Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

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Premio “Carlo Castelli” per la solidarietà - 4ª edizione 2011

RICONCILIARSI CON LE VITTIME:
follia o guarigione?
Il tema prescelto per la quarta edizione 2011 del Premio “Carlo Castelli” per la solidarietà riguarda
il complesso nodo della riconciliazione, tra reo e vittima, tra reo e società.
Ogni reato ha sempre due facce: su una è impresso il crimine, sull’altra il danno e la sofferenza.
Dietro entrambe ci sono persone singole o gruppi di persone, se non l’intera comunità. Gli strappi causati
dalla condotta criminosa, anche quando sono irreparabili, possono e devono lasciare spazio ad una
profonda meditazione, che vada oltre il dolore e gli effetti spesso inutili e devastanti della pena.
Esperienze in atto di giustizia ripartiva, di mediazione penale e, in senso più ampio, di tentativi
di mettere di fronte rei e vittime, semplicemente per ascoltarsi, ci dicono che è possibile sperare nella
riconciliazione, se non altro in una presa di coscienza che interrompa la catena dell’odio.
È importante un’assunzione di responsabilità rispetto al dolore provocato. Il “debito verso la
giustizia” può essere saldato, in termini di carcerazione, ma il male e la responsabilità rispetto al male
non cessano automaticamente, senza una presa di coscienza ed un effettivo superamento dei propri limiti.
Sono questi, in sintesi, gli spunti su cui i concorrenti sono chiamati a riflettere, inviando i loro
elaborati nelle varie forme espressive preferite.

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Giustizia: meno fondi disponibili per il lavoro in carcere, diminuiscono i detenuti occupati


Adnkronos, 8 maggio 2011
Aumenta il numero dei detenuti ma diminuisce quello di coloro che lavorano. La causa, il budget
insufficiente sia per le retribuzioni che per coprire i benefici fiscali previsti dalla cosiddetta legge
Smuraglia. A sottolinearlo è la relazione sull’attuazione delle norme relative al lavoro dei
detenuti, relativa al 2010, trasmessa al Parlamento dal ministero della Giustizia.
Al dicembre 2010 i detenuti lavoranti arano 14.171, pari al 20,85% dei presenti (67.961),
rispetto ai 14.271 dell’anno precedente, pari al 22,03 dei presenti (64.791). “A fronte di un
consistente aumento della popolazione detenuta - nota il documento di via Arenula - non è stato
possibile, da parte dell’amministrazione penitenziaria, rispondere con un uguale aumento dei
detenuti lavoranti. (segue)
l budget largamente insufficiente assegnato” per la loro remunerazione “ha condizionato in
modo particolare le attività lavorative necessarie per la gestione quotidiana dell’istituto
penitenziario (servizi di pulizia, cucina, manutenzione ordinaria del fabbricato ecc.) incidendo
negativamente sulla qualità della vita all’interno dei penitenziari”.
Nel 2010 il budget è stato di 54 milioni, 215 mila 128 euro, del 12,49% superiore rispetto a
quello del 2009, ma tolti gli oneri per Inail, Inps e Agenzia delle Entrate, la disponibilità
economica per le retribuzioni è scesa a 49 milioni, 965 mila 319 euro. E per il 2011 il budget
complessivo diminuirà, scendendo a 49 milioni, 664 mila, 207 euro.
Anche il numero dei detenuti lavoranti addetti ai servizi di istituto -nota ancora la relazione
ministeriale- è diminuito, passando dagli 11.107 del 2009 ai 10.803 del 2010. Si è invece riusciti
ad aumentare il numero degli addetti alle lavorazioni industriali, da 582 a 609, grazie alle
numerose commesse concesse per la realizzazione delle suppellettili necessarie
all’arredamento delle nuove sezioni detentive di prossima apertura (letti, armadietti, sedie,
coperte ecc.).
Per quanto riguarda i detenuti lavoranti non alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria,
la cosiddetta legge Smuraglia, “che definisce le misure di vantaggio per le cooperative sociali e
le imprese che vogliano assumere detenuti e che aveva aperto prospettive di sicuro interesse
per il lavoro penitenziario, non potrà produrre ulteriori incentivi all’assunzione di soggetti in
stato di reclusione, essendo esaurito il budget a disposizione per la copertura dei benefici
fiscali”.
Il numero di assunti da imprese e cooperative, all’interno degli istituti o ammessi al lavoro
esterno e semiliberi è comunque cresciuto, passando da 1.895 del 2009 a 2.061 del 2010.
“Particolarmente significative - afferma il ministero della Giustizia - sono le esperienze in atto
presso gli istituti di Padova, Milano Bollate, Torino, Monza e Massa dove è forte la presenza di
imprenditori che hanno assunto un significativo numero di detenuti per attività lavorative
organizzate all’interno degli istituti”.
Importante ed efficace in questo contesto, nota la relazione ministeriale, è “la stretta
collaborazione” tra l’amministrazione penitenziaria e la Confcooperative Federsolidarietà, e in
particolare il Consorzio di cooperative sociali Cgm, con cui è stato siglato un protocollo d’intesa
per favorire lo sviluppo di opportunità lavorative per i detenuti. L’amministrazione penitenziaria
ha poi posto in essere interventi nel settore delle bonifiche agrarie, per creare nuove e
specifiche realtà agricole in istituti con le caratteristiche necessarie per ospitare questo tipo di
attività. Si tratta di iniziative che spaziano dall’orticoltura biologica alla frutticoltura in serra,
dall’allevamento dei conigli alla floricoltura, all’itticoltura e all’apicoltura. Settore, quest’ultimo,
che ha potuto contare sui fondi comunitari per la realizzazione di corsi professionali per circa
200 detenuti.

 

TRIESTE, DETENUTE TENTANO INSEMINAZIONE FAI DA TE: CASO GIUNGE IN PROCURA

 
Rimanere incinta per usufruire delle misure carcerarie più morbide riservate a chi, criminale o no, porta in grembo un bambino. Una trovata niente male, solo che il problema sorge quando si è impediti per regolamento a entrare in contatto con esponenti del viril sesso e non ce la si sente di scomodare entità ultraterrene. Ma a Trieste, le detenute - genialità femminile - avrebbero escogitato un modo per far sì che l'impossibile accadesse, o per meglio dire hanno trovato il modo per metterci i mezzi.

Il guanto della vita - La notizia diffusa oggi da numerose agenzie stampa ha suscitato lo stupore di molti: nel carcere Coroneo della città del Friuli Venezia Giulia- uno dei pochi centri di detenzione dove uomini e donne vivono, seppur separati, nello stesso edificio - da un po' di tempo a questa parte le signore che volevano rimanere gravide chiedevano un aiuto indiretto ai colleghi maschi.
Comunicando tramite le finestre che davano sul cortile, gli uomini facevano pervenire il proprio seme alle donne utilizzando come metodo di trasporto un guanto. Le detenute, poi, avrebbero pensato all'inseminazione fai da te, nella speranza che la gravidanza giungesse se non come dono di dio, almeno come frutto della creatività.
Il metodo però, a quanto pare non ha dato alcun frutto se non quello di consegnare alla notorietà le carcerate. Il direttore del penitenziario, Enrico Sbriglia, non appena è venuto a conoscenza di quanto accaduto, ha scelto di avvertire la Procura di Trieste. Tra i motivi, che hanno spinto Sbriglia a non lasciare scivolare la vicenda nel dimenticatoio, anche la preoccupazione per la salute delle donne che, non conoscendo il passato, ma soprattutto la situazione sanitaria, del proprio partner a distanza, potrebbero rischiare di contrarre gravi malattie: "Nessuna donna è rimasta incinta - ha dichiarato il direttore del carcere -ma l'attenzione degli agenti penitenziari su questo fronte ora è estremamente alta".

 

Lo sciopero dei direttori


Nella sola Toscana, otto istituti di pena sono senza guida. Scoperti altri uffici dell’amministrazione. Una situazione che ha portato i responsabili delle strutture a incrociare le braccia per tutto il mese di maggio.
Fonte: Terra, di Gianluca Testa 05/05/2011
E' scattato lo sciopero nelle carceri della Toscana. Stavolta non si tratta solo di un problema legato al sovraffollamento o alla carenza di personale di polizia penitenziaria. No, a far sentire la loro voce non sono né i detenuti né i lavoratori appartenenti al corpo. A scioperare da tre giorni (e così sarà per tutto il mese di maggio) sono invece i loro direttori. Infatti mancano i dirigenti. E soprattutto manca un contratto collettivo. La conseguenza di tutto questo porta a una condizione paradossale: ad oggi, in Toscana, ci sono ancora otto carceri senza direttore. Livorno, Gorgona, Massa Marittima, Pistoia, San Gimignano, l’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo, Massa e Gozzini. Ecco, queste sono le strutture che non hanno un dirigente.
 
Se poi aggiungiamo che sono scoperti anche diversi uffici per l’esecuzione penale esterna (Uepe) e ben dodici posti di dirigente al provveditorato regionale, si capisce il livello di drammaticità del mondo carcerario toscano. «Lo sciopero - spiega Franco Corleone, coordinatore dei garanti territoriali e garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze - interesserà tutte le prestazioni che ricadono fuori dal normale orario di lavoro». Corleone manifesta inoltre solidarietà «per chi difende il proprio lavoro e i propri diritti» e chiede che «il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria risponda immediatamente alle giuste richieste e trovi una soluzione per la copertura dei posti vacanti».
 
Mentre per il Lisiapp (sindacato del corpo di polizia penitenziaria) «urgono misure urgenti e una riforma dell’intero personale penitenziario attraverso l’istituzione di ruoli tecnici del corpo». Massimiliano Andreoni, educatore in carcere da quasi 25 anni, sottolinea la disattenzione «delle amministrazioni nazionali e regionali. Nell’interesse di tutti, per far sì che il carcere assuma davvero quella funzione educativa e rieducativa che la nostra carta costituzionale sancisce, occorre investire le nostre migliori risorse: idee, denaro, tempo».
Gianluca Testa*

 

RELAZIONE SUI SOPRALLUOGHI EFFETTUATI IN DATA 11 GIUGNO 2010 PRESSO GLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME) E AVERSA (CE)

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Una delegazione della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale, composta dal Presidente Sen. Ignazio R. Marino, dalla Sen. Donatella Poretti, dal Sen. Michele Saccomanno e dal Sen. Daniele Bosone, assistita dal consigliere parlamentare Dott. Silvio Biancolatte, dal coadiutore parlamentare Sig. Giampiero Bistoncini, dal consulente Dott. Lorenzo Sommella e dai componenti il nucleo di polizia giudiziaria della Commissione Marescialli Capo Claudio Vuolo e Massimo Tolomeo, in data 11 giugno 2010, alla presenza di personale dei N.A.S. Carabinieri di Catania e Caserta, ha effettuato un sopralluogo presso gli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari) di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) e Aversa (CE), nel corso del quale ha constatato quanto segue.
...

 OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)
...
All'interno della stanza contraddistinta dal n. 4, munita di letti particolari che presentavano un foro in corrispondenza del bacino, veniva rinvenuto il sig. Caretto Salvatore. Questi era nudo; coperto da un lenzuolo; in regime di contenzione attuata mediante costrizione a letto con una stretta legatura con garza, sia alle mani che ai piedi, che gli impediva qualsiasi movimento. L'internato presentava, altresì, un vistoso ematoma alla zona cranica parietale. In merito, si prendeva visione del registro dei trattamenti di contenzione dal quale emergeva che questi non era indicato (veniva acquisita copia del diario clinico del paziente e del registro dei trattamenti).
...
In generale, durante il sopralluogo emergeva il sovraffollamento degli ambienti, l'assenza di cure specifiche, l'inesistenza di qualsiasi attività educativa o ricreativa e la sensazione di completo e disumano abbandono del quale gli stessi degenti si lamentavano. I degenti, nella assoluta indifferenza, oltre ad indossare abiti vecchi e sudici, loro malgrado, si presentavano sporchi e maleodoranti.
...
 OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO DI AVERSA (CE)
...
In generale, anche in questa circostanza emergeva: il sovraffollamento degli ambienti; l'assenza di cure specifiche; l'inesistenza di qualsiasi attività; la sensazione di completo e disumano abbandono del quale gli stessi degenti si lamentavano. I degenti, nella assoluta indifferenza, oltre ad indossare abiti vecchi e sudici, loro malgrado, si presentavano sporchi e maleodoranti.
Dalle informazioni rese da alcuni ospiti emergevano casi di misure di sicurezza scadute da oltre 10 anni; oppure di cure mediche negate: come il caso del sig. Ferrante, il quale riferiva di aver chiesto invano da mesi di essere trasferito all'OPG di Barcellona Pozzo di Gotto, presso il quale avrebbe potuto ricevere cure mediche specifiche relative anche ad alcune patologie di cui soffre.

 

In difesa della morte (dignitosa) del mio assistito

 

Con sentenza del 20/1/2011,emessa nell'ambito del procedimento Haas/Svizzera, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo e' stata chiamata a pronunciarsi sulla possibilità che dall'art. 8 Cedu possa discendere il diritto a un suicidio dignitoso.

Nel caso di specie, la vicenda aveva ad oggetto il diritto di un cittadino svizzero, affetto da sindrome affettiva bipolare, di ottenere da uno psichiatra la prescrizione di una sostanza tale da garantirgli una morte sicura ed indolore.

La Corte EDU, pur non riconoscendo nel caso specifico la violazione della convenzione da parte della Svizzera, giustificandola sulla base della ampia discrezionalità concessa agli Stati firmatari sul tema della salvaguardia della salute dei cittadini, si e' pronunciata sulla corretta interpretazione da dare all'art. 8 Cedu.

La Corte di Strasburgo, infatti, ha per la prima volta affermato espressamente che anche alla luce della precedente giurisprudenza, il diritto di un individuo di decidere in che modo e quando porre fine alla propria esistenza e' uno degli aspetti del più ampio diritto al rispetto della vita privata tutelato dall'art. 8 della convenzione.

La rilevanza di questa sentenza rispetto alla attuale condizione dei detenuti nel nostro Paese, traspare immediatamente dalla semplice lettura dell'ormai quotidiana cronaca di ciò che accade nelle case circondariali italiane. In queste prime settimane del 2011 i detenuti che hanno scelto di togliersi la vita in carcere sono stati già 16, con una media di circa 5 suicidi al mese. Questi numeri, apparentemente altissimi, non offrono, tuttavia, piena contezza della situazione. Sedici, infatti, sono i detenuti che dall'inizio dell'anno sono riusciti nell'intento di dare esecuzione ai propri propositi, nonostante la difficoltà materiale di suicidarsi in celle con otto-dieci persone, senza strumenti adeguati e sfuggendo al controllo della Polizia Penitenziaria.

Il numero dei tentati suicidi registrati dall'inizio dell'anno, circa 220, rende meglio l'effettiva situazione esistente nelle nostre carceri. Se l'amministrazione penitenziaria lasciasse ai detenuti la libertà di decidere quando e in che modo porre fine alla propria vita, di certo ci troveremmo di fronte ad una soluzione al sovraffollamento carcerario numericamente più efficace rispetto, ad esempio, alla Legge c.d. svuota carceri, e forse addirittura maggiormente condivisa da quella area politica statutariamente contraria ai provvedimenti di indulgenza.

Una richiesta formale oggi avanzata da un detenuto all'amministrazione penitenziaria di fornirgli un luogo e uno strumento adeguati ad un suicidio dignitoso di certo troverebbe un ovvio rigetto da parte delle competenti autorità amministrative e giudiziarie. Se lo stesso detenuto chiedesse al suo avvocato una strada per impugnare tale rigetto, forse oggi quell'avvocato avrebbe qualche carta da giocarsi senza essere preso per matto. Quanti oggi si sentono frustrati nel non riuscire a tutelare il diritto ad una vita dignitosa dei propri assistiti detenuti, forse da domani potrebbero trovare qualche stimolo nel tutelare il diritto quanto meno ad una dignitosa morte.

Avv. Donato Sandro Putignano

Responsabile Centro giuridico forense “Prospettiva Legale”

 

Giustizia: prevenzione dei suicidi; la Circolare Dap di un anno fa è totalmente disattesa


Redattore Sociale, 11 aprile 2011
La presa di posizione avviene a più di un anno dalla divulgazione della Circolare del Dap, che prevedeva la formazione di alcuni agenti per prevenire i suicidi in carcere. Capece: “Gli psicologi? Poche risorse. Chi fa domanda oggi viene ascoltato tra 4 mesi.
A più di un anno dalla divulgazione della circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) che prevedeva la formazione di alcuni agenti penitenziari per prevenire i suicidi in carcere, nulla si è mosso. Lo affermano i sindacati di polizia penitenziaria: “Non è partito nessun progetto - commenta Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria (Osaap). Ed era stato l’unico tentativo, per quanto comunque insufficiente, di arginare l’emergenza suicidi”.La finalità della circolare era quella di avviare la formazione di 4-5 agenti in ciascun istituto, per dotarli delle conoscenze necessarie a valutare l’eventualità e il grado del rischio che i detenuti possano tentare il suicidio, oltre che a sostenerli nelle situazioni più critiche, quando lo psicologo non può intervenire immediatamente, per esempio nelle ore serali e notturne.Un’iniziativa resa necessaria dalla scarsità di risorse destinate al supporto psicologico nelle carceri: “Abbiamo calcolato che nel corso di un anno, dati i fondi disponibili, il numero degli psicologi e quello dei carcerati, ciascun detenuto avrebbe 30 minuti di ascolto” spiega Beneduci. Una mancanza di mezzi sottolineata anche da Donato Capece, segretario del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe): “Chi fa domanda oggi, viene ascoltato fra quattro mesi, a meno che non sia già stato individuato come soggetto a rischio”.Il problema come sempre sono le risorse: “La circolare è rimasta lettera morta perché mancano le strutture e il personale” spiega Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari. “Le circolari di questo tipo servono a tamponare il malcontento, ma è impossibile metterle in pratica se non sono accompagnate da finanziamenti” aggiunge Capece. Nel 2010 i suicidi di detenuti sono stati 66, nel 2011 se ne contano già 16.

 
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