Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Bacheca

L'economia carceraria sul Sole 24 ore del 31 gennaio 2011


Un'articolo sul Sole 24 ore parla della crescita dell'economia carceraria e del ruolo di Fa' la cosa giusta
In vetrina i prodotti dei detenuti 
Sgravi fiscali e risparmi per le Pmi che lavorano con le carceri
Di Carlo Giorgi
Oltre duecento prodotti di ottima qualità e di ogni tipologia merceologica prodotti nelle carceri italiane da oggi si possono ammirare on-line sul sito del ministero di Giustizia (www.giustizia.it). Sulla homepage di via Arenula, infatti, è consultabile la "bacheca di prodotti dal carcere"; vetrina dell'artigianato di qualità che viene realizzato da oltre 110 tra aziende e cooperative all'interno degli istituti di pena italiani. I settori prediletti dei lavoratori-detenuti sono l'abbigliamento e l'alimentare, seguiti dall'arredamento 
d'interni. Tra le regioni di produzione, prima la Lombardia (con 114 prodotti) e ultimo il Molise (2). «La bacheca è già molto nutrita -spiega Antonella Barone, del Dap (dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) -, ma il censimento è in divenire e stimiamo che questo sia solo un terzo dei prodotti realizzati nelle nostre carceri». 
Il lavoro recluso finalizzato alla produzione e alla vendita di oggetti all'esterno, vede un momento di attenzione e crescita importante: anche nel 2011, per il terzo anno consecutivo, «Fa' la cosa giusta!», fiera nazionale del consumo critico (Milano 
25-27 marzo), dedicherà all'economia carceraria una sezione espositiva a sé stante. Mentre Regione Lombardia e Unionca- 
mere Lombardia, hanno da poco finanziato un censimento aggiornato delle realtà produttive delle carceri lombarde. Gran 
parte del merito di questa crescita è della cosiddetta Legge Smuraglia (legge 22.6.2000, n.193) che offre importanti sgravi fiscali e contributivi a cooperative e imprese che danno lavoro ai detenuti. La Smuraglia garantisce infatti il diritto a un credito d'imposta mensile di 516 euro per ciascun detenuto recluso assunto o in permesso di lavoro all'esterno (chiamati "articolo 21"). Inoltre, cooperative e imprese godono di un abbattimento dell'80% dei contributi Inps 
per i detenuti che lavorano all'interno (mentre solo le cooperative mantengono queste 
condizioni per quelli occupati all'esterno). 
«Portare occupazione dentro un istituto di pena ha anche altri vantaggi -spiega Nicola Di Silvestre, responsabile del lavoro penitenziario per il Dap -: infatti, utilizzando spazi dell'Amministrazione in modo gratui- to, gli imprenditori non pagano 
affitti, Ici, tassa rifiuti e sorveglianza; ma solo le spese di produzione e manutenzione dei macchinari». Facilitazioni per 
imprese e cooperative sono un punto importante della strategia del ministero: «La nostra missione è di far lavorare il maggior numero di detenuti -continua Di Silvestre-. Preferibilmente cercando di imitare lo stile di lavoro che c'è all'esterno. 
Una cosa, infatti, è lavorare alle dipendenze dell'Amministrazione, magari con incarichi di facchinaggio o distribuzione del vitto. Altra cosa è lavorare per una società esterna, con consegne e produttività da rispettare. Siccome i detenuti alla fine escono, è fondamentale orientarli verso la realtà che troveranno fuori». Secondo le ultime rilevazioni del ministero 
(giungo 2010), in Italia lavorano 14.116 detenuti, il 20,7% dei 69 mila reclusi totali. Di questi, gli assunti da imprese e cooperative sono 2.058, mentre i restanti 12 mila lavorano alle dipendenze dell'amministrazione. Mantenere e incentivare questi posti di lavoro non è semplice: uno strumento è costituito dalla firma di protocolli d'intesa tra il Dap e i consorzi di cooperative, come segnala una relazione sul lavoro recluso consegnata dall'amministrazione penitenziaria al Parlamento lo scorso novembre. Per chi lavora alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, invece, la situazione starebbe peggiorando: dal 2006 al 2010, secondo il Dap, i fondi destinati dal ministero alla remunerazione dei detenuti lavoranti sono passati da 71,4 milioni di euro a 54,2 (si veda il grafico) mentre il numero dei detenuti è lievitato da 51 a 68mila. Costringendo le direzioni degli istituti a ridurre l'orario di lavoro pro capite, per aumentare turni e soggetti detenuti cui poter garantire una pur minima fonte di sostentamento. Un capitolo importante nel 
campo del lavoro penitenziario è rappresentato dal lavoro agricolo. Tra i prodotti in mostra sul sito del ministero spiccano, 
ad esempio, i formaggi stagionati e il miele di timo con marchio "Galeghiotto"; sono prodotti di alta qualità realizzati dalle colonie agricole di Is Arenas, Isili e Mamone, in Sardegna.
Il Sole 24 Ore

 

TRATTAMENTO PENITENZIARIO E PROVVEDIMENTI DI RIGORE

Tesi di Laurea in Diritto dell'Escuzione Penale

della Dott.ssa Anita Digirolamo

(clicca qui per leggere l'opera per intero)

INTRODUZIONE

La normativa italiana in materia penitenziaria è ispirata al principio espresso dalla nostra Costituzione per cui (art. 27 terzo comma).
Questo principio viene ribadito e specificato ulteriormente dal primo articolo della legge contenente le norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà (legge n. 354 del 1975 c.d. O.P.) in cui si afferma che .
In questa stessa legge sono inseriti i c.d. provvedimenti di rigore, ossia quelle misure che prevedono, in determinate circostanze, una limitazione della libertà personale più rigida e incisiva. Questi provvedimenti vengono emanati per garantire ordine e sicurezza sia all’interno che fuori agli istituti di pena, e per cercare di prevenire fatti di reato particolarmente gravi come le stragi contro lo Stato avvenute negli anni Novanta.
Con questo elaborato si vuole analizzare il trattamento penitenziario ordinario con i suoi principi fondamentali ed elementi essenziali per poi passare all’esame dei singoli provvedimenti di rigore emanati dal legislatore per fronteggiare situazioni di particolare gravità, provvedimenti che derogano alle regole “ordinarie” di trattamento e talvolta stridono con il contenuto dei suoi principi fondamentali.
Il lavoro si articola in cinque capitoli.
Nel primo vengono analizzati i principi fondamentali del trattamento penitenziario, principi che vengono enunciati e descritti sia dalla nostra Costituzione che dalla legge sull’ordinamento penitenziario (l. 354/1975).
Alcuni di questi principi sono: la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo, anche se detenuto (art 2 Cost.); l’inviolabilità del diritto alla difesa (art. 24 Cost.); la presunzione di non colpevolezza per l’imputato (art. 27 comma 2 Cost. e art. 1 comma 5 O.P.); il divieto di porre in essere pene contrarie al senso di umanità e che non si prefiggano come scopo quello della rieducazione del condannato (art. 27 comma3 Cost. e art. 1 O.P.); l’imparzialità del trattamento (art. 3 Cost. e  art. 1 e 3 O.P.) ed il principio della individualizzazione del trattamento (art. 1 comma 6 O.P.).
Dopo questa disamina dei principi fondamentali vengono individuati i soggetti a cui questi principi si rivolgono, ossia i detenuti o gli internati, gli elementi fondamentali del trattamento penitenziario (istruzione, lavoro, religione e contatti con il mondo esterno) ed infine la strutturazione degli istituti di pena, strutturazione che viene fatta in circuiti diversi in base al grado di pericolosità al fine di garantire maggior ordine e sicurezza.
Nel secondo capitolo, invece, ci si occupa dell’analisi del concetto di “provvedimenti di rigore” in generale e della loro evoluzione nel corso delle varie riforme che hanno investito l’ordinamento penitenziario negli ultimi 30’anni.
Partendo dall’ormai abrogato art. 90, che ha rappresentato, per molti aspetti, il modello di riferimento utilizzato dal legislatore per configurare la disciplina ex art. 41 bis O.P., vengono analizzate le singole tappe evolutive di questi provvedimenti, dalla legge Gozzini dell’1986 ai decreti legge emanati durante la fase dell’ “emergenza criminalità organizzata” (1991/1992), fino a giungere alla riforma del 2002 che sembra aver stabilizzato la materia, anche se ancora molte sono le diatribe in merito.
Dopo questi due capitoli, che potremmo definire di disciplina generale, nei successivi tre capitoli sono stati analizzati nel dettaglio i singoli provvedimenti di rigore.
Nel terzo capitolo viene quindi esaminato l’art. 4 bis O.P. sul divieto di concessione dei benefici penitenziari a seguito di un accertamento della pericolosità del condannato fatta in base al tipo di reato da lui commesso. Nell’ambito di questo articolo, molto importanti sono l’istituto della collaborazione con la giustizia (ex art. 58 ter O.P.) e quello dell’ergastolo ostativo, una pena quest’ultima di cui molti non conoscono l’esistenza e che invece è abbastanza diffusa in Italia.
Successivamente viene preso in considerazione l’art 14 bis O.P. che disciplina il regime di sorveglianza particolare, una misura rivolta a coloro che turbano la sicurezza e l’ordine interni al carcere, che con violenza o minaccia impediscono le attività degli altri detenuti o internati, e che nella vita penitenziaria si avvalgono dello stato di soggezione degli altri detenuti.
Il quinto ed ultimo capitolo è poi rivolto all’analisi dell’art.41 bis O.P. (il c.d. carcere duro) ed in particolare alle caratteristiche del provvedimento che lo attua.
Obiettivo di questo lavoro è sottolineare le difficoltà che si incontrano quando occorre emanare ed applicare provvedimenti che prevedono un bilanciamento tra esigenze di difesa sociale e necessità di garanzia e tutela del singolo individuo, difficoltà che ancora oggi, dopo la riforma del 2002, il legislatore non è riuscito a superare.

 

Un deserto chiamato carcere


Franco Corleone, Garante dei detenuti di Firenze e neo Coordinatore nazionale dei garanti scrive per Terra del 26 febbraio 2011.
Fonte: Terra, di Franco Corleone 26/02/2011
La trasmissione di Iacona “Presa diretta” sul carcere ha mostrato a un pubblico assai vasto lo stato indecente delle carceri italiane, il non rispetto delle norme previste dall’Ordinamento Penitenziario e dal Regolamento di attuazione da dieci anni dimenticato, la violazione dei principi della Costituzione sul senso della pena.
Purtroppo non solo non scatta l’indignazione, ma addirittura un silenzio atroce copre la tragedia che si perpetua in una Istituzione totale e separata.
La rimozione da parte del ceto politico e della cosiddetta società civile non è catalogabile sotto il segno della distrazione ma si rivela come responsabilità colpevole del fiume di sangue che scorre in galera a causa delle migliaia di atti di autolesionismo, delle troppe morti “naturali” e del numero abnorme di suicidi, del sequestro di oltre ventimila tossicodipendenti e stranieri che non dovrebbero stare in carcere.
In questi giorni si sta consumando l’ennesima beffa, cioè il fallimento annunciato della legge Alfano sulla detenzione domiciliare per chi deve scontare una pena inferiore ai dodici mesi. A Sollicciano, il carcere di Firenze con quasi mille detenuti (il doppio di quanti dovrebbero stare), ne hanno usufruito in dieci. E pensare che qualche giornalista in veste di imprenditore della paura l’aveva definita una legge “svuota carceri”!
Il Coordinamento nazionale dei Garanti dei diritti dei detenuti ha deciso di lanciare una piattaforma per la riforma del carcere e di rispondere alla omertà diffusa. Sono stato eletto Coordinatore e il mio impegno sarà assoluto e senza limiti per porre nell’agenda della politica i temi che possono fare la differenza.
“Se non ora quando” potrebbe essere anche la parola d’ordine di questa campagna controcorrente: un nuovo Codice Penale che sostituisca il codice Rocco degli anni trenta, il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, il diritto alla salute dei detenuti, la liberazione dei bambini dalla costrizione delle sbarre, lo sviluppo delle misure alternative per favorire il reinserimento sociale. Sono alcuni degli obiettivi che indichiamo per la grande riforma della giustizia a partire dal carcere. Non le finte riforme per alimentare i privilegi di classe ma partendo dalla situazione degli ultimi realizzare la giustizia giusta. Sappiamo che occorrerà cancellare le leggi criminogene come quella sulle droghe che è responsabile del maledetto sovraffollamento.
Si tratta di una piattaforma su cui vogliamo costituire una grande unità di avvocati e magistrati e una azione comune con il mondo del Terzo settore per un rilancio del sistema dei diritti e del welfare nel nostro Paese.
La presenza dei Garanti in molte città italiane negli ultimi anni ha costituito l’unico elemento di novità e di speranza in quello che troppo spesso è stato definito come una discarica sociale.
Non ci aspettiamo nulla dal Governo, dal ministro pro-tempore della Giustizia, dall’Amministrazione Penitenziaria priva di un progetto per immaginare un modello di carcere responsabilizzante e non infantilizzante. Oggi come oggi neppure dall’opposizione vediamo segni di differenza. Le macerie securitarie e giustizialiste hanno colpito a 360 gradi (l’elogio dell’ergastolo lo dimostra) e la ricostruzione della cultura garantista e civile sarà necessariamente di lunga durata.
Le Regioni che hanno oggi la responsabilità di gestire la sanità pubblica in carcere potrebbero avere l’ambizione di governare anche il tema delle pene alternative legandole al territorio. Le Regioni, in particolare quattro regioni come la Toscana, l’Emilia-Romagna, l’Umbria e la Puglia dovrebbero nominare i Garanti regionali dei diritti delle persone private della libertà personale con un segno politico preciso, superando un ritardo intollerabile. Costruire una rete alternativa al potere centrale e alla politica inesistente di chi pensa solo a costruire nuove carceri è possibile.
Vendola, Marini, Errani e Rossi potrebbero battere un colpo con una sintonia eloquente. E’ l’ora della politica e dell’iniziativa dal basso.
Franco Corleone
Garante dei detenuti di Firenze
Coordinatore nazionale dei garanti

 

Verso una rivoluzione copernicana in materia di espulsioni?


La direttiva 2008/115/CE (direttiva rimpatri) e le sue ricadute sull’attuale normativa italiana
in materia di espulsioni e trattenimento nei C.I.E.
Seminario di studi ASGI – MD


Verona, 15 gennaio 2011
Guido Savio
***
Breve relazione introduttiva sulle differenze tra la direttiva rimpatri e la normativa italiana in
materia di espulsioni amministrative.
Delimitazione dell’indagine
Illustrare le differenze tra l’assetto della Direttiva rimpatri e il sistema delle espulsioni
amministrative italiane e della loro esecuzione costituisce lo scopo di questa relazione introduttiva
al seminario di studi, che, lungi dall’essere esaustiva, vuole essere uno stimolo per la discussione.
Altre relazioni valuteranno i riflessi della direttiva sui reati connessi alle espulsioni, dando atto delle
prime applicazioni,1 nonché gli effetti del diritto UE sul diritto interno, atteso lo spirare del termine
massimo di recepimento della direttiva stessa, senza che lo Stato italiano abbia provveduto a darvi
attuazione2.
Scopi della direttiva
Le finalità della direttiva sono espresse in trenta considerando, tra i quali mi preme ricordare:
1) L’istituzione di “un’efficace politica in materia di allontanamento e rimpatrio basata su
norme comuni affinché le persone siano rimpatriate in maniera umana e nel pieno rispetto
dei loro diritti fondamentali e della loro dignità” (considerando n. 3): quindi efficacia dei
rimpatri congiunta al rispetto dei diritti fondamentali delle persone costituiscono le
linee guida della direttiva. Si apprezzi questa prospettiva rispetto alla normativa italiana
dove la cronica inefficacia del sistema espulsivo è inutilmente fronteggiata da un’assurda
proliferazione di fattispecie espulsive

 

(clicca qui per leggere l'articolo per intero)

 

ROMPIAMO LA CORTINA DI SILENZIO SUI CENTRI DI DETENZIONE PER STRANIERI


Malgrado una rigida censura, sono sempre più frequenti le notizie di abusi che si consumano
all'interno dei centri di identificazione ed espulsione (CIE). Il prolungamento dei tempi di
detenzione amministrativa, fino a sei mesi, e le condizioni indegne nelle quali sono trattenuti gli
immigrati rinchiusi nei CIE, nei quali si fa ampio uso di psicofarmaci, non meno che l'assenza di
qualsiasi prospettiva di regolarizzazione, producono con cadenza quotidiana gesti di
autolesionismo, rivolte, tentativi di fuga seguiti da pestaggi ed altre misure punitive. Si
moltiplicano così le violazioni dei diritti fondamentali di persone comunque sottoposte a
limitazioni della libertà personale, trattamenti vietati dall'art. 13 della Costituzione, oltre che dalla
legge penale e dalle Convenzioni internazionali. La prospettiva dell'espulsione, le continue
visite degli agenti diplomatici, e gli interrogatori ai quali vengono sottoposti i migranti dopo il loro
rimpatrio forzato nei paesi di origine, in particolare nel caso dell'Egitto e della Tunisia, spingono
alla disperazione quanti rischiano di essere consegnati dalla polizia italiana alle forze di polizia
di paesi che non garantiscono alcun rispetto della dignità umana.
La repressione quotidiana all'interno dei CIE, controllati dai reparti antisommossa delle forze di
sicurezza, si rivolge verso una miriade di gesti di disobbedienza, spesso indotti dalla
disperazione di immigrati che si vedono negati qualsiasi prospettiva di futuro, e di rientro in una
condizione di legalità. Mentre si impedisce in tutti i modi la circolazione delle informazioni su
quanto avviene all'interno dei centri e
vengono criminalizzati coloro che continuano a manifestare solidarietà nei confronti di quanti vi
sono rinchiusi. La richiesta di incriminazione di medici che a Milano avrebbero curato il migrante
egiziano disceso dalla torre sulla quale rivendicava i propri diritti costituiscono un allarmante
campanello d'allarme per tutto l'associazionismo che non si fa complice delle politiche del
governo.

(clicca qui per leggere l'articolo per intero)

 

LA VERGOGNA DELL'ERGASTOLO BIANCO


Erasmus
Centinaia gli internati nelle case di lavoro in Italia. Dimenticati da tutti sono rinchiusi in carcere senza una pena da scontare né un'accusa di reato. Le misure di sicurezza detentive non sono collegate alla colpevolezza ma alla presunzione di pericolosità sociale. Così le case di lavoro sono la vera discarica sociale. Una vergognosa realtà italiana di cui nessuno parla.
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme."
Con questa riflessione - che Italo Calvino fa pronunciare a Marco Polo in un immaginario dialogo con il Gran Kan - si conclude il libro "Le città invisibili", un viaggio tra città che non esistono, inventate, che non richiamano alcuna città conosciuta. Un incontro tra due culture, quella del veneziano Marco Polo e dell'imperatore della Cina, tornata d'attualità in occasione delle olimpiadi di Pechino, facendo scoprire "città invisibili" ma che pure ci sono, e l'inferno che quelle città si rivelano per i loro abitanti. Così, nel particolare clima, non solo sportivo, che ha caratterizzato la manifestazione olimpionica, dalle colonne del Corriere della Sera il giornalista Fabio Cavalera tenta di raccontarci una di quelle "città invisibili" scoperte in Cina, fatte di violazione dei diritti umani, di crimini e vergogne, e alta solleva l'indignazione per la condanna ai "lavori forzati" di due anziane donne - la signora Wang e la sua amica Wu - nella Cina che si propone al mondo come paese sulla via della più completa modernizzazione ed invece si macchia ancora di orribili violenze. Fabio Cavalera, però, come tanti suoi colleghi giornalisti, è vittima innocente di infidi "maghi dell'occulto" che inducono ad una grave forma di presbiopia, così vede bene ciò che è posto lontano e si ritrova cieco quando guarda nella direzione di quanto gli è più vicino. Cieco, ma senza colpa, perché quello che è nelle più immediate vicinanze spesso è anche quello che meno si rende visibile, come le carceri e soprattutto come le case di lavoro che nell'Italia "culla del diritto" vedono internare centinaia di cittadini ogni anno. La maggioranza degli italiani non sa. I pochi che tale realtà invece la conoscono la tengono occultata - inferno nascosto in una città invisibile. Per gli uni e gli altri, allora, scopriamo il velo di invisibilità e ... ex umbris et imaginibus in veritatem: dalle ombre e dalle immagini alla verità affinché i primi sappiano e gli altri non sfuggano alle loro responsabilità.
Sotto l'etichetta "misure di sicurezza detentive" si comprendono la "casa di lavoro" e la "casa di cura e di custodia" (eufemismo codicistico per indicare i manicomi). Sono retaggio dei più bui periodi nazi-fascisti, quando gli ebrei e i rom si avviavano ai forni crematori e i vagabondi, gli alcolizzati, i senza fissa dimora e i diversi di turno si chiudevano in carcere o nei manicomi. Si chiudevano e si chiudono ancora oggi, atteso che quella norma nel nostro codice penale dal 1930 è sempre in vigore e abbondantemente applicata. Così è la casa di lavoro la vera discarica sociale, il luogo dove internare i soggetti scomodi per la società: i matti in manicomio (casa di cura e di custodia) e i "reietti" nelle case di lavoro. Comune, non a caso, il termine "internato". C'è gente che entra nel circuito delle misure di sicurezza per un anno e rimane intrappolata in carcere per un periodo di 8-10 e più anni che in teoria può prolungarsi ad libitum del magistrato di sorveglianza attraverso il perverso meccanismo della proroga. Quali le motivazioni per prorogare la misura? L'internato è senza famiglia, senza un lavoro, senza legami affettivi esterni e ciò non consente di sciogliere positivamente la prognosi di pericolosità sociale; e poiché in molti casi si tratta di soggetti che non hanno nessuno che si curi di loro la vergogna rimane ben nascosta. Si chiama casa di lavoro ma in effetti si tratta di carcere. La dottrina parla in proposito di "frode delle etichette" in quanto la misura di sicurezza detentiva nel nostro ordinamento è solo una variante nominalistica della pena, ridotta a strumento per aggirare i principi di garanzia propri della pena (principio di legalità in relazione alla durata della pena, principio di colpevolezza e principio di irretroattività). Cosa più aberrante è che le misure di sicurezza detentive hanno, nella sostanza, i connotati del carcere a tempo indeterminato: da qui il termine "ergastolo bianco" usato per definire informalmente, ma in modo incisivo, la misura della casa di lavoro. Ancor più aberrante se si consideri che le misure di sicurezza non sono correlate alla colpevolezza ma alla "pericolosità".
In vero, anche se uno dei presupposti per la sottoposizione alla misura di sicurezza è che il soggetto abbia commesso un "fatto preveduto dalla legge come reato" (ma nei casi espressamente previsti dalla legge è applicabile anche in assenza di reato) essa non è diretta conseguenza del reato stesso.
Per quest'ultimo, infatti, sopraggiunta la sentenza di condanna va espiata per intero la pena, mentre la misura di sicurezza è disposta con un provvedimento sostanzialmente amministrativo assunto dal magistrato di sorveglianza dopo che la pena è stata espiata e spesso quando il soggetto è da tempo in libertà completamente integrato nella società e nel lavoro. La preesistenza del reato, quindi, è piuttosto la base su cui il magistrato di sorveglianza fonda, anche con procedimento d'ufficio e con assoluto potere discrezionale, il giudizio di pericolosità sociale. Così le misure di sicurezza si affiancano, seguendola, alla pena (che però è definita nella durata per i limiti imposti dal principio di legalità) come un'ulteriore pena a tempo indeterminato. In pratica, chi era stato privato della libertà personale a titolo di pena, finita di scontarla entra in un altro stabilimento penitenziario con la stessa fisionomia a titolo di misura di sicurezza, senza peraltro alcuna certezza sul periodo di permanenza, essendo questo correlato alla valutazione del magistrato di sorveglianza sulla sussistenza della pericolosità sociale dell'internato. Ma se la misura di sicurezza non è una pena (e nominalisticamente non lo è) non può essere eseguita in carcere e l'internato non può essere sottoposto a regime penitenziario previsto per i detenuti definitivamente condannati o in custodia cautelare. Se è una pena (ma non lo è) essa deve rispettare e rispondere ai principi di legalità e determinatezza. Certo viola il principio di proporzionalità, riconosciuto dal TUE. La Corte Costituzionale, più volte chiamata a pronunciarsi sulle misure di sicurezza, glissa imbarazzata. La Costituzione prevede le misure di sicurezza sottoponendole al principio di legalità: riserva cioè al legislatore l'individuazione dei casi nei quali possono essere applicate. Quindi la distinzione tra le due tipologie di sanzioni deve fondarsi su una diversità di contenuti: in tanto può legittimarsi la presenza di misure di sicurezza detentive in quanto, e solo in quanto, le misure abbiano contenuti specifici e diversi. Invece la non distinguibilità delle misure di sicurezza detentive dalla pena restrittiva della libertà personale è, in primo luogo, registrato nel 1975 dalla riforma dell'ordinamento penitenziario che tendenzialmente estende all'internato - cioè a colui che sta scontando un misura di sicurezza detentiva - la disciplina prevista per l'esecuzione della pena detentiva, così avallando la "frode delle etichette".
Nessuna distinzione tra internato e detenuto quanto a trattamento, ma grave penalizzazione dell'internato sul piano delle garanzie. Le case di lavoro in Italia sono quattro. Dovrebbero essere istituti appositi, invece soltanto Saliceta San Giuliano, a Modena, è destinato a casa di lavoro. Per il resto si tratta di sezioni all'interno di un carcere: nel supercarcere di Sulmona, dove si tengono reclusi i detenuti sottoposti al regime del 41 bis e dell'alta sorveglianza, si tengono gli internati alla casa di lavoro. Castelfranco Emilia (Modena) è una casa di reclusione; nel carcere di Favignana internati e detenuti passeggiano, lavorano, condividono gli spazi comuni con condannati alla pena dell'ergastolo e per distinguere chi tra loro sia l'internato e l'ergastolano c'è un solo modo: chiederglielo. La differenza che continua a non vedersi, invece, è che l'ergastolano è in carcere perché è ritenuto colpevole di un reato e quindi condannato e in espiazione di una pena, l'internato è in carcere ma non ha nessuna pena da scontare e in carcere non dovrebbe proprio esserci. Ma Favignana è una storia a sé che merita di essere raccontata perché è la vera vergogna delle carceri italiane.
La struttura penitenziaria del carcere di Favignana che ospita indistintamente, senza separazione, sia la casa di reclusione sia la casa di lavoro, è un'antica fortezza sprofondata in gran parte sotto il livello del suolo. Le celle che ospitano i detenuti e gli internati sono tutte seminterrate, non hanno finestre, la poca aria e la scarsa luce entrano soltanto dalla stretta porta e da un'apertura tra la porta stessa e il tetto; alcune addirittura non hanno neanche quelle feritoie e si trovano ubicate all'interno di strutture chiuse. Al primo ingresso, detenuti e internati vengono allocati in una sezione di "osservazione": celle piccole e buie che si affacciano su un corridoio stretto e chiuso in alto da una copertura in plexiglass semitrasparente. L'aria non circola e in estate il caldo e l'umidità tolgono il respiro. Il passeggio è una "vasca" in cemento armato infuocata dal sole nella stagione estiva e invasa dalla pioggia in inverno: neanche un minimo di tettoia come riparo, né un posto per sedersi. Allucinante la sezione isolamento: quattro celle spoglie, totalmente interrate, senza finestre né luce. Una branda in ferro fissata a terra che in casi particolari rimane sprovvista di materasso. Nella sezione che ospita gli internati alla casa di lavoro, le celle - sempre seminterrate e senza finestre - si affacciano su un corridoio all'aperto che funge anche da passeggio per l'ora d'aria. In origine era il fossato del castello. Ospitano mediamente cinque internati, ma ci sono dei cubicoli (IV sez. celle 1 e 4) che rispecchiano la situazione della sezione isolamento: nessuna finestra, nessuna presa d'aria, anche nel pieno sole d'agosto bisogna ricorrere alla luce artificiale. Gli scarafaggi corrono dappertutto e di tanto in tanto fanno la loro comparsa anche i topi. Ma non è questo il solo e più grande rischio per la salute: i bagni all'interno delle celle hanno copertura in ethernit, materiale notoriamente cancerogeno per il contenuto di amianto e bandito ormai da molti anni. Le celle rimangono sempre chiuse. I detenuti e gli internati che svolgono attività lavorativa o fruiscono dell'ora d'aria escono dopo le 8.30. Dalle 15.30 chiusura definitiva. Gli internati rimangono quindi sempre a stretto contatto con l'elemento cancerogeno, spesso senza soluzione di continuità. La convivenza costringe nella medesima cella soggetti fumatori con non fumatori e, cosa di maggior gravità, vi è concreto rischio di trasmissione di malattie infettive quali l'AIDS e l'epatite C, riscontrandosi altissima percentuale di tossicodipendenti. La situazione diventa drammatica in estate, quando l'acqua viene razionata e scorre per non più di tre ore totali al giorno. Il corridoio che funge anche da passeggio non ha alcuna copertura, così la possibilità di fruire dell'ora d'aria è legata alle condizioni climatiche. La particolare struttura che vede la porta delle celle aprirsi direttamente sul corridoio all'aperto, comporta altri gravi problemi: il locale docce è posto in un angolo del corridoio-passeggio, quindi all'esterno. Per accedervi, in inverno bisogna percorrere il corridoio sotto la pioggia, al freddo, affondando i piedi nelle pozzanghere di acqua gelata che si formano al minimo rovescio. E quando si distribuisce il vitto, piove fin dentro i piatti, nei quali è inevitabile finiscano anche polvere e detriti quando spira il forte vento isolano.
Le attività lavorative a cui sono adibiti internati e detenuti consistono per lo più in mansioni di pulizia e servizi interni all'Istituto: lavoro discontinuo di poche ore a turnazione. Paga media mensile tra i 100 e i 200 euro, peraltro mai corrisposta puntualmente: passano anche tre mesi prima che l'internato percepisca quanto dovuto per il lavoro effettuato. Tantissimi versano nell'indigenza più assoluta e pur avendo lavorato rimangono senza i fondi per poter acquistare una bottiglia d'acqua o effettuare una telefonata alla famiglia. Essendo queste le condizioni, non si può certo dire che esista un "programma di rieducazione al lavoro", ed anzi è qualsiasi tipo di trattamento ad essere assolutamente assente. L'ufficio di sorveglianza competente è a Trapani, ma non c'è un magistrato di sorveglianza che vi sovrintenda stabilmente o comunque per periodi sufficienti alla previsione ed attuazione di un programma trattamentale. Lo strumento delle licenze, che per gli internati dovrebbe essere la norma, non viene applicato. Qualche internato all'articolo 21 lavora all'esterno della struttura penitenziaria, ma si tratta dei soliti lavori di manutenzione e tenuto conto che Favignana è una piccolissima isola, di fatto è come rimanere all'interno di una struttura penitenziaria allargata.
Sul sito internet della C.R. di Favignana si vanta la presenza di cinque palestre, campetto di calcio, laboratori e amenità varie. Ma le cosiddette palestre sono in gran parte "ripostigli" per qualche vecchia cyclette o attrezzi che comunque difficilmente trovano utilizzazione perché i locali che le ospitano non rispondono ai minimi canoni di igiene sanitaria: chiusi, senza finestre e senza la necessaria areazione; e il campetto di calcio ci sarà pure, ma ai detenuti e agli internati questo non è neanche dato saperlo atteso che non è nella loro fruibilità e disponibilità. In verità, si tenta alla bell'e meglio, con trovate di carattere meramente formale, di dare una quale parvenza di rispetto degli standard minimi di vivibilità ad una struttura vecchia di cinque secoli, fatiscente, che vive nella provvisorietà in attesa che sia completato il nuovo carcere già in costruzione sull'isola. Ma il rispetto dei diritti umani non può e non deve conoscere "pause", "parentesi" e "deroghe". La casa di lavoro di Favignana va chiusa perché non rispetta in primis il suo precipuo compito: quello di offrire una formazione lavorativa agli internati, poi perché in violazione della risoluzione ONU del '55 sulle regole minime per il trattamento dei detenuti, della nostra carta costituzionale, delle regole penitenziarie europee, ecc.. Intanto sono sempre più numerosi gli internati che attuano forme di protesta dallo sciopero della fame ad atti di autolesionismo. Alla fine di agosto sono circa 10 ed altri se ne aggiungono via via. Finora ogni voce di protesta la si è soffocata all'interno delle stesse mura della fortezza di Favignana. Il tema della riforma della giustizia e delle carceri è al centro del dibattito politico e nell'agenda degli impegni del governo a settembre. Ma la questione delle case di lavoro continua ad essere ignorata da tutti e forse anche per questo gli internati cercano di dare voce alla loro protesta portandola a conoscenza degli italiani e richiamando alle proprie responsabilità i soggetti che sovrintendono al funzionamento delle carceri. Il ministro della giustizia propone il ricorso al braccialetto elettronico per i detenuti condannati per reati di minor allarme sociale. Ma cosa giustifica il carcere per gli internati che non hanno alcuna condanna a pena detentiva da scontare? E' giusto infliggere il carcere a titolo di misura di sicurezza? Una giustificazione non può esservi, e l'unica risposta possibile il ministro Alfano potrà darla cancellando la vergogna delle case di lavoro, una vergogna che sprofonda l'Italia tra i paesi a più basso tasso di civiltà.

 

 Migranti, "esclusi" anche dietro le sbarre


Rieducazione, concetto fuori della realtà per i detenuti stranieri
di Bruno Desi avvocato, coordinamento nazionale Giuristi democratici
 

 
Il carcere l'aumento dei casi di suicidio, di malati di Aids, la protesta dei detenuti sottoposti al regime "duro" dell'art. 41 bis. Nei dibattiti e negli interventi sul tema si continua a parlare di rieducazione, di finalità costituzionale della pena, di recupero ed integrazione, della necessità o meno di ampliare le misure alternative al carcere.
Eppure sarebbe bene fermarsi e guardare a quel "fuori" dal carcere a cui tutti, a favore o contro, si richiamano. Nel nostro paese è presente una massa crescente di persone detenute - circa il 30%, vale a dire, secondo i dati più aggiornati, 16.892 su 56. 012 reclusi al luglio 2002 - per le quali la pena rieducativa, a prescindere da quello che ciascuno di noi può pensare sulla validità dell'opzione ideologica che la sottende, appare un concetto fuori dalla realtà.
Si tratta, è evidente, della popolazione straniera, quasi tutta irregolare, priva di radicamento legale con il territorio, destinata, una volta espiata la pena, ad essere espulsa, comunque, e a prescindere dal percorso maturato nel corso della detenzione.
E' noto che il dato relativo alla presenza di stranieri è destinato ad aumentare: l'inarrestabile flusso migratorio, le difficoltà di ingresso ed inserimento nel paese di arrivo, i meccanismi di repressione sempre più marcati (da ultimo la legge Bossi-Fini da noi, ma così è in tutta Europa), la precarietà socio-economica che sottende tutto ciò.
A questo si aggiunge che i periodi di detenzione per molti stranieri sono più lunghi, per mancanza di una adeguata difesa, perché spesso i magistrati basano il giudizio di pericolosità sociale sulla condizione di clandestino - senza documenti - casa - lavoro - a volte per difetto di comprensione di quello che sta succedendo (vogliamo dire che non ci sono interpreti nelle carceri italiane e che il nuovo regolamento penitenziario favorisce solo la presenza di mediatori culturali?).
Ora, se vale la finalità rieducativa della pena, e deve valere è ovvio per tutti, bisogna constatare che per un numero crescente e assai considerevole di persone quella finalità non può essere perseguita o, nella migliore delle ipotesi, può esserlo in modo differente.
Le misure alternative al carcere, semilibertà, affidamento, detenzione domiciliare, lavoro esterno presuppongono relazioni sociali, un lavoro (e quindi un regolare permesso di soggiorno), una casa, con qualche eccezione nella normativa che aiuta fiscalmente le imprese che assumono detenuti in corso di esecuzione pena, anche stranieri, per i quali, per il tempo del contratto, si deroga alla regolarità della permanenza sul territorio. Strumento poco utilizzato, che però non salva dall'esito scontato dell'espulsione.
Rendiamoci conto di essere davanti ad un nuovo scenario, impensabile ai tempi della nascita nel 1975 dell'ordinamento penitenziario e ancora lontano nel 1986 ai tempi della legge Gozzini.
E questa realtà ci impone di ripensare oggi il senso politico e le forme di attuazione del principio costituzionale che vuole una pena rieducativa, capace di reimmettere nel circuito sociale, forse oggi da riferire anche alle società di provenienza verso cui gli stranieri vengono poi rimandati.
E' possibile oggi ipotizzare la rieducazione di chi verrà poi espulso? E quali forme differenziate di trattamento si possono utilizzare, atteso che l'elemento centrale, per chi è in carcere, dovrebbe essere quel lavoro che non c'è, che diventa meta sospirata, anche per un periodo brevissimo, da parte di molti poveri della terra?
Ed ancora: che significato avrà, comunque, parlare di rieducazione con riferimento a persone che approderanno al carcere, con l'entrata in vigore della legge Bossi-Fini, per il solo fatto di non avere il permesso di soggiorno, senza avere commesso alcun reato, neppure il più modesto, per avere magari tentato con tenacia di affermare il proprio diritto ad una esistenza libera dal bisogno e dall'oppressione e che solo per questo sconteranno pene via via più severe?
E quando si dice, anche a sinistra, che bisogna ridurre il sovraffollamento, sembra ignorarsi che si è formato, da tempo, un doppio binario anche nella esecuzione della pena, e che la possibilità di contenere il numero dei detenuti non può riguardare, se non in minima percentuale, gli stranieri, a meno che già residenti e socialmente inseriti.
Questo è il dato oggettivo, da cui bisogna partire per un ragionamento complessivo sul significato e ruolo della penalità, oggi, che tenga conto del mutamento strutturale dell'universo "carcere" nel rapporto con l'esterno.
Con ogni probabilità alcune delle categorie socio-giuridiche sino ad oggi utilizzate appaiono più in parte svuotate di significato (rieducazione, reinserimento, etc.), mentre sullo sfondo si profila il progetto governativo, o meglio del ministro competente, ancora solo abbozzato, della privatizzazione delle carceri (in sintonia con il più complessivo disegno di privatizzazione della giustizia), pensato, dice Castelli - guarda caso - come soluzione anche per dare dignità e lavoro ai reclusi.
Il tema è complesso, e non basta essere contro, dimenticando i dati di realtà.
Dobbiamo imparare a non lasciare ad altri il dibattito su argomenti anche difficili, forse laceranti. E il carcere è uno di questi.

 
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