendere sul serio il principio più volte ribadito dalla Corte costituzionale secondo cui i detenuti restano titolari di tutti i diritti fondamentali non necessariamente compressi dalla privazione della libertà e stabilire che oltre la capienza regolamentare in carcere non si entra, in attesa dal proprio turno.

 

SI AVVICINA FERRAGOSTO.....POLITICI RESTATE A MARE 
 
Abbandonati da una Giustizia senza qualità e dall'indifferenza sulla violazione dei diritti, i detenuti stanno affrontando un'altra ennesima terribile estate, con ulteriori ingiuste sofferenze.  
Napoli, 25 luglio 2011

La mancanza di “qualità” si avverte in ogni settore della Giustizia ed in particolare modo in quello penitenziario, dove alla privazione della libertà si accompagna spesso la vera e propria illegalità dello stato di detenzione. Una violazione di diritti, di cui pochissimi si fanno carico e, nell’indifferenza collettiva, si continuano a calpestare principi costituzionali e di elementare civiltà.
Nel 2010 sono morti negli Istituti di pena 173 persone ( all’incirca una ogni due giorni), di queste 66 si sono suicidate (una ogni cinque giorni).  I tentati suicidi sono stati 1.134, mentre 5.603 gli atti di autolesionismo.
Nel 2011 la situazione si è aggravata. Ad oggi, i morti sono 113, i suicidi 38, la maggior parte giovani al di sotto dei 35 anni. A fronte di una capienza regolamentare di 44.877 posti, vi sono nelle carceri italiane circa 70.000 detenuti (di cui quasi la metà in attesa di giudizio), presenze che superano di gran lunga il dato che costrinse, nel luglio 2006, il Parlamento ad emanare l’indulto.
Si avvicina Ferragosto e molti politici sono pronti a ripetere il rito di “Ferragosto in carcere”. Una meritevole iniziativa promossa due anni fa dai Radicali, che doveva rappresentare un momento di aiuto e solidarietà per la popolazione detenuta in vista di immediati interventi parlamentari ed è divenuta, invece, l’emblema dell’inefficacia della politica . Più di duecento Parlamentari e Consiglieri Regionali, di vari partiti di maggioranza e opposizione, hanno trascorso  il ferragosto in carcere, per verificare le condizioni in cui vivono i detenuti. Hanno visto quello che già dovevano conoscere e, ritornati al mare e poi al lavoro, hanno presto dimenticato. Ripetiamo quanto dicemmo due anni fa, in occasione del primo ingresso dei politici a Ferragosto:
Sarei certamente scostumato ed ingeneroso verso colui che nel giorno di ferragosto, invece di stare in famiglia al mare viene a trovarmi. Il politico mi darà comunque ragione, mi dirà che si è reso conto dell'effettiva emergenza, che si farà promotore d'iniziative concrete.Intanto il suo addetto stampa ha giàpreparato il comunicato da inviare ai giornali affinchè il sacrificio personale sia reso pubblico.
Queste considerazioni valgono per la maggior parte dei politici che hanno aderito all'iniziativa, che nel corso dell'anno nulla hanno fatto, o comunque poco, per risolvere effettivamente quella che ormai è uno scandalo nazionale. Dal condono ad oggi non vi è stato un serio dibattito politico sul sistema penitenziario. Il Governo ed il Parlamento sono  indifferenti dinanzi alla conclamata illegalità v igente in parte del territorio della nazione e questa rinnov! ata atte nzione della politica nel solo giorno di ferragosto, è diventato un ulteriore inutile e insopportabile appuntamento nell’agenda di coloro che ci dovrebbero rappresentare>.
Un anno e mezzo fa, il 14 gennaio, il Consiglio dei Ministri dichiarò lo “stato di emergenza” nelle carceri italiane, per tutto il 2010. Il Ministro della Giustizia  affermò “Quella che ci accingiamo a compiere è una missione che non ha precedenti nella storia della Repubblica, perché per la prima volta si vuole risolvere il problema del sovraffollamento carcerario senza dover ricorrere all’ennesima amnistia o a provvedimenti d’indulto, ma volendo dare dignità a chi, comunque, deve scontare una pena detentiva”.
Il programma del Governo prevedeva di “restituire dignità” ai detenuti  sulla base di 4 punti essenziali, che il Ministro definì “pilastri” della riforma: 1) Edilizia Penitenziaria; 2) Detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno d i pena residua; 3) Messa alla prova delle persone imputabili fino a tre anni; 4) Assunzione di 2.000 nuovi agenti di Polizia Penitenziaria.
In realtà nulla in concreto è stato fatto ed il 13 gennaio scorso, lo “stato di emergenza” è stato prorogato a tutto il 2011.
La sola “detenzione domiciliare” ha trovato una limitatissima applicazione con la Legge N. 199/2010, c.d. “svuotacarceri”, entrata in vigore il 16 dicembre u.s. , che per le esclusioni oggettive e soggettive e per il richiesto requisito dell’”idoneità del domicilio”, non ha “svuotato” assolutamente nulla, illudendo ancora una volta migliaia di detenuti, già afflitti da insopportabili tensioni psicologiche, per le condizioni in cui sono costretti a vivere.
Nell’annunciare l’entrata in vigore il Ministero della Giustizia aveva rilevato che ne avrebbero usufruito circa 7.000 detenuti, invero ad oggi,  sono  pochissimi i detenuti che sono stati posti agli arresti domiciliari.
Va altresì puntualizzato che non tutti i ! detenuti che hanno lasciato il carcere dovevano scontare effettivamente ancora un anno di pena, tra loro c’è chi aveva solo pochi giorni che lo separavano dalla libertà.
Tale dato rende ancora più evidente l’inganno della legge, che ha, tra l’altro, contribuito ad aumentare le competenze e il lavoro dell’Amministrazione Penitenziaria e dei Tribunali di Sorveglianza già con organici carenti e non ha affatto tenuto in debito conto le realtà territoriali.
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dopo l’emanazione della norma, è stata costretta a chiedere ai Provveditorati Regionali d’invitare le Associazioni di Volontariato, a comunicare “la presenza sul territorio di soluzioni abitative, anche presso strutture comunitarie e di accoglienza, atte a costituire domicilio idoneo ed effettivo per i detenuti sprovvisti di fissa dimora, che si trovino nelle condizioni di poter usufruire della detenzione domiciliare”.
La legge rappresenta, per lo scopo che si proponeva, un vero e proprio fallimento, che costituisce l’ennesima prova che manca una  coscienza politica per affrontare seriamente l’emergenza-carcere e un’adeguata preparazione per contrastare il fenomeno, se si attribuiscono ad un legge effetti che non potrà mai avere.
Inutile dichiarare, oggi, come fa qualche politico, che la legge non doveva “svuotare” le carceri, perché altrimenti sarebbero usciti i delinquenti o addirittura, affermazione surreale, che sono i detenuti che non vogliono aderire al beneficio perché in carcere si lavora e fuori no.  Mistificazioni che, ancora una volta, beffano i detenuti a cui si prospettano false soluzioni  per le vergognose condizioni in cui sono costretti a sopravvivere. Ne è prova la stessa relazione del Ministro, sull’Amministrazione della Giustizia nell’anno 2010, svolta al Senato il 18 gennaio u.s., in cui  si auspica che la predetta legge possa “far registrare un’inc idenza positiva” sul problema del sovraffollamento. Speran! ze che v anno immediatamente riposte, perché ne è palesemente evidente la sua inefficacia.
La legge, inoltre, nella confusione creata nell’opinione pubblica, è stata vista come l’ennesimo attacco alla certezza della pena. E’ stata definita  un “indulto occulto”, senza capire che non si beneficia di uno sconto di pena e della libertà (come l’indulto), ma solo di una diversa modalità di esecuzione della pena , gli arresti domiciliari, per la quale, tra l’altro, sono anche state contestualmente inasprite le sanzioni in caso di evasione.
Per il 2011, il Ministro ripropone  i medesimi argomenti e soluzioni dell’anno precedente, su cui fa, come sempre, da padrone il “Piano Straordinario d’interventi di Edilizia Penitenziaria”.  Un piano, varato nel febbraio 2009, che più “piano” non può andare. L’Edilizia Penitenziaria è stata da sempre un’emergenza, ma questa volta è stata definita “straordinaria”, circostanza che co nsente di derogare a norme vigenti, di nominare, il 23 gennaio 2009, un Commissario, che altri non è che il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e di affidare alla Protezione Civile la vigilanza sull’attuazione del Piano Carceri.
Un passo della Relazione del Ministro è significativo per comprendere come all’organizzazione formale non corrisponda un apparato pronto ad operare. Si legge. “Sempre in attuazione del Piano Carceri, il Commissario Delegato, esercitando i poteri straordinari conferitigli, ha potuto richiedere e ottenere la collaborazione di tutte le amministrazioni interessate e, in particolare, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria…” (pag.194) . In pratica, grazie ai poteri straordinari, il Commissario ha ottenuto la collaborazione del Dipartimento di cui è Capo.
L’”Edilizia Penitenziaria” dovrebbe essere affrontata seriamente e vista non come soluzione al sovraffollamento, ma per costruire edifici mode rni che possano sostituire quelli esistenti, ormai fatiscent! i, di cu i l’80% è stato costruito più di 100 anni fa.
Allarmante poi il previsto ampliamento e/o la costruzione di nuovi padiglioni all’interno delle vecchie strutture, perché riduce ancora di più lo spazio all’aperto dei detenuti e allo stesso tempo, con il numero di agenti e personale rimasto invariato, incide negativamente sull’organizzazione di una situazione già al collasso.
Senza tener conto che vi sono almeno 40 Istituti Penitenziari già costruiti e mai utilizzati. Alcuni esempi: a Gela, in Sicilia, il carcere è stato progettato nel 1959, i lavori sono iniziati nel 1982, sono durati 25 anni, ma non è ancora operativo. A Morcone, in Campania, l’Istituto è stato completato nel 1995 e non è stato mai utilizzato perché ritenuto antieconomico. A Buschi, in Sardegna il carcere è costato 5 miliardi di lire e non è mai andato in funzione. A Castelnuovo della Daunia, in Puglia, l’Istituto è arredato, inutilmente da 15 anni. A Cropani, in C alabria, vi abita solo il custode. A Pescara, il penitenziario di san Valentino, pronto da 15 anni, non è mai stato collaudato. Pronti e mai collaudati anche gli Istituti di Licata in Sicilia e quello di Codigoro (Ferrara). Dopo 17 anni dall’inizio dei lavori, attende di essere completato l’Istituto di Revere (Mantova), costato fino ad ora 5 miliardi di lire.
E’ dichiarata ancora una volta  imminente l’assunzione di nuovi agenti di Polizia Penitenziaria, con la “riprogettazione della pianta organica”. Con l’art. 4 della L.199/2010 è stata autorizzata l’assunzione di 1.800 unità , non ancora però finanziata. E’ stata, infatti, allo stato, congelata in attesa di risorse. Alcun cenno all’assunzione di educatori - nonostante vi siano vincitori di concorso in attesa da anni – psicologi ed operatori, figure essenziali per l’opera di rieducazione e trattamento. Le risorse per l’area trattamentale sono state ridotte del 30%.
A proposito d i risorse, il progetto dei  braccialetti elettronici pe! r i dete nuti agli arresti domiciliari, costa allo Stato Italiano 11 milioni di euro all’anno, che, dal 2001, vengono versati alla Telecom, con un contratto vincolante fino al 2011. Coloro che effettivamente ne usufruiscono sono una decina di persone, con un costo di circa un milione di euro all’anno per ciascun braccialetto.
“Il Carcere Possibile Onlus”, il 13 aprile u.s., ha depositato un esposto alla Corte dei Conti affinché si faccia luce su tale spreco di danaro pubblico, in un settore come quello della Giustizia dove mancano i beni di prima necessità.
La situazione nelle carceri italiane è allarmante per le condizioni di vita dei detenuti e degli stessi operatori dell’amministrazione penitenziaria. Al fine di ripristinare, nei limiti del possibile, la capienza tollerabile negli Istituti, sono stati effettuati, nel corso dell’anno 2010, 6.565 trasferimenti di reclusi comuni, che vanno ad aggiungersi a quelli disposti dai Provveditorati in ambito regionale . Tali trasferimenti sono in netto contrasto con il principio della territorialità della pena previsto dall’ordinamento, per consentire un effettivo recupero della persona detenuta, che richiede relazioni stabili e assidue sul territorio, con i propri familiari e i servizi territoriali della regione di residenza.
Le Camere Penali, in questa continua emergenza, hanno, da tempo e in innumerevoli occasioni, indicato la strada da seguire.
RICORSO A PENE ALTERNATIVE AL CARCERE E A SANZIONI DIVERSE DALLA DETENZIONE
Le statistiche hanno costantemente dimostrato che il detenuto che sconta la pena con una misura alternativa ha un tasso di recidiva bassissimo, mentre chi sconta la pena in carcere torna a delinquere con una percentuale del 70%. Occorre convincere l’opinione pubblica che con le pene alternative si abbattono i costi della detenzione, si riduce la possibilità che il detenuto commetta nuovi reati, con aumento della sicurezza sociale. Senza misure alternati ve recidiva e insicurezza aumentano.
LA RIFORMA ORGANICA ! DEL PROC ESSO PENALE
La metà dei detenuti sono in attesa di giudizio. Il ricorso sempre più ricorrente alla misura cautelare in carcere e la durata dei processi produce questo dato abnorme con “presunti innocenti” che scontano pene disumane. Occorrono urgentemente nuovi investimenti nel settore Giustizia, sia in tecnologie avanzate, sia aumentando l’organico degli Amministrativi e dei Magistrati, anche richiamando al “processo” quelli impegnati altrove.
Evitare che la misura cautelare sia la vera pena da scontare. Inoltre, sarebbe opportuno razionalizzare le risorse, responsabilizzando i dirigenti degli Uffici, ai quali va impartita un’adeguata formazione.
L’EFFETTIVO VALORE DELLA RILEVANZA PENALE
Nonostante l’emergenza la politica del Governo va sempre più verso una maggiore carcerazione, con una riduzione proporzionale della discrezionalità del Magistrato. Molte ipotesi di reato vengono inutilmente aggravate per facili consensi sull’onda di fatt i di cronaca che hanno allarmato l’opinione pubblica. Alcune fattispecie vanno poi depenalizzate, perché troverebbero, nella sanzione amministrativa, un corretto deterrente.
Si rispettino i principi costituzionali e le norme in vigore, si inizi a ragionare su prevenzione e rieducazione. Una maggiore repressione e una maggiore carcerizzazione, non solo non migliorano la vita dei cittadini “liberi”, ma non dovrebbero trovare applicazione in un Paese civile.
Il rinnovato “stato di emergenza” preveda un tavolo permanente, dove non occupi due sedie la stessa persona, ma vi siano rappresentanti dell’amministrazione giudiziaria, degli enti locali, Avvocati e Magistrati, per individuare finalmente la strada da seguire.
Avv. Riccardo Polidoro - Presidente "Il Carcere Possibile Onlus" - Camera Penale di Napoli

 

Progetto “Bollati e liberati”


La II Casa di Reclusione di Milano/Bollate rappresenta, sul piano nazionale, la sperimentazione
concreta di un nuovo modello di esecuzione penale detentiva, che nasce dall’esigenza di
reinserimento sociale sul territorio dell’utenza e di prevenzione della recidiva, come previsto dalla
Costituzione. La premessa di fondo per il raggiungimento di questi obiettivi è costruire, in primo
luogo, un tempo detentivo che abbia un senso, che trasmetta ai detenuti il valore della convivenza
(ancorchè forzata) basata su regole accettate e condivise, sulla responsabilità e sulla capacità di
autodeterminarsi anche durante la detenzione. Preparare i cittadini detenuti, già durante la pena, ad
affrontare l’esterno in modo libero e dignitoso non significa soltanto costruire “tout court”
opportunità e soluzioni socio-abitative; vuol dire anche costruire un clima e un ambiente che non
peggiora gli individui, attenuando la morsa del controllo totale, sostituito progressivamente da un
sistema di regole compreso, condiviso e rispettato. La Direzione della II CR di Milano Bollate e il
partenariato di progetto, attraverso questa proposta, intende perseguire quindi precisi obiettivi e di
conseguenza risultati. Innanzitutto la progressiva perdita dell’autoreferenzialità dell’istituzione in
modo che divenga un soggetto attivo del territorio di riferimento. Gli operatori del territorio (enti
locali, terzo settore, volontariato, servizi territoriali) lavorano quotidianamente nel carcere di Bollate
al fianco della polizia penitenziaria e degli educatori per favorire i processi di reinserimento sociale
dei detenuti. Il dover rendere conto del proprio operato a professionisti che vengono da fuori
costringe l’amministrazione a condividere scelte e decisioni, ad essere credibile e trasparente.
In secondo luogo il “modello Bollate” intende sviluppare un’organizzazione della giornata detentiva
frutto di scelte realizzate insieme da operatori e ospiti. Al centro dell’attenzione è il detenuto con la
propria dignità e la propria storia personale. Su questo, congiuntamente tra operatori interni ed
esterni, si lavora affinché il carcere non spezzi i legami con la vita sociale, ma possa rappresentare
una parentesi,(ancorché dolorosa), significativa per la crescita individuale. Da ciò, l’attenzione ai
legami affettivi, che vanno curati anche in carcere, con l’aiuto degli operatori, o la cura di devianze
che portano a reati terribili come quelli di violenza sessuale.. Per la realizzazione di questi obiettivi le
organizzazioni esterne sono di vitale importanza, in quanto trait-d’union con le istituzioni esterne.
Infine l’accompagnamento graduale dei detenuti verso una definitiva libertà con il coinvolgimento
delle realtà del territorio; anche su questo punto è statisticamente provato che guadagnare la libertà in
modo graduale, con un tutoraggio e un accompagnamento da parte degli operatori, abbatte
sensibilmente la recidiva. Per questo a Bollate si investe non solo sul lavoro (interno e esterno
all’istituto), ma anche sulla costruzione di percorsi extramurari, con particolare attenzione al
problema degli alloggi.
Il perseguimento di questi obiettivi non può prescindere dalla peculiare strategia che
contraddistingue gli interventi della II CR di Milano Bollate. Dal 2002, ormai, il progetto Bollate
viene gestito con una collegialità di interventi, in modo che gli enti pubblici e il privato sociale non
solo sono chiamati alla realizzazione degli obiettivi, ma anche alla loro individuazione. I “Tavoli di
Bollate” con cadenza trimestrale riuniscono tutti gli enti che a qualunque titolo lavorano al Progetto,
con lo scopo di esaminare i problemi e le criticità di ciascun settore operativo (scuola, lavoro,
quotidianità penitenziaria, attività culturali, terapeutiche, sportive) e di enucleare congiuntamente
come affrontarli. Il progetto che si propone oggi è figlio di questo modo di lavorare e viene
presentato dopo avere valutato, da parte di tutti, le priorità. Questo lavoro corale è finora stato la
garanzia del funzionamento di questo Istituto e dei risultati che in otto anni abbiamo conseguito.

A cura della Direttrice della Seconda Casa di Reclusione di Milano Bollate dr. Lucia
Castellano
Analisi di contesto
La II Casa di Reclusione di Milano Bollate è così suddivisa ed “abitata”:
Come si evince dalla tabella i reparti VI e VII, oggetto di specifiche azioni di questa proposta, sono
numericamente corposi. Questo elemento, unitamente alle oggettive difficoltà che richiede un intervento
di reinserimento socio-abitativo e di relazione con le famiglie sul territorio di questa particolare utenza2,
giustificano e rendono necessarie le azioni previste. Il target di intervento delle azioni di housing sociale e
di sostegno alla genitorialità e alla famiglia interessano comunque tutti i detenuti dell’Istituto, i fruitori di
permessi, gli ammessi a misure alternative, gli ex-detenuti, e le persone sottoposte a misure penali nel
territorio dei distretti dell’ASL Milano 1 e dei loro familiari (in particolare in presenza di figli minorenni).
La metodologia di intervento, a partire dalle azioni svolte nei raparti interni, fino all’inserimento nei
progetti di rete orientati al reinserimento sociale sul territorio, è in sintonia con la “filosofia d’intervento”
della II CR di Milano Bollate: sviluppo del senso di responsabilizzazione del detenuto (ri-attivazione)
durante la detenzione e al contempo avvio di percorsi di inclusione sociale a favore dello stesso.
AZIONE 1: L’avvio
In questa fase viene costituta l’equipe di progetto e la “cabina di regia”; si tengono i primi incontri della
“cabina di regia”, composta dai partner progettuali, dalla Direzione della II CR di Milano Bollate, dagli
educatori, gli “agenti di rete” (educatori esterni all’amministrazione penitenziaria che operano in Istituto
sulla base un finanziamento di Regione Lombardia) e gli operatori penitenziari; predisporrà la
calendarizzazione delle selezioni dei destinatari e l’avvio delle azioni progettuali.
AZIONE 2.A: Il 7° reparto
Nel mese di marzo 2009 la II Casa di Reclusione di Bollate ha visto l’apertura di un nuovo reparto, che
oggi ospita 150 detenuti per arrivare ad un totale di 400. Gli ospiti del nuovo reparto sono soggetti fragili,
detenuti con difficoltà psicologiche, transessuali, detenuti “protetti” dagli altri in quanto coinvolti in
processi o appartenenti alle forze dell’ordine, sex offenders destinatari di specifiche azioni trattamentali.
Questi detenuti sono quelli che spesso negli altri Istituti Penali vengono “protetti”, perché sono
considerati incompatibili con gli altri detenuti e spesso anche con le azioni di reinserimento sociale.
L’obiettivo è la creazione di una organizzazione del tempo vissuto all’interno del nuovo reparto (il 7°)
analoga agli altri reparti, sia dal punto di vista della libera fruizione degli spazi, sia dal punto di vista delle
opportunità di essere inseriti nelle attività di ricreazione, rieducazione, accesso ai servizi di reinserimento
sociale. Questa azione prevede interventi di carattere educativo (3 educatori) e psicologici (1 psicologo)
che, interagendo con i servizi e le attività interne assicurate dagli operatori penitenziari e dal volontariato,
permetteranno il perseguimento degli obiettivi sopradescritti.
AZIONE 2.B. IL Trattamento avanzato dei sex offenders.
L’azione è finalizzata alla costituzione di una unità detentiva differenziata con inserimento di detenuti in
celle singole, selezionati con approfondita attività psicodiagnostica, iniziale e di valutazione comparata
Reparto Caratteristiche Popolazione ristretta Presenze
I Detenuti “comuni” selezionati con fine pena medio lungo, di età anagrafica
mediamente compresa tra 45 e 75 anni e detenuti sex offenders
165
II Detenuti tossico/alcool dipendenti con presenza di operatori dell’Unità Penale
dell’ASL Città di Milano
201
III Detenuti “comuni” selezionati con fine pena medio lungo, di età anagrafica
mediamente compresa tra i 25 e i 45 anni e detenuti sex offenders
162
IV Detenuti giovani adulti e detenuti che hanno sperimentato in modo particolarmente
positivo il trattamento
100
V Detenuti ammessi al lavoro all’esterno 89
VI Detenuti selezionati autori di reato sessuale, sottoposti a trattamento sperimentale
intensivo
14
VII Detenuti che hanno commesso reati contro la libertà sessuale non inseriti nel progetto
cd “sex offenders” del VI reparto e detenuti provenienti dalle sezioni protette degli
altri istituti
115
Sez. Femminile Detenute comuni 40
Infermeria Detenuti con problemi sanitari 15
Isolamento Detenuti che transitano in questo reparto per motivo disciplinari o giudiziari 1
finale, per seguire un trattamento di 12-24 mesi con trattamento psicoterapico di gruppo, con
approfondimento individuali di carattere criminologico-clinico, psicologico e socio-educativo. Verranno
costituiti laboratori a matrice espressiva. Si prevede la supervisione periodica e in seguito
l’accompagnamento dei detenuti trattati nelle sezioni cosiddette comuni. Si prevede la presa in carico di
autori di reati sessuali e delle loro famiglie presso il Presidio criminologico territoriale del Comune di
Milano. Si prevede inoltre l’accompagnamento durante i permessi e la prosecuzione del trattamento sul
territorio finalizzato all’inserimento lavorativo e abitativo.
AZIONE 2. C:. Il sostegno alla genitorialità e alla famiglia
L’azione si sviluppa in diverse sottoazioni: colloqui con i genitori detenuti, elaborazione/gestione delle
fatiche nell’espressione della funzione genitoriale, lavoro di mediazione con l’esterno, scuola per genitori
in carcere per affrontare i problemi legati alla separazione, esplorazione del tema della genitorialità in una
prospettiva di cambiamento per una maggiore consapevolezza di sé e della relazione, attivazione dello
“Spazio Giallo”: spazio di attesa per i figli e le famiglie prima del colloquio, “a misura di bambino” per
attenuare l’impatto traumatico e gestire il difficile tempo prima del colloquio, e dello “Spazio Giallo
Famiglie” mirato a prevenire l’acuirsi del disagio sociale e relazionale che può sfociare nell’abbandono
scolastico, perdita del lavoro o presa in carico di servizi sociali. Mediazione e facilitazione delle relazioni
attraverso gli incontri nella stanza dell’affettività, ambiente domestico per favorire la qualità delle
relazioni ed il recupero di gesti quotidiani. Ottica di prevenzione del disagio emotivo e sociale del minore
con focus sulla preparazione all’uscita e al reinserimento sociale. Colloqui padre-figli: particolare
attenzione al reinserimento familiare nella fase finale della pena favorendo un riavvicinamento con
colloqui presso gli Spazi Neutri dei comuni limitrofi del territorio.
AZIONE 2.D L’housing sociale
Gli interventi sono rivolti a persone detenute presso la II C.R. di Milano-Bollate , detenute in altri istituti
ma residenti nei comuni del distretto ASL1 o ivi sottoposte a misure penali o di sicurezza (e ai loro
familiari, anche in occasione di colloqui in carcere). Le accoglienze sono diversificate per ciascun ospite
in base al progetto definito con i servizi di riferimento. Sono disponibili 10 posti letto, di cui 2 dedicati ad
accogliere persone in situazione di disagio psichico. Sono previste sia accoglienze brevi (permessi), sia in
misura alternativa, sia a fine pena, finalizzate al conseguimento dell’autonomia abitativa e a sostenere i
percorsi di inserimento lavorativo e sociale, anche attraverso un sostegno socio-educativo Le accoglienze
sono temporanee e, indicativamente, hanno durata semestrale. L’eventuale prolungamento del periodo di
accoglienza è legato al positivo andamento del percorso e deve permettere all’ospite di raggiungere
l’autonomia abitativa. L’azione di carattere abitativo opera in sinergia con una più ampia rete territoriale
di accoglienza per persone sottoposte a misura penale (Un tetto per tutti), per garantire una maggiore
disponibilità degli alloggi e individuare la soluzione di accoglienza più appropriata. Verranno realizzate
alcune azioni trasversali che coinvolgeranno i diversi ambiti territoriali al fine di migliorare le capacità e
la qualità degli interventi e di consolidare le “buone prassi” di accoglienza.
AZIONE 3. Conclusione interventi e la rete sul territorio.
La conclusione degli interventi prevede: per l’azione rivolta al 7° reparto l’inserimento dei destinatari in
percorsi trattamentali simili agli altri detenuti e volti ad un reinserimento sociale a bassa probabilità di
recidiva, per l’azione rivolta ai sex offenders, creare percorsi di trattamento peculiari che riducano la
reiterazione del reato, per l’azione di sostegno alla genitorialità e alla famiglia la conclusione coincide
con il raggiungimento di una genitorialità più consapevole, di relazioni familiari qualitativamente
significative e la prevenzione del disagio sociale e relazionale nei minori, per l’azione di housing sociale
le azioni di accoglienza e accompagnamento socio-educativo coinvolgeranno i servizi territoriali sia negli
interventi, per migliorarne le capacità e la qualità, sia in maniera più ampia, per consolidare e diffondere
le “buone prassi” di accoglienza..
AZIONE 4. La diffusione sul territorio
In parallelo alla fase di verifica dei risultati si intende monitorare l’efficacia degli interventi soprattutto in
relazione alla diminuzione della recidiva. Si presenterà un’elaborazione dei risultati in una presentazione
pubblica per sensibilizzare il territorio verso interventi integrati che portano maggiore sicurezza sociale
mediante la prevenzione sin dall’interno del carcere. L’esperienza maturata dal progetto sarà una proficua
occasione di sinergia con gli interventi realizzati nell’ambito dei piani di zona territoriali.

 

“LE CARCERI ITALIANE DIMENTICATE DALLA LEGGE”, DI ADRIANO PROSPERI

ADRIANO PROSPERI da La Repubblica del 24 giugno 2011
«Quello della giustizia e della sua appendice carceraria è il tema principe della crisi del Paese»: così, parola più parola meno, sembra che abbia detto il ministro Angelino Alfano a Marco Pannella ricoverato per le conseguenze di un durissimo sciopero della fame e della sete sui problemi del carcere. Dispiace non poter essere d´accordo col ministro. Le sue parole sono un bell´esempio dell´arte del politico di mestiere di cambiare le carte in tavola. Il «tema principe» del Paese, cioè il problema dei processi di Berlusconi, non ha niente a che spartire con la questione carceraria. No, il carcere non è un´appendice del problema della giustizia, è “il” problema. Lo è in assoluto: noi non abbiamo per fortuna la pena di morte, ma abbiamo carcerazioni di una lunghezza tale da esserne l´equivalente. Eppure si dice che la gente chiede pene sempre più dure: sarà vero? Di fatto c´è solo che nel Paese non c´è un´emergenza criminalità. Tutte le statistiche dicono che in Italia il numero dei reati è fermo da anni. Eppure cresce di continuo l´affollamento delle prigioni.
I numeri sono impressionanti: la capienza delle carceri è di circa 45.000 posti, i numeri reali sfiorano i 70.000. Capienza: è il termine in uso per le discariche. Il carcere è la discarica della società, la sua pattumiera, il luogo dove i rifiuti umani vengono chiusi, dimenticati, distrutti moralmente o fisicamente. Quei settantamila per oltre il 60% appartengono alle “fasce deboli” della società: immigrati, tossicodipendenti, gente senza dimora, sofferenti psichici. Chi sono i veri responsabili della situazione? Il resoconto del “Gruppo Abele” di fine 2010 li indica senza incertezze: sono le leggi. Questo nostro Paese non ha ancora una legge che punisca la tortura: e da ciò l´imbarazzo su come punire le alte e basse cariche responsabili del massacro del G8 di Genova. Ma ha fior di leggi per mettere la gente in galera: per esempio la Bossi-Fini sull´immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex-Cirielli sulle recidive. E non parliamo dei Cie, dove Maroni vuol tenere i profughi e i clandestini per diciotto mesi. In galera si vive e soprattutto si muore: centosettanta i morti del 2010 di cui sessantacinque per suicidio. E il 2011 si avvia a battere il record. Ci sono quelli che vengono, per così dire, lasciati morire: la cronaca della mia città ha registrato il caso di Mario Santini, sessant´anni, un uomo definito “a bassa pericolosità”, morto in cella nel pomeriggio del 18 maggio scorso. Era malato, aveva bisogno di cure, è stato trovato morto. E ci sono quelli che in carcere entrano vivi e ne escono morti perché qualcuno li ammazza – qualcuno che dovrebbe essere responsabile della loro esistenza e dei loro diritti: si veda alla voce “Stefano Cucchi”, si leggano le altre storie come la sua che ci interpellano dai capitoli del libro di Luigi Manconi e Valentina Calderone, Quando hanno aperto la cella. Sono tutte storie dello stesso genere: appartengono a una umanità minore, residuale e per questo ritenuta non degna di essere difesa.
Al contrario è la società che bisogna difendere da loro: o almeno così pensa chi relega queste notizie nella categoria degli incidenti inevitabili. Bisogna che qualcuno muoia perché sulle condizioni delle carceri si accenda per un momento la luce della cronaca. Così come bisogna che le strade di Napoli trabocchino di immondizia perché qualcuno si preoccupi. Ebbene, è evidente che così non si può continuare: come per le discariche dei rifiuti anche per gli esseri umani rifiutati e lasciati marcire in galera c´è chiaramente qualcosa di sbagliato nelle leggi. Occorre promuovere una presa di coscienza nella classe dirigente del Paese che imponga una revisione legislativa delle norme criminogene accumulatesi negli anni.
Non bastano le pur meritorie iniziative di gruppi isolati e l´impegno di associazioni come quella che ha promosso il pellegrinaggio a piedi di un gruppo di carcerati raccontato in un bell´articolo di Avvenire di qualche giorno fa. Il problema del carcere è iscritto nella contraddizione tra la funzione di strumento “reintegrativo” dell´individuo nella società che la nostra Costituzione gli ha affidato e la realtà che ne ha fatto una macchina criminogena. Il carcere deve essere concepito come un luogo di passaggio e non come uno stato senza alternative. Una pena certa e un diritto penale minimo, secondo la proposta di Luigi Ferrajoli, debbono sostituire il calvario imposto da norme dettate dalla paura del “nemico della società”.
Così l´Italia non farebbe che tornare alle sue tradizioni storiche remote, quando intorno alle carceri si mobilitavano le migliori energie di una popolazione ben consapevole del fatto che lì si trovavano i più poveri e i meno tutelati della società. Quando, alla metà del Seicento, il vescovo modenese Gian Battista Scanaroli pubblicò il suo monumentale trattato su come doveva funzionare l´istituzione dei visitatori delle prigioni lo definì un libro nato “tra le catene dei carcerati”, “in mezzo alle tenebre dei poveri”. Nell´Italia dei consumi affluenti su quelle tenebre diventate impenetrabili deve accendersi finalmente la luce della ragione

 

Vendola non ha fatto nulla per i carcerati


Voce Repubblicana del 25 maggio 2011
Intervista a Sergio D'Elia
di Lanfranco Palazzolo

Il Governatore della Regione Puglia Nichi Vendola non ha fatto nulla per nominare il garante dei detenuti in Puglia. Lo ha denunciato il Segretario di “Nessuno tocchi Caino” Sergio D’Elia.
Sergio D’Elia, 194 detenuti del carcere di Brindisi hanno appoggiato l’iniziativa di Marco Pannella che prosegue il suo sciopero della fame iniziato lo scorso 20 aprile anche per ridare dignità ai detenuti italiani.
“Si tratta praticamente di tutti i detenuti della casa circondariale di Brindisi, tranne due sottoposti ad una terapia che necessità una particolare alimentazione. La conferma di questa iniziativa mi è giunta dall’Associazione Famiglie fratelli ristretti e dalla direzione della casa circondariale. Uno degli obiettivi di questa battaglia radicale è quello dell’amnistia. Lo stesso Pannella si è recato in visita nel carcere di Brindisi lo scorso agosto. Il carcere di Brindisi è uno dei pochi carceri italiani dove non c’è un sovraffollamento pazzesco. I detenuti sono trattati bene. E’ uno dei pochi casi in cui la condizione dei detenuti non è terribile. I detenuti di Brindisi hanno intenzione di condurre una battaglia non violenta”.
Qual è la condizione degli istituti penitenziari in Puglia?
“Questa regione è ai primi posti nella classifica del sovraffollamento. Nelle carceri pugliesi ci sono almeno 4449 detenuti, 2000 oltre la capienza naturale secondo i dati di marzo. Sono comunque 600 in più della soglia del tollerabile. Tra il 2010 e il 2011 sono circa una dozzina i detenuti che si sono tolti la vita o sono morti per cause da accertare o naturali nelle carceri pugliesi. Nel carcere di Lecce c’è una vera e propria emergenza carceraria. In quel penitenziario sono reclusi circa 1600 detenuti ammassati in spazi che, a norma di regolamento, potrebbero ospitarne almeno 600. In 12 metri quadrati sono sistemati 3 detenuti in un letto a castello. Ogni detenuto in quel carcere ha a disposizione 1,7 metri quadrati calpestabili. Questo significa che uno dei tre detenuti in cella si può muovere solo quando gli altri restano stesi sul letto. La giustizia europea ha condannato un detenuto bosniaco che aveva a disposizione circa 3 metri quadrati”.
Nichi Vendola, che passa per essere un Governatore progressista e attento ai diritti dei più deboli, come si è comportato di fronte all’emergenza carceraria?
“Nichi Vendola è apprezzato e votato perché ha un bel linguaggio. Il governatore della Puglia tollera che nella sua regione i detenuti siano trattati in questo modo. Vendola aveva ed ha tutti gli strumenti per intervenire in questa materia. Avrebbe potuto farlo già cinque anni fa, quando la Regione Puglia ha istituito la figura del garante regionale dei detenuti. A distanza di cinque anni questo garante non è mai stato nominato. Questo è inaccettabile”.

 

Carceri, balbettio parlamentare


L'articolo di Stefano Anastasia sulla situazione del carcere in Italia per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 1 giugno 2011.
Fonte: Il Manifesto, di Stefano Anastasia 01/06/2011
L’ultima e più clamorosa è stata la decisione della Corte suprema degli Stati Uniti, che ha riconosciuto la legittimità di quella adottata nel febbraio 2009 da una corte federale californiana che, a sua volta, aveva intimato all’Amministrazione Schwarzenegger di ridurre di un terzo la popolazione detenuta entro tre anni, essendo tenuta a garantire il diritto alla salute e a condizioni di vita dignitose ai circa 150000 detenuti di quello Stato. Se il Governo della California non dovesse provvedere nei tempi stabiliti, le autorità giurisdizionali potranno emettere ordini di rilascio fino al raggiungimento dell’obiettivo stabilito. Un paio di mesi fa era stata la volta della Corte costituzionale tedesca: l’esecuzione della pena può essere sospesa nel caso in cui l’amministrazione penitenziaria competente non sia in grado di garantire condizioni dignitose di detenzione. Intanto, il neo-segretario alla giustizia inglese, il conservatore Kenneth Clarke, ha fatto della riduzione della popolazione detenuta uno dei principali obiettivi del suo mandato: l’incarcerazione di massa costa troppo e non garantisce nessun risultato in termini di riduzione della criminalità. Questo lo scenario degli indirizzi politici e giurisdizionali che vanno maturando di fronte al sovraffollamento penitenziario, mentre davanti alle corti nazionali e internazionali si moltiplicano le richieste di indennizzo per condizioni di detenzione inumane o degradanti.
In questo contesto è caduta la ormai rituale discussione parlamentare di mozioni sulla politica penitenziaria italiana. Le divisioni e le assenze in una maggioranza allo sbando, all’indomani del primo turno elettorale per le amministrative, hanno fatto sì che il Governo “andasse sotto” più volte, con il risultato paradossale che, alla fine, la Camera ha approvato tutte le indicazioni contenute in tutte le mozioni parlamentari, di maggioranza come di opposizione.
In questo pot-pourri delle politiche penitenziarie si va dalla mozione di maggioranza che «impegna il Governo a proseguire nell’attività intrapresa, dando seguito alla completa realizzazione dei nuovi istituti penitenziari e alla programmata assunzione di nuovo personale», a quelle Fli e Udc che chiedono depenalizzazione e riduzione delle pene detentive, misure alternative e limiti alla custodia cautelare in carcere. Il Pd vuole che sia monitorata la riforma dell’assistenza sanitaria in carcere e cancellate le preclusioni all’accesso alle alternative per i recidivi. Tutti vogliono più poliziotti e qualcuno anche altro personale (Pd, Udc, Idv e Api). Notevole il richiamo Idv all’istituzione di organismi indipendenti di controllo delle carceri e alla formazione permanente degli operatori sui diritti umani e il reinserimento dei detenuti.
Nessuno obietta alla via edilizia per la soluzione del problema sovraffollamento, anche se qualcuno (Udc) dubita che ci siano i soldi per perseguirla. Fli torna a solleticare gli interessi privati nella programmazione urbanistica e nella realizzazione delle strutture. A nessuno che venga in mente l’alternativa che si va profilando fuori dai nostri confini: i (pochi) soldi di cui dispone lo Stato possono andare a sostenere percorsi di reinserimento di un numero contenuto di condannati, oppure possono essere spesi per allestire nuovi posti-letto in carceri prive di ogni offerta trattamentale e finanche della garanzia del diritto alla salute e a condizioni di vita dignitose.
Magistrale resta la mozione radicale: la Camera impegna il Governo «a dare attuazione … agli impegni già assunti più di un anno fa». Una mozione al quadrato, che impegna il Governo a ricordarsi di essere impegnato …. Poi, se mai si vorrà far sul serio, bisognerà tirare una riga e ricominciare da zero.

 
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