Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Bacheca

Giustizia: detenuti stretti come galline... ma nelle carceri i Nas non intervengono mai?


di Silvia D’Onghia
Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2011
Dove è finito il Piano di Alfano? Risse tra reclusi, proteste violente. Quest’anno già 40 morti, 16 i decessi per suicidio, 17 per “cause naturali” e 7 da accertare. Scene da far west, di là dal muro che divide le persone libere da quelle recluse.
Otto detenuti si fronteggiano con l’uso di lamette, alcune delle quali applicate a piccole aste, in modo da formare rudimentali rasoi. Alcuni di loro rimangono feriti. A dividerli i troppo pochi agenti penitenziari. Accade il 10 marzo, nel carcere di Reggio Emilia, in cui vivono 322 persone, 150 in più rispetto al numero previsto. Due giorni dopo parte la protesta nella casa circondariale di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba: a orari stabiliti i detenuti percuotono i cancelli delle celle con pentole e ogni oggetto reperibile. Sono rinchiuse qui 310 persone contro una capienza di 238.Il 21 marzo il teatro della rivolta è il Marassi di Genova: due risse nell’arco di una sola giornata, tunisini contro albanesi, anche in questo caso tutti armati di lamette. Uno di loro rimane sfigurato al volto. Lo scorso fine settimana, a Novara, un detenuto aggredisce due sovrintendenti della polizia penitenziaria. Nello stesso giorno, a Sollicciano, un agente si è ritrovato con la frattura del setto nasale. Proteste pacifiche invece a Venezia, dove il vicesindaco ha chiesto l’intervento del ministero della Giustizia e l’Ordine degli Avvocati la chiusura della struttura.Il motivo delle rivolte è, ovunque, lo stesso: in cella non si vive, costretti a stare anche in otto persone, in letti a castello a tre piani, senza neanche la possibilità di stare tutti in piedi contemporaneamente. Con i cessi accanto alla branda, con gli spazi comuni che diventano formicai per poche decine di minuti al giorno. Senza attività ricreative, senza rieducazione, senz’aria. Rispetto a una capienza media di 45 mila, quasi 68 mila persone (67.648 secondo i dati dell’associazione “A buon diritto”) vivono così, anzi, non vivono così. Ecco perché sono quotidiane le risse, così come i suicidi.Mehdi Kadi era un 39enne algerino, arrestato nell’ottobre del 2008 in seguito a una rapina. Il 3 aprile si è tolto la vita impiccandosi nel carcere “Due Palazzi” di Padova. Mario Germani, 29 anni, è ricoverato in condizioni gravissime dopo aver tentato di suicidarsi nella sua cella del penitenziario di Viterbo il 2 aprile. Era stato arrestato nei giorni precedenti per essere evaso dai domiciliari. Nello stesso giorno è morto a Novara un suo omonimo, Mario Coldesina, 42 anni.Secondo i primi accertamenti, il decesso è avvenuto per soffocamento. Giovedì scorso a non farcela è stato Carlo Saturno, il ragazzo barese di 22 anni per la morte del quale la Procura sta procedendo con l’ipotesi di istigazione al suicidio. Dall’inizio dell’anno sono già 40 le persone morte nelle carceri italiane. La loro età media era di 37 anni.Ieri i carabinieri del Nas hanno salvato oltre un milione e centomila galline “prigioniere” in gabbie sovraffollate ben oltre i limiti di legge. Nessuno, invece, salva i detenuti. “Vige una cappa censoria - spiega Irene Testa, segretaria radicale de “Il detenuto ignoto”. Nessuno ne parla. Non lo fanno i parlamentari, non lo fa il governo, non lo fanno gli enti locali, non lo fa la tv. Gli italiani non sanno cosa accade oltre i muri”. La deputata radicale Rita Bernardini qualche mese fa ha depositato un disegno di legge per estendere anche ai sindaci e ai presidenti delle Province la prerogativa di sindacatoispettivo. “Se anche i primi cittadini potessero entrare in carcere come i parlamentari - prosegue Testa - forse si renderebbero conto dell’emergenza”. Finora alla proposta hanno aderito 62 sindaci e 21 presidenti di Provincia. Nel gennaio 2010, il ministro Alfano decise lo stato d’emergenza. Sarebbe dovuto cambiare tutto e invece, 15 mesi dopo, la situazione è peggiorata. Il Piano straordinario è morto nei cassetti del Guardasigilli e del commissario Franco Ionta. È stato inaugurato qualche padiglione che poi è rimasto vuoto per mancanza di poliziotti. Ionta ha dichiarato a Rai News che i 700 milioni di euro necessari al Piano carceri sono depositati su un conto presso la Banca d’Italia. Non si comprende dunque perché non vengano subito spesi. E il famoso ddl “svuota carceri” tanto sbandierato? Ne sono usciti 1.700.Vergogna nella vergogna: per far “non vivere” 68 mila persone, lo Stato ha speso - tra il 2001 e il 2010 - oltre 28 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i fondi stanziati per il Piano e la spesa per l’assistenza sanitaria, 90 milioni annui. Il 79 per cento dei costi dipendono dal personale, solo il 13 per cento dal mantenimento dei detenuti, il 4 per cento dalla manutenzione delle carceri.

 

Campania: completamente bloccata da un anno la formazione professionale per i detenuti


Ristretti Orizzonti, 11 aprile 2011
Da un anno gli Istituti penali per minorenni e per adulti della Campania senza attività di formazione professionale, e la regione continua a restare in silenzio.
Da un anno i circa 8.000 detenuti ristretti negli Istituti Penali Minorili (Nisida ed Airola) e Penitenziari per adulti (n. 17 strutture) della Campania continuano a restare senza le attività di formazione professionale che la Giunta Regionale e l’Assessorato alle Attività Produttive sarebbero tenute ad assicurare, anche sulla base di un piano formativo ampiamente concordato con questa Direzione e con il Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria, deliberato (Dgr n. 365/2010) e finanziato (con fondi europei Por 2007/2013 Misura 3.4), ed in dispregio di ogni normativa in materia (art. 27 Costituzione, art. 19 L. 354/75 cd Legge Gozzini, art. 42 Dpr 230/2000 che attribuisce la titolarità di funzione e l’obbligo di attuazione per dette attività alle Amministrazioni locali, Legge Costituzionale n.3/01 di modifica del Titolo V della Costituzione, le “linee guida in materia di formazione professionale e lavoro per le persone soggette a provvedimenti restrittivi della libertà personale” della Commissione nazionale Consultiva e di Coordinamento per i rapporti con le Regioni, gli Enti Locali ed il Volontariato del Ministero della Giustizia).L’unica scarna comunicazione preventiva pervenuta, a firma del Coordinatore d’area dell’Assessorato dr. Luciano Califano, rappresentava che la Giunta Regionale Campania ,con deliberazione n. 533 del 2.7.2010, aveva avviato “il procedimento amministrativo teso all’esercizio del potere di autotutela in merito alla deliberazione n. 365 del 23.3.2010 “Por Campania Fse 2007/2013 - Asse III - Inclusione sociale-Obiettivo Operativo g11-Favorire l’inserimento lavorativo dei detenuti minori ed adulti e degli ex detenuti per ridurne il rischio di rientro nel circuito dell’illegalità. Attività formative Istituti penitenziari. incremento risorse per le attività dell’annualità 2010”,con la quale in effetti si sospendeva con decorrenza immediata l’efficacia della deliberazione predetta.Si fa presente che nella precedente annualità 2009 (corsi che sono stati completati poi nei primi quattro mesi del 2010) erano stati attivati e realizzati n.7 corsi per gli istituti penali minorili di Nisida ed Airola (con costi di euro 239.400) e n. 25 corsi per carceri per adulti (con costi di euro 667.800).Per l’annualità 2010 erano stati deliberati già n.11 corsi per gli Ipm (con costi di euro 369.600),corsi che a tutt’oggi non sono stati mai avviati.Eppure, in una seduta consiliare del 13 gennaio 2011, l’Assessore Vetrella, ad un’interrogazione del consigliere regionale Barbirotti (Idv), rispondeva che “era stato predi-sposto l’atto deliberativo di cessazione della sospensione” e quindi non vi erano più ostacoli alla ripresa delle attività formative. Di quell’atto deliberativo non v’è più traccia: da gennaio continua il silenzio della Regione e soprattutto continua lo stallo di ogni iniziativa in merito.È da ricordare che questa Direzione, insieme al Prap da anni è componente stabile del Comitato di Pilotaggio finalizzato al monitoraggio, all’accompagnamento e alla va-lutazione degli interventi per la realizzazione delle attività formative destinate a detenuti minori ed adulti, istituito con Decreto Regionale della precedente Giunta; Comitato che, dopo questa improvvisa sospensione delle attività, senza alcuna formale comunicazione, non è stato più convocato né revocato con altra deliberazione. Il Comitato aveva attentamente programmato, con le deliberazioni regionali che ne fissavano contenuti e copertura finanziaria, l’avvio delle nuove attività corsuali per settembre/ottobre 2010, evento che - come sopra più volte riferito -  non è mai avvenuto. Le numerose sollecitazioni formali che lo stesso Ministero della Giustizia-Dipartimento Giustizia Minorile di Roma, questa Direzione Regionale ed il Prap della Campania hanno ripetutamente rivolto al Presidente della Giunta Regionale Caldoro, all’Assessore alle Attività Produttive Sergio Vetrella ed ai suoi Funzionari, richiedendo interventi risolutori ed incontri di chiarificazione, sono rimasti inevasi e caratterizzati da un “silenzio assordante” da parte di Istituzioni che dovrebbero rappresentare territorialmente tutti i cittadini, compresi i “reietti” che il Card.Sepe ha di recente definito “lebbrosi o pietre di scarto”.I minori ed adulti ristretti di questa Regione, salvo qualche episodico, ma significativo intervento di volontari e del privato sociale, continuano a permanere in uno stato di “ozio forzato”; in questo modo, per quello che ci riguarda, non è possibile attuare in pieno i provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria Minorile, che prevedono, insieme a misure cautelari, “di non interrompere i processi educativi in atto” (art. 19 Dpr 448/88 sul processo penale minorile). Evidentemente, non solo il “welfare è diventato un lusso”, ma anche il rispetto delle Istituzioni Statuali e dei cittadini, compresi quelli privati delle libertà personali; diritti costituzionalmente riconosciuti ed in Campania nell’ultimo anno sostanzialmente negati.
Centro per la Giustizia Minorile della CampaniaIl Dirigente, Dr. Sandro Forlani

 

Per le carceri 29 miliardi in dieci anni: restano alveari


Fonte: Il Sole 24 ore 10/04/2011
Mohamed, figlio di un tunisino arrivato in Italia negli anni '70, raggiunge il padre con la madre e i fratellini nell'89. Dopo la scuola dell'obbligo, decide di lavorare e di fermarsi con il padre a Siracusa, mentre il resto della famiglia torna in Tunisia. A 18 anni ottiene un permesso di lavoro, fa il cameriere e vive con la fidanzata italiana.

Per cinque anni va tutto liscio, poi perde il lavoro e si ritrova clandestino. Dovrebbe tornare in Tunisia, in un Paese che non conosce e in cui si sente «straniero». Resta in Italia e comincia a lavorare in nero, dando anche lezioni di italiano agli arabi che vogliono impararlo. Poi arriva l'accusa di molestie e il carcere. Ne esce quattro mesi dopo, in attesa di giudizio. Intanto la Questura gli notifica il decreto di espulsione. E lui ora deve scegliere: o sprofondare nella clandestinità - sfuggendo al processo e all'espulsione, ma rischiando un altro processo per mancata ottemperanza all'ordine di espulsione e con la prospettiva del carcere - oppure attraversare il Mediterraneo in senso contrario a quanto stanno facendo i suoi connazionali e a quanto fece lui stesso 20 anni fa.

Gli stranieri detenuti sono 24.829 e 1.301 stanno "dentro" solo per non avere eseguito l'ordine di espulsione. Sono un terzo della popolazione carceraria (67.615); un altro terzo (26.277) è rappresentato dai tossicodipendenti. Gli uni e gli altri, insieme agli "psichiatrici" e agli autori di "reati di strada", costituiscono la clientela abituale delle patrie galere: entrano ed escono senza che il carcere abbia per loro alcun senso, né rieducativo né di reinserimento sociale.

Le leggi sulla droga e sugli immigrati, complice la stretta sui recidivi e sulle aggravanti varata con la ex Cirielli e con i pacchetti-sicurezza, ha aperto le porte della galera a tanti che non dovrebbero starci. Molti anche gli imputati, 28.220, di cui oltre la metà in attesa della prima sentenza. I tempi lunghi del processo hanno trasformato la custodia cautelare in una pena anticipata. Le misure alternative (destinate non a "sfollare" ma a "reinserire") sono precipitate dopo la stretta della ex Cirielli: nel 2003 in misura alternativa c'erano 48.195 detenuti, 50.228 nel 2004 e 49.943 nel 2005; oggi ce ne sono appena 16.018. A gennaio 2010 il sovraffollamento delle carceri è diventato «emergenza nazionale»; sei mesi prima la Corte di Strasburgo aveva condannato l'Italia per trattamenti inumani e degradanti...

Dall'inizio della legislatura, la politica della carcerizzazione ha portato "dentro" 10mila persone (nel 2008 i detenuti erano 58.127). La «svuota carceri», approvata nel 2010, si è rivelata un flop perché ha fatto uscire (in detenzione domiciliare) solo 1.788 detenuti. Di riforma delle misure alternative non si parla più. Si attende il miracolo del «piano carceri», che finora ha prodotto 1.265 nuovi posti, ma i detenuti sono aumentati del doppio (2.533). Il sistema gira a vuoto. E costa: 29 miliardi di euro nell'ultimo decennio. Ma la manutenzione delle carceri e l'attività di rieducazione hanno avuto il 31% in meno dei fondi. Malgrado la leggera flessione degli ingressi, il sovraffollamento resta una piaga - condizioni invivibili, record di suicidi, scioperi dei poliziotti, proteste dei carcerati - e blocca ogni tentativo di risocializzazione dei detenuti. Anzi, il carcere, così com'è, produce il 70% dei recidivi. Un fallimento per la giustizia penale. Un boomerang per la sicurezza collettiva.

 

UNIONE DELLE CAMERE PENALI ITALIANE OSSERVATORIO CARCERE


Prime riflessioni sul d.d.l. n. 2568 riguardante le modifiche del Codice di Procedura Penale e dell'Ordinamento penitenziario a favore delle detenute madri


Il 30 marzo 2011 il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva il d.d.l. n. 2568 riguardante le modifiche del Codice di Procedura Penale e dell'Ordinamento penitenziario a favore delle detenute madri.
L'Unione delle Camere Penali Italiane non può che accogliere con favore tale provvedimento legislativo che elimina dal nostro Ordinamento quelle norme che, in violazione dei principi costituzionali di tutela della maternità e dell'infanzia, fino ad ora hanno impedito alle madri detenute di poter allevare i propri bambini al di fuori del carcere.
Tuttavia, ancora una volta, così come per il decreto C.d. "svuota-carceri", il testo di legge risulta troppo timido e sembra non tener conto del quadro normativo esistente e delle consolidate interpretazioni giurisprudenziali.
Nel testo licenziato (art. l) si prevede, modificando l'art. 275 co. 40 c.p.p., l'innalzamento del limite di età del minore (da 3 a 6 anni) quale circostanza ostativa all'applicazione o al mantenimento della custodia cautelare in carcere della madre (o del padre, alle condizioni ivi previste).
Ed invero, il perdurante richiamo ad "esigenze cautelari di eccezionale rilevanza", non meglio specificate, rischia comunque di consentire l'applicazione della misura, anche nelle ipotesi oggi introdotte, soprattutto nei confronti dei soggetti appartenenti a fasce sociali più deboli, con la paradossale conseguenza di vedere detenuti bambini sino ai sei anni di età.
L'art. 285 bis C.p.p. consente al giudice la facoltà (non l'obbligo) di disporre la misura cautelare presso un istituto a custodia attenuata per madri (ICAM) .
Tuttavia oggi è presente ed operativa in Italia una sola struttura, l'ICAM di Milano, mentre il d.d.1. approvato rinvia sul punto: "a far data dalla completa attuazione del piano straordinario penitenziario e comunque a decorrere dal IO Gennaio 2014", salva la possibilità di utilizzare nel frattempo i posti già disponibili presso gli Istituti a custodia attenuata, oggi individuati ma non operativi per carenza di fondi.
Inoltre l'ipotesi di cui all'art. 21 ter o.p. nel prevedere le visite al minore infermo in caso di imminente pericolo di vita e di gravi condizioni di salute, sembra limitarsi ai casi già regolati dai permessi ex art. 30, mentre non è stato previsto il caso di assistenza continuativa nell'ipotesi di malattia grave del bambino.
L'art. 3 ha modificato il testo della detenzione domiciliare, di cui all'art. 47 ter o.p., prevedendo la possibilità (per le sole madri, giusto il richiamo alla lett. a) e non anche alla lett. b) del co. l della norma) di espiare la pena in casa famiglia protetta.
Inoltre l'art. 47 quinquies è stato modificato prevedendo la possibilità per le detenute madri di prole non maggiore di anni 10 di scontare almeno un terzo della pena, o 15 anni per condanne all'ergastolo, presso un lCAM ovvero, in assenza delle circostanze ivi previste, in altri luoghi privati e/o pubblici. 

Tale nonna pare evidentemente avere una ratio non comprensibile posto che detto limite è comunque inferiore alla pena espianda.
A tal proposito occorre rilevare come tale articolo non contempli i padri, con evidente violazione dell'art. 3 della Costituzione.
Peraltro sono state escluse dal beneficio le condannate per i delitti di cui all'art. 4 bis o.p., riproponendo ancora una volta lo schema del doppio binario, da sempre avversato dall'Unione delle Camere Penali, poiché contrario all'art. 27 co. 3. Ancor più grave appare tale limite laddove si vorrebbe tutelare il minore e favorire il rapporto madri e figli, cosa che dovrebbe avvenire a prescindere dal titolo di reato.
Ed ancora, a fronte di una costante interpretazione restrittiva per quanto riguarda la concessione delle misure anche al padre in caso di madre assolutamente impossibilitata, sarebbe stato opportuno eliminare quell'''assolutamente'' che ha finora impedito la concreta applicazione della norma.
Per ultimo l'art. 4 rimanda ad apposito decreto del Ministro della Giustizia, da adottarsi (senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica) entro 180 giorni dall'entrata in vigore della legge, la determinazione delle case-famiglia protette.
Sul punto l'Unione delle Camere Penali e l'Osservatorio Carcere evidenziano che il d.d.l. n. 1129, recante misure per la creazione di case-famiglie per detenute con figli minori, prevedeva al contrario una norma che individuava nel dettaglio le funzioni e l'organizzazione di dette strutture. Inoltre l'art. 5 del d.d.l. individua la copertura finanziaria degli ICAM, riferita alle risorse indicate in ordine alla finanziaria 2010, con riserva rispetto agli effetti stimati in termini di indebitamento netto: la prudenziale previsione induce a dubitare dell'effettivo realizzo degli ICAM, e comunque a ritenere che le risorse che verranno effettivamente utilizzate saranno insufficienti a realizzare le finalità previste dal d.d.l..
L'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane si augura che, da un lato, il Governo realizzi al più presto le strutture che consentano effettivamente alle madri detenute di poter allevare i propri bambini in un luogo che non sia il carcere, e che, d'altro lato, la Magistratura di Sorveglianza applichi tali misure tenendo conto che in gioco vi sono valori costituzionalmente garantiti quali la tutela della maternità e dell'infanzia.
L'Osservatorio Carcere vigilerà affinché il Governo e la magistratura diano effettiva attuazione alla legge e segnalerà ogni stortura e inadempienza.
Roma, 5 aprile 2011
L'Osservatorio Carcere

 

Hiv in carcere, anche in Italia è ora di muoversi


Per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 30 marzo 2001 scrive Ralf Jürgens, co-fondatore del Network Legale Canadese per l’Hiv/Aids, membro del Reference Group sull’Hiv e i Diritti Umani dell’Unaids e del Comitato Consultivo Strategico e Tecnico dell’Oms per l’Hiv/Aids.
Fonte: Il Manifesto, di Ralf Jürgens 30/03/2011
 
I detenuti, quando entrano in carcere, sono condannati alla pena detentiva per i loro reati, ma non dovrebbero essere condannati all’Hiv e all’Aids. Non c’è dubbio che i governi hanno la responsabilità morale e legale di prevenire la diffusione dell’Hiv fra i detenuti e il personale del carcere e di prendersi cura di coloro che sono infettati. Hanno anche la responsabilità di prevenire la diffusione dell’Hiv nelle comunità. I detenuti sono la comunità. Essi vengono dalla comunità, e alla comunità ritornano. La protezione dei detenuti è la protezione delle nostre comunità (Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, 1996, 52ma sessione, punto 8 dell’agenda Hiv/Aids nelle prigioni - Dichiarazione del Programma Congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv e l’Aids, Unaids, Ginevra, aprile)

I tassi di Hiv nelle carceri italiane sono venti volte più alti che nella comunità al di fuori del carcere e i tassi di epatite C sono perfino più alti – e tuttavia le autorità italiane trascurano di intraprendere azioni per rispondere in modo adeguato a questa crisi della sanità pubblica e dei diritti umani.
Fino dai primi tempi dell’epidemia di Hiv, è stata riconosciuta l’importanza di implementare in carcere un insieme comprensivo di interventi sull’Hiv e sull’epatite C, compresa la fornitura di preservativi, di programmi di scambio di aghi e siringhe e di trattamenti per le droghe efficaci (particolarmente il metadone a mantenimento). Già nel 1993 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha risposto alla crescente evidenza dell’infezione Hiv nelle carceri emanando delle linee guida sull’infezione Hiv e sull’Aids nei penitenziari. Le linee guida sottolineano che “tutti i detenuti hanno il diritto di ricevere le cure per la salute, incluse  misure preventive equivalenti a quelle disponibili nella comunità territoriale, senza discriminazione.
Queste raccomandazioni sono state riaffermate più di recente, dopo che l’Oms, lo Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite sulle Droghe e il Crimine) e il Programma Congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv e l’Aids hanno commissionato una revisione delle evidenze sull’efficacia degli interventi per rispondere all’Hiv in carcere (Evidence for action technical papers. Interventions to address Hiv in prisons, 2007). I risultati di questa revisione non lasciano equivoci: molti paesi – ma non l’Italia – hanno fatto in modo che i preservativi e i programmi di scambio siringhe fossero disponibili in carcere e hanno ampliato largamente l’accesso ai trattamenti per la droga efficaci, in particolare i trattamenti con metadone a mantenimento per i detenuti dipendenti da oppiacei. Queste misure sono riuscite a ridurre la diffusione dell’Hiv e dell’epatite C in carcere, e in ultimo nelle comunità al di fuori del carcere, dove alla fine i detenuti rientrano. Di importante c’è che questo non ha avuto conseguenze negative per la sicurezza nelle prigioni e ora queste misure sono ben accettate dal personale delle carceri e dalle autorità nei paesi dove sono state adottate.
L’adozione di queste misure, lungi dal passar sopra all’attività sessuale e all’uso di droga in carcere, prende atto che il consumo di droga e l’attività sessuale esistono, nelle prigioni di tutto il mondo. La salute pubblica e i diritti umani richiedono ai paesi di agire in maniera pragmatica, invece di ignorare le evidenze schiaccianti e di far finta che la situazione nelle carceri italiane sia diversa – quando invece tutti i paesi nel mondo affrontano gli stessi problemi.
In Italia, come da tutte le altre parti, la sanità pubblica non può più permettersi di ignorare la salute in carcere. L’implementazione di interventi comprensivi ed efficaci per l’Hiv e l’epatite C nelle carceri è una componente importante dei programmi nazionali e regionali per l’Aids e l’epatite che non possono più essere trascurati. Con essa si riconosce che “la salute in carcere è la salute pubblica” e che promuovere la salute dei detenuti apporta benefici non solo ai detenuti, ma aumenta anche la salute del personale delle prigioni e la sicurezza del loro luogo di lavoro e contribuisce agli obiettivi di sanità pubblica.
Infine, l’azione per ridurre il sovraffollamento delle prigioni dovrebbe accompagnare – ed esser vista come una sua componente integrata – una strategia comprensiva per prevenire la trasmissione dell’Hiv e dell’HCV in carcere, per potenziare le cure in carcere e per migliorare le condizioni degli istituti penitenziari.

 

CARCERI/ Ci sono sistemi più avanzati del nostro. Guardiamoli


INTERVISTA A Giovanni Tamburino 

Dott. Tamburino, ilsussidiario.net ha avviato una riflessione sul tema del lavoro nelle carceri. La rieducazione non può fare a meno di un’assunzione crescente di responsabilità da parte dei detenuti. Il reinserimento attraverso progetti di lavoro è la strada maestra per attuare quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione?

Il lavoro è sicuramente una delle condizioni esistenziali che maggiormente favoriscono l’inserimento sociale, perché riguarda tutti, anche le persone libere: abbiamo un posto nella società anche perché lavoriamo e lavorare significa essere riconosciuti come membri utili di una società. Questo riconoscimento reciproco ci aiuta ad avere un'integrazione con gli altri. Questo è indubbiamente vero soprattutto per i detenuti, perché per molti di loro non c'è l'abitudine del lavoro. E identificarsi in un ruolo socialmente utile è senz'altro un fattore che può modificare profondamente la persona.

Si parla di funzione rieducativa della pena. Come va interpretata? Al pari di un trattamento? O come qualcosa di più profondo? Che considerazioni si sente di fare sulla pena in quanto tale? Rimane poi il problema di definire cosa vuol dire «rieducazione», visto che la giurisprudenza non offre una definizione di questo concetto.

Una premessa è secondo me necessaria: la pena è inevitabile nelle società, per come le conosciamo noi. È stato sempre molto suggestivo – e lo sarà sempre – concepire una società senza pena. Ma una società senza pena non è mai esistita. La pena è qualcosa in sé di negativo, che per quanti sforzi si facciano, rimane una risposta basata sulla privazione o sulla sottrazione di una prerogativa del soggetto. E non senza sofferenza. Un elemento negativo, direi, nella pena è inevitabile. Detto questo, è vero: la rieducazione non è espressamente definita dall’ordinamento giuridico. Ma da un punto di vista laico, dell'ordinamento generale, possiamo dire che la rieducazione è quanto meno l'abbattimento della recidiva. In passato ho usato questa espressione: rieducazione vuol dire far uscire dal “pozzo della recidiva” cioè aiutare le persone a liberarsi dalla necessità di commettere altri reati. Mi pare un requisito minimo su cui - anche in una visione laica, cioè che prescinde dall'assunzione di valori di altro genere rispetto a quelli propri del diritto - ci dovrebbe essere accordo generale. Ovviamente c’è una componente senza la quale non si può far nulla: la scelta del singolo.

Lei che esperienza ha di quest’ultimo fattore, così decisivo?

La mia esperienza è che è possibile uscire dalla “costrizione” della recidiva; però questo riguarda, da un punto di vista sperimentale, una certa percentuale, non riguarda la totalità e purtroppo nemmeno la maggioranza. Per certi reati però la non ripetizione del reato è più frequente. Nel caso dell’omicidio, che è il più grave dei reati, l’autore è soggetto ad una sanzione a cui si aggiunge anche il trauma della tragedia che ha fatto ricadere su un’altra persona. Ma questo gli dà anche la possibilità di meditare e di arrivare a una volontà ferrea di non ripetere il reato. Ciò avviene con una frequenza notevole. Per gli altri reati c'è da fare una distinzione. Ci sono persone che fanno un reato una prima volta. Tra queste una parte consistente non delinque più. Invece abbiamo tassi di recidiva altissimi là dove ci sono persone con una pluralità di reati. In conclusione: una parte di coloro che commettono un reato non ne commette altri, ma un'altra parte continua a farne, come se diventasse una scelta di vita. Per questi ultimi soggetti è molto difficile non ricadere nella recidiva, ma neppure in questi casi è impossibile uscirne.

Se si mette la rieducazione al centro della pena, come si giustifica un istituto come quello del 41 bis? Ha ancora senso parlarne oggi? Come può andare d’accordo con una concezione fondata sulla disponibilità del singolo a intraprendere un percorso di reinserimento?

Per dire che il 41 bis non abbia più senso oggi dovremmo trovarci in una società molto più sicura di quella italiana, dove la criminalità organizzata è un fenomeno sociale endemico. Abbiamo territori dove la legalità dello Stato è debole, se non assente. Se questa situazione fosse ridotta o estirpata, allora certi strumenti come il 41 bis potrebbero essere abbandonati. Ho vissuto tutti gli anni del terrorismo: in quella fase, quando la minaccia era gravissima, si dovette ricorrere anche a strumenti forti e proporzionati. E uno dei mezzi più importanti non è la proclamazione di pene altissime, come per esempio gli ergastoli, ma il momento dell'esecuzione. Si è capito, in quegli anni, che la fase dell'esecuzione, cioè il momento in cui si esegue la pena, è cruciale nel rispondere a un fenomeno criminale. La modalità con cui viene eseguita di fatto la sanzione è assolutamente rilevante dal punto di vista pratico. E il tempo del terrorismo ha mostrato l'efficacia di determinati strumenti relativi alla gestione della pena. Poi quando la minaccia del terrorismo è scomparsa - oggi ne abbiamo uno diverso, internazionale - allora certi strumenti si sono potuti abbandonare. Analogamente il 41 bis, oggi, è pensato per i fenomeni mafiosi, che purtroppo sono ancora molto forti nel nostro paese.

Lei ha esperienza del funzionamento del sistema carcerario all'estero. Che cosa possono insegnarci altri sistemi più efficienti del nostro?

Ho trovato che il sistema penitenziario spagnolo sia molto avanzato – e questo semplicemente perché è uno dei paesi che si è aggiornato più tardi. Ci sono due aspetti interessanti: il primo è che le pene inferiori a sei mesi non comportano mai il carcere. Cioè si considera che una pena troppo breve non consenta un lavoro utile sul detenuto e quindi sotto i sei mesi si trovano altre forme di risposta penale. Un secondo aspetto interessante del sistema spagnolo è che il personale penitenziario è profondamente integrato: non c'è propriamente una polizia penitenziaria perché la sorveglianza viene fatta dalla polizia esterna. All'interno c'è un personale in divisa, ma non di polizia, fortemente integrato con il personale del lavoro e della rieducazione. Poi la Germania, per il suo grado di efficienza e per certe soluzioni più moderne. Per esempio ho visto istituti ad alto indice di sicurezza, con forme di controllo avanzate, in cui il detenuto ha le chiavi della cella. Inoltre il lavoro dei detenuti in Germania avviene con percentuali ben più elevate che da noi: più del 50% dei detenuti, con alcuni istituti in cui a lavorare è il 90%.

Rispetto alla nostra è una percentuale abissale.

Sì, è una differenza abissale. E a occuparsi del lavoro è un manager, che deve far quadrare il bilancio alla fine dell'anno. Un altro aspetto che si riscontra all’estero, soprattutto in Inghilterra, è l'attenzione agli aspetti psicologici o psichiatrici del detenuto, che da noi è del tutto insufficiente per ragioni di spesa. Mentre occorrerebbe una presenza - senza fare del carcere un ospedale psichiatrico - che garantisca ai carcerati un'assistenza psicologica. Ovviamente ciò comporta dei costi. Ma ne varrebbe la pena.

Vorrei toccare un aspetto più personale del lavoro di un magistrato di sorveglianza. Avendo egli a che fare direttamente con il percorso del detenuto, verrebbe da pensare che sia più giudice di un rapporto tra persone che giudice di un fatto. Quanto un magistrato come Lei è esposto al rischio della libera scelta del detenuto di affidarsi a un percorso educativo o – viceversa – di tornare a delinquere? Penso al caso Izzo, per esempio. Quanto rischia un magistrato di sorveglianza in termini di responsabilità?

È vero che noi non siamo giudici del fatto, perché il fatto è già stato accertato, noi ci troviamo di fronte a una sentenza. Siamo piuttosto giudici della persona o più esattamente della trasformazione della persona. Noi dobbiamo cercare di capire se la persona che ha compiuto quel reato, magari gravissimo, sta cambiando e in relazione a questo cambiamento applicare, secondo le leggi, gli istituti che l'ordinamento penitenziario prevede. Questo giudizio sulla persona è difficilissimo. Chi può dire di conoscere la persona? Neppure noi conosciamo bene noi stessi e comunque non possiamo sapere come reagiremo in determinate situazioni; è un'operazione difficilissima. Un magistrato di sorveglianza deve ridurre il margine di rischio nei limiti di ciò che è ragionevolmente possibile. Tuttavia la società deve avere ben presente che – pur nel pieno rispetto della legge – il rischio non potrà essere del tutto eliminato.

Le leggi attuali lo aiutano o no?

Ciò che aiuta più di tutto è l'esperienza. Esperienza che non è solo il diritto perchè le leggi segnano una cornice, ma non dicono come si deve dipingere il quadro.

Cosa ne pensa degli istituti clemenziali? Vien da pensare che alcuni provvedimenti di amnistia e indulto potrebbero sembrare quasi interferenze nel percorso di responsabilizzazione che un certo detenuto sta facendo.
 

L’indulto risponde a motivazioni che sono completamente diverse da quelle che presiedono all'attività del magistrato di sorveglianza. Il magistrato di sorveglianza deve semplicemente capire se rispetto a un percorso di trasformazione della persona un determinato istituto penitenziario può essere adatto o no, naturalmente salvaguardando, nei limiti del possibile, i rischi per la società. Invece l'indulto ha bruscamente interrotto un percorso di recupero iniziato da anni, talvolta danneggiando lo stesso detenuto. L'indulto risponde a logiche politiche.

Gli extracomunitari stanno diventando una componente importante della popolazione carceraria. E i loro tempi di detenzione non sono mediamente dei più lunghi. Questo immagino che penalizzi l'attenzione verso possibili percorsi di rieducazione e lavoro, perchè il detenuto è già proiettato a quando sarà fuori. Che ne pensa? In secondo luogo, ieri il Consiglio dei Ministri, come già previsto, ha istituito il reato di immigrazione clandestina. Qual è il suo giudizio?

Rispetto alla prima domanda è vero, abbiamo in carcere una percentuale sempre maggiore di extracomunitari. In non pochi istituti ormai abbiamo doppiato la metà, ma ci sono istituti dove arriviamo al 70%. Questa presenza è pesantissima ed è complicata non solo dal fatto cui lei accennava, cioè che non si riescono a programmare interventi seri di recupero, ma soprattutto perchè, anche se le pene fossero più lunghe, ci sono notevoli difficoltà di lingua e di cultura. Quindi è vero che nei confronti di questa parte della popolazione si riesce a fare meno ancora di ciò che si faceva e si fa nei confronti del detenuto tipico. Non è una cosa semplice trovare una soluzione, si è fatto e si sta facendo ricorso a mediatori culturali, a forme e tentativi di integrazione, a volte anche con buoni risultati, però non bisogna farsi molte illusioni.

E sull'introduzione del reato di immigrazione clandestina?

Non mi sento di dare giudizi su ciò che farà, se lo farà, il Parlamento o su ciò che ha fatto il Governo. Penso che questo provvedimento dovrebbe essere accompagnato da una serie di altri interventi, senza i quali o resterà scarsamente applicato oppure in tempi brevissimi rischia di far esplodere le carceri.

Cosa dovrebbe accompagnarlo invece?

Dovrebbe trovare posto all'interno di una complessiva strategia di contenimento dei flussi che parta soprattutto dai paesi di provenienza, sulla base di accordi con i paesi di origine e di transito.

E dare seguito ad un programma di espulsione in modo capillare potrebbe rivelarsi a dir poco problematico.

Sarebbe difficile e costoso. Supponiamo che la permanenza clandestina sia un reato: ci troveremmo di fronte a migliaia o decine di migliaia di persone che un reato già l'hanno commesso e quindi saremmo nella situazione di dover fare dei giudizi penali, con il costo che ne consegue e con una macchina della giustizia penale già sovraccarica. E ci troveremmo ad avere nuove esecuzioni penali, con nuovi ingressi in carcere. E con un sistema penitenziario che esplode. Non mi permetto di giudicare il provvedimento, mi limito a notare che questa misura dovrebbe rientrare in una strategia più ampia di contenimento del fenomeno immigratorio.

 

CARCERI/ Quando il lavoro tra le sbarre cambia il volto dei detenuti


INTERVISTA  A Giovanni Maria Pavarin

 
Dott. Pavarin, si è parlato, anche su queste pagine, di filiera della sicurezza. Cioè che alla certezza della pena deve corrispondere la certezza del recupero: in vista di che cosa?

In vista del reinserimento sociale del condannato, che è garantito dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione. Nel concetto di rieducazione, che è uno degli scopi per non dire l’obiettivo principale della pena, è insito anche quello del reinserimento sociale. Al punto che si dice, ad esempio, che l’ergastolo è costituzionalmente legittimo in quanto può venir meno a seguito della concessione di benefici, come ad esempio la liberazione condizionale. Una pena eterna non sarebbe rieducativa, perchè non preluderebbe al reinserimento sociale del condannato, garantita a qualsiasi persona accetti il trattamento penitenziario. Infatti questo prevede il riappacificamento del soggetto con quei valori che ha leso commettendo il reato. Se uno non vuole aderire a questo percorso può anche rimanere in galera per tutta la vita, dice la Corte costituzionale, ma se uno vuole, tramite il trattamento può aspirare al reinserimento. E uno degli elementi di punta del trattamento penitenziario è proprio il lavoro.
 
Come va concepito, a suo modo di vedere, il lavoro in carcere?

Tradizionalmente la triade del trattamento era la religione, l’istruzione e il lavoro. Quest’ultimo, in base alla legge penitenziaria, costituisce l’oggetto di un obbligo da parte dello Stato, che è tenuto a far lavorare i detenuti o di dare lavoro, cui corrisponde il dovere del detenuto di prestare lavoro. Il lavoro non è però concepito come avveniva nel passato, cioè come elemento che fa parte della punizione, della retribuzione della pena. Mentre in passato la concezione dei “lavori forzati” aveva come presupposto che la penosità, la fatica del lavoro facesse parte del castigo. Oggi non è più così.
 
Quindi in passato aveva unicamente una funzione risarcitoria?

In passato aveva una dimensione risarcitoria della comunità, al punto che il lavoro non era retribuito. In origine l’ergastolo era proprio la pena al lavoro forzoso, dal greco ergàzomai, “io lavoro”. Era una pena, anche temporanea, che non presupponeva necessariamente la pena perpetua, ma il contenuto pregante era il lavoro gratis come servizio alla collettività. Così era anche nel diritto romano la condanna ad metalla, che presupponeva il lavoro gratis in miniera per lo Stato, per la comunità.
Oggi invece il lavoro penitenziario ha prima di tutto carattere retribuito, è oneroso, non è gratis. Al punto che il giudice del lavoro ha competenze sulle controversie che possono sorgere tra l’istituzione penitenziaria e il detenuto e in secondo luogo serve ad indurre mutamenti positivi nella persona che sta in carcere. Da noi sono pochi i detenuti in carcere che lavorano perché l’amministrazione non ha mezzi sufficienti. Diversamente da quanto avviene in altri ordinamenti: nel sistema penitenziario cinese, per esempio, non c’é detenuto in carcere che non abbia la possibilità di lavorare. Là però il lavoro è gratis.
 
Chi dà lavoro ai carcerati?

Il lavoro in carcere può essere svolto sia alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, sia alle dipendenze di imprese che vengono da fuori, come fanno al carcere di Padova la cooperativa Giotto o il concorso Rebus (di cui il sussidiario.net ha dato notizia, ndr.), che con la loro azione riescono ad ottenere un utile di impresa anche nelle difficili condizioni in cui si può lavorare all’interno di un carcere. Però, come ha detto Cantone, un’amministrazione sensibile può adeguare i ritmi interni in modo tale da non collidere con le esigenze della produzione e con quelle di chi ha bisogno di entrare e uscire dal carcere.
 
Che esperienza ha lei della positività del margine di successo di questi esperimenti di lavoro?

Intanto le posso dire che il detenuto cambia radicalmente l’espressione del volto. Io vado una volta al mese in carcere a fare colloqui ai miei detenuti di Padova, e quando vedo un detenuto, prima che apra bocca, capisco che c’è qualcosa di diverso. Di solito i casi sono due: o ha avuto una bella notizia da casa, un permesso, oppure l’hanno ammesso a lavorare. Cambia sensibilmente, diventa meno rancoroso, inizia una nuova vita. Intanto iniziando a percepire un po’ di soldi si sente di nuovo utile e spesso soprattutto gli extracomunitari riescono a mandare qualche soldo a casa. 50 euro in Italia non sono niente, ma altrove è molto diverso.
 
Avere un lavoro retribuito è dunque un elemento decisivo.

I detenuti riescono così a riscattare la loro immagine fatta a pezzi dalla condanna, perchè i rapporti spesso si incrinano con la famiglia, con la società, con gli amici; quindi il riuscire a contribuire al mantenimento di un figlio, a fare un regalo, mandare qualcosa fuori, significa dire “io valgo ancora qualcosa”, rimane una parte di umanità che viene ancora valorizzata e sulla quale qualcuno investe.
Poi c’é qualcuno che accede al lavoro dopo aver fatto un corso di formazione, per cui gente che entra senza sapere ne leggere ne scrivere acquista un diploma (licenza media, quinta elementare), fa un corso di formazione, comincia a essere utile e viene inserito in una filiera che gli consente di mettersi in gioco.
Si apprezza il denaro. Chi era abituato ad avere diecimila euro al giorno facendo il delinquente, non avrebbe mai immaginato che per guadagnare cento euro ci volessero otto ore di lavoro e questo fa scoprire a molti una dimensione della vita sulla quale non avevano mai riflettuto. E questo contribuisce ad aumentare il grado di revisione critica circa il disvalore delle condotte compiute. La prova dell’utilità del lavoro sta anche nel fatto che quando il lavoro viene meno e viene fatto fare a rotazione, e il detenuto non lavora più e passa in cella 20 ore su 24, è spesso soggetto a crisi depressive.
 
E nel caso di detenuti disturbati o afflitti da problemi psichici?

Il lavoro viene usato anche per i soggetti che hanno delle patologie psichiche. Mettendo dei soggetti seminfermi di mente a fare qualcosa, si è trovato che il lavoro ha una valenza terapeutica. Questi soggetti hanno un canale preferenziale e vengono messi a lavorare prima di altri. Altri ancora vengono ammessi in base all’anzianità di detenzione, alle condizioni della pena, alle condizioni economiche, al numero di carceri nei quali sono passati. Ci sono infine, in carcere, dimensioni del lavoro che mutuano quello che avviene nella società civile.
 
Può spiegare meglio?

Sono previsti addirittura accordi sindacali di intervento di enti di formazione professionali, di intervento della Regione, di aziende pubbliche o private convenzionate, un sistema di collocamento del lavoro all’interno del carcere. Che, purtroppo, è largamente disapplicato.
Purtroppo non si è attuato fino in fondo quello che l’ordinamento penitenziario ha previsto in materia.
Bisogna anche dire che non tutto lo stipendio va al detenuto, perchè una parte va trattenuta dall’amministrazione a rimborso delle spese di giustizia e di mantenimento del carcere. Anche le mercedi - non si chiama stipendio o retribuzione, purtroppo c’é ancora questo vecchio termine di mercedi - dovrebbero essere stabilite da una commissione composta dal direttore dell’amministrazione penitenziaria, dal direttore dell’ufficio, da un rappresentante del Ministero del Tesoro e del lavoro, dai rappresentanti sindacali, un sistema che purtroppo è rimasto largamente inattuato anche se previsto dall’articolo 22 della legge penitenziaria. C’è una parte importante di questa legge confezionata bene che però è rimasta disapplicata. Ma non mi chieda il perchè.

 

Quanto si sente esposto in termini di responsabilità alla libera scelta del detenuto tra la scelta di affidarsi ad un percorso lavorativo e la scelta – una volta fuori – di tornare a delinquere?

Ogni volta che si concede un beneficio a una persona che ha avuto una o più condanne si corre un rischio ineliminabile. L’importante è che questo rischio sia ragionevole. Una persona che ha commesso un reato è per definizione pericolosa perchè ha dato mostra di aver violato una o più volte la legge penale. Dobbiamo valorizzare il cammino che ha intrapreso questa persona e concordare con lui una riammissione all’esterno. Se il rischio è ragionevole non ritengo che il magistrato abbia responsabilità. Purtroppo è successo nel recente passato che la giustizia disciplinare, cioè il Consiglio Superiore della Magistratura, abbia sanzionato i nostri comportamenti.
 
Si riferisce a qualche caso particolare?

A quella in cui è incorso il tribunale di sorveglianza di Palermo, che ha concesso la semilibertà al signor Izzo. Da quella sentenza in poi sembra quasi che si sia affermata una sorta di responsabilità oggettiva in capo di magistrati di sorveglianza per le condotte poste in essere da soggetti che godono di benefici penitenziari, applicando la vecchia logica del post hoc, ergo propter hoc, ovvero “è successo dopo aver dato la semilibertà, quindi è colpa tua”. Speriamo che la Corte di Cassazione cambi i parameri di valutazione di quella che mi pare a tutti gli effetti l’esito di una logica deterministica.
 
L’attuale ordinamento aiuta del tutto il magistrato di sorveglianza?

No, lo espone a un rischio notevole anche perchè la pubblica opinione è un giudice ancor più severo degli esperimenti che finiscono male. Poiché la legge ci autorizza e non ci impone la concessione delle misure alternative e degli altri benefici, quando applichiamo questo nostra facoltà e l’esperimento va male è ovvio che la gente addita noi come responsabili. Questo può anche essere giusto, ma tenga conto che l’attività di osservazione della personalità in carcere è molto limitata e carente, ci sono pochissime figure di educatori e di psicologi che aiutano i magistrati a cogliere l’intima essenza della personalità.
In base alla legge ogni persona dovrebbe intraprendere, una volta entrata in carcere, una riflessione sulla condotta giuridica posta in essere, sulle motivazioni e sulle conseguenze negative che ha creato per l’intero Stato, per le vittime, per i suoi familiari e dovrebbe riflettere sulle possibili azioni di riparazione delle conseguenze del reato incluso il risarcimento del danno. Lo dice l’articolo 27 del regolamento penitenziario. A Padova però su 700 detenuti abbiamo 2 educatrici, che riescono a vedere il condannato mezz’ora ogni anno e mezzo. Ed è francamente insufficiente l’informazione che assumiamo noi con i colloqui che, una volta al mese, facciamo in carcere tentando di conoscere più da vicino il detenuto.
 
E questi colloqui sono condotti da voi magistrati?

Sì. Noi magistrati di sorveglianza abbiamo l’obbligo di fare i colloqui ai detenuti. Sono indispensabili perchè prima di concedere qualcosa a qualcuno bisogna averlo visto in faccia e avergli parlato a viso aperto. Lo porto in ufficio, ho una sua foto e di lì a un anno, quando lo vedo, cerco di affidarmi il più possibile alla sua storia, a quel che dice di sé, perchè se uno non capisce perchè l’altro ha delinquito dà un giudizio privo di fondamento logico.

Sono sempre di più gli extracomunitari nelle nostre carceri. Cosa ne pensa del reato di immigrazione clandestina all'esame del Parlamento?

A prescindere dalla valutazione giuridica, che non mi compete, di fatto avrà un impatto terribile sul sistema. Chi, naturalmente nel futuro e non nel passato, entra in Italia senza il permesso, commetterà un reato per il quale si prevede l’arresto in flagranza e il processo per direttissima.
Il giudice, anziché applicare la pena da sei mesi a quattro anni, ha l’obbligo di espellere il soggetto. Altro non è che un invito a lasciare il territorio. Se il soggetto non ottempera all’ordine del giudice commette un altro reato, punito con una pena da 1 a 4 anni. A quel punto il giudice del secondo reato potrà decidere se dare o meno la sospensione condizionale della pena, ma la sospensione non può essere data se il giudice non ha elementi per dire che il soggetto non delinquerà più. Essendo reato il mero fatto di stare in Italia senza permesso, il giudice non potrà mai presumere che il soggetto si asterrà per il futuro dal commettere lo stesso reato, e dovrà metterlo in carcere.
 
Il che vorrà dire costi e sovraffollamento.

Il sovraffollamento c’é già perchè in Italia entrano in carcere 700 detenuti al mese. Siamo quasi al livello del 30 luglio 2006.
 
Vuole spiegare al lettore cosa significa quella data che ha citato?

Il 30 luglio 2006 è il giorno della approvazione del provvedimento di indulto. Alla data del provvedimento c’erano in carcere 63mila persone. Con l’indulto se ne è andata quasi la metà. Abbiamo respirato, c’era spazio, c’era un clima buono, ma un po’ alla volta sono tornati in carcere o gli stessi soggetti o altri che hanno delinquito e adesso in carcere stiamo a 54-55mila. Tra qualche mese torneremo pieni come eravamo prima.
 
Sta facendo una considerazione quantitativa o sta entrando nel merito dell’indulto?

Non entro nel giudizio di merito né dell’indulto né del reato di immigrazione clandestina. Dico che è impossibile gestire questo nuovo reato e che una norma penale si delegittima nella misura in cui si sa già che non potrà essere applicata. Se entrano in Italia 100mila clandestini l’anno non possiamo fare 100mila arresti, né processi per direttissima, né eseguire espulsioni. È illusorio.
 
Un istituto clemenziale come l’indulto sembra venire in contrasto con il percorso di reinserimento di un detenuto attraverso il lavoro.

Certamente sì: viene cancellata una parte di pena in cambio di nulla. È stato un provvedimento ispirato a ragioni solo umanitarie. L’affollamento delle carceri era disastroso, è stato un gesto di umanità. C’era stato anche l’appello umanitario della Chiesa, dei volontari e dei politici che avevano frequentato i nostri istituti e avevano visto in che condizioni erano le nostre carceri. Si conoscevano bene i rischi e i pericoli sul terreno della sicurezza, è andata abbastanza bene perchè in fondo i soggetti indultati tornati a delinquere non sono stati poi moltissimi. Adesso però le condizioni che c’erano al tempo dell’indulto si stanno ricreando. La popolazione carceraria, con questa nuova legge sull’immigrazione clandestina, è destinata ad aumentare di migliaia di unità.

 
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