Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Bacheca

Dall’ergastolano-scrittore, in prima linea nella campagna per l’abolizione dell’ergastolo sostenuta dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi


CARMELO MUSUMECI

"GLI UOMINI OMBRA"
e altri racconti

Con testi di: MARIO CEVOLOTTO
ALBERTO LAGGIA
GIOVANNI RUSSO SPENA
VAURO SENESI
Illustrazione copertina di VAURO
Gabrielli editori 2010 f.to cm 14 x 21 pp. 192
ISBN 978-88-6099-108-9 - euro14,00
Lo puoi ordinare direttamente in libreria o presso l’editore
con spese di spedizione gratuite

www.gabriellieditori.it
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. - fax 045 6858595


“Gli uomini ombra” sono uomini come Carmelo Musumeci, scrittore detenuto, e tutti quelli che come lui scontano la pena dell’ergastolo ostativo, ovvero dell’ergastolo senza benefici, senza mai un giorno di permesso, senza alcuna speranza. Carmelo Musumeci con questi racconti “social noir” come ama definirli, ci parla della vita dietro le sbarre, protagonisti loro, i detenuti con le loro storie, il prima, il durante e spesso la fine, la morte, spirituale prima che fisica. Il riferimento ai fatti giornalieri di cronaca sulle condizioni pessime delle carceri italiane è eviden-te, in particolare per quanto riguarda la piaga dei suicidi in costante aumento. Sono racconti che si leggono d’un fiato, con grandissima partecipazione emotiva: di forte impatto, rendono evidente la lotta per l’esistenza per chi come il nostro autore non vuole arrendersi a perdere la speranza e a resistere per la libertà...
Il libro è uno strumento per approfondire la conoscenza della campagna per l’abolizione del “Fine Pena Mai”, sostenuta dall’Ass. Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi.


Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo senza benefici, si trova nel carcere di Spoleto. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”. Attualmente è iscritto all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica, ha terminato gli esami e attualmente sta preparando la Tesi con il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale. Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e da tre anni condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII. Autore di molti racconti e del romanzo “Zanna Blu” di prossima pubblicazione presso Gabrielli editori, è promotore della CAMPAGNA “MAI DIRE MAI” per l’abolizione della pena senza fine. Collabora con diverse testate e blog su internet come: urladalsilenzio.wordpress.com;

www.linkontro.info (collegata all’associazione Antigone), tiene un diario su www.informacarcere.it

 

Chi ha commesso un crimine è condannato a scontare la propria pena con la privazione della libertà, giammai della dignità! 


Dignità del detenuto 
dal libro “Vademecum sulla vita penitenziaria” a cura di Salvo Fleres, Lino Buscemi e Paolo Garofalo
 
Chi ha commesso un crimine  è condannato a scontare la propria pena con la privazione della libertà, giammai della dignità!
 
Salvo Fleres



 
“… Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di  molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi”.  (Cesare Beccaria – “Dei delitti e delle pene”)
Beccaria scrisse il suo trattato oltre 250 anni fa. E già allora evidenziava come la pena non dovesse essere uno strumento per “raddoppiare con altro male il male prodotto dal delitto commesso”, ma uno strumento per impedire che al male già arrecato se ne aggiunga altro, ad opera dello stesso criminale o di qualcuno che dalla impunità di chi delinque potrebbe essere incoraggiato. La pena quindi, lungi dall’essere la rivisitazione di una forma tribale di vendetta, deve essere vista come un mezzo di difesa, un mezzo di prevenzione sociale.
Da allora, l’attenzione per le condizioni dei carcerati, le disquisizioni sulla natura e la funzione della pena sono state una costante presenza nel dibattito etico-politico delle società liberali europee.
E non a caso, l’Assemblea costituente volle fissare nell’art. 27, quarto comma, della Carta Costituzionale italiana, una concezione in armonia con il principio della non afflittività della pena, ove recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Ma il principio costituzionale (come d’altronde, purtroppo, tante altre previsioni della Costituzione) non può certo dirsi che abbia avuto immediata e piena attuazione.
Le condizioni delle carceri in Italia sono state, dal dopoguerra ad oggi, troppo spesso considerate indegne di un paese civile, portando più volte l’Italia, anche di recente, persino all’attenzione di Amnesty International, la quale ha espresso giudizi severissimi sulle condizioni della vita carceraria italiana.
Un detenuto che abbia finito di scontare la sua pena e che sia tornato in libertà in un contesto sociale nel quale il reperimento di un lavoro è già difficile, anche per chi non deve portare il peso aggiuntivo della fortissima diffidenza che quasi sempre accompagna un “ex galeotto”, rischia di restare un disoccupato permanente, anche se provvisto della migliore buona volontà.
E se è fuori di dubbio che il reinserimento sociale di un ex detenuto passa obbligatoriamente attraverso l’esigenza insopprimibile di trovare un lavoro, le esperienze sino ad oggi realizzate sul piano dell’inserimento, come lavoratori dipendenti, di coloro che hanno precedenti penali non sono state molto incoraggianti.
Il presente lavoro rappresenta un contributo alla conoscenza della condizione penitenziaria nel nostro Paese ed è fondato, non tanto e non solo su quelle che sono le prescrizioni normative, che disciplinano questo delicato settore, quanto sulla loro reale e concreta attuazione, così come modellata dall’esperienza maturata nei rapporti intrattenuti sia con gli operatori carcerari, sia con i detenuti.
Il testo, infatti, si presenta come una sorta di breve manuale sulle prescrizioni, sui diritti e sui doveri del recluso, ma anche sulle motivazioni trattamentali che sono alla base delle varie disposizioni e dei vari comportamenti concreti tenuti in carcere.
Alla base dell’elaborato vi è, naturalmente, la legge 354/75, contenente le “norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” nonché il relativo regolamento di esecuzione contenuto nel DPR 29.4.76 n. 431 e nel DPR 230/2000, che ha sostituito il vecchio codice risalente al 1931, superato dalla Costituzione Italiana del 1947, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, dalla successiva Convenzione Europea del 1955, dalle “regole per il trattamento dei detenuti” adottate dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 1973, ma vi sono anche una serie di considerazioni e di indicazioni frutto di una diretta osservazione di quello che comunemente viene definito il “pianeta carcere”, partendo dal dato contenuto nell’art.1 della citata legge 354/75, secondo il quale “il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità delle persone”.
Giova inoltre ricordare che sempre in base al citato art.1 della legge 354/75, “il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, ad opinioni politiche o a credenze religiose […] che non possono essere adottate restrizioni non giustificabili […] e che nei confronti dei condannati e degli internati deve essere adottato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi”.
Alla luce di questa breve premessa è opportuno precisare che il lavoro si divide in otto parti riguardanti le origini storiche ed i significati della pena detentiva, la carcerazione, la vita nell’Istituto di pena, le pene alternative, i detenuti stranieri, una sorta di glossario essenziale dei termini penitenziari, un prontuario di consigli utili per la vita in carcere e un’appendice legislativa.
 
 
Salvo Fleres
 

 

Sguardi sopra le mura. Scrivere di sé in carcere

(clicca qui per leggere l'articolo per intero)


Di Beppe Pasini
Teichoscopie
Nel canto terzo dell’Iliade, Omero , presenta Elena che dall’alto delle mura di Troia scruta le navi
dei Greci arrivare dal mare per vendicarne il rapimento. La portentosa flotta veleggia verso la costa
per iniziare di lì a poco una lunghissima e sanguinosa guerra che per più di dieci anni in seguito
vi si protrarrà. Pur essendo le navi ancora a molte miglia di distanza , il vecchio re Priamo chiede
ad Elena di fare una cosa apparentemente impossibile. Le chiede di riconoscere i volti dei guerrieri
che si trovano sulla tolda. Ed Elena descrive le armature, gli elmi, le corazze. Non solo. Poiché è
l’unica ad avervi convissuto, distingue perfino i volti e conferisce i nomi ai guerrieri Achei. Scorge
le crini dei destrieri e lo sventolio delle vele. Il suo sguardo si proietta ben oltre le distanze fisiche e
attraversa lo spazio e il tempo. Attraverso questo espediente narrativo che prende il nome di Teichoscopia
(=sguardo dall’alto delle mura), in poche ma potenti immagini, Omero1 propone al lettore
la sua idea di epica come uno sguardo al di sopra delle mura al quale il mondo si offre in piena
luce. Questa visione mi ha accompagnato in carcere invitandomi oltre i rituali di ingresso che
dettano lo scandire del tempo tra dentro e fuori, i gesti ritmati dalle divise degli agenti di polizia
penitenziaria , la provvisoria spoliazione del cellulare all’ingresso, l’assunzione di una nuova identità
appesa sul cartellino che recita ‘ospite’ o ‘docente’ , le chiavi che si infilano febbrili nelle serrature
, i campanelli da premere per avvisare del proprio arrivo prima di ogni corridoio. Mi ha invitato
a cercare le storie nonostante lo sgomento per la lontananza e l’assedio.

 

INTERVISTA AD ALFREDO COSCO DEL BLOG "LE URLA DAL SILENZIO"


lunedì 20 dicembre 2010


    
Di ROBERTA MAZZACANE - Per la rubrica "la voce dietro le sbarre" Clandestinoweb ha intervistato Alfredo Cosco, una delle "menti" che hanno ideato il blog "le urla dal silenzio".
Come è nato e ad opera di chi è nato il vostro blog? è online da quando?
"Allora, il Blog è online ufficialmente dal 13 agosto 2009. La nascita è stata singolare. Proverò  a delineare la vicenda che vi sta dietro. In sostanza fino a un tre anni fa io neanche sapevo cosa erano gli ergastolani ostativi, e, in senso più ampio, il mondo del carcere era per me un mondo lontano. Certo, provavo verso i detenuti una istintiva "simpatia", ma di quel tipo di sentimento o attenzione che tu puoi avere per cause lontane (ad es. "i bambini del terzo mondo" ), ma che non ti coinvolgono concretamente nel tuo quotidiano. Un giorno lessi un racconto bellissimo..
Lo lessi nei "viaggi" che di tanto in tanto intraprendevo su internet... il racconto si intitolava "esame di filosofia del diritto", l'autore era un certo Carmelo Musumeci. Il testo descriveva la vicenda di un esame universitario tenuto da un detenuto, lo stesso Carmelo, ma non era semplice descrizione.
Il racconto si "apriva" diventando metaforico, surreale, drammatico, filosofico, coinvolgente. Un vero "pezzo" di valore. Io conservai quel racconto in un archivio dove ho sempre custodito le cose che avevo più a cuore. E una abitudine che avevo e che ho è quella di condividere le cose belle che raccolgo con persone con le quali stringo rapporti particolari.
Poco piu' di un due anni fa incontro una certa Maria, nasce un bello scambio, condivido con lei molto del mio materiale. Compreso il racconto di Carmelo Musumeci. Lei fa una cosa a cui non avevo pensato.. gli scrive. Questo stimola anche me a scrivergli.
Scrivendo a lui comincio ad entrare nel mondo degli ergastolani, in particolare di quelli "ostativi" (che rischiano di non uscire mai dal carcere). Sempre tramite Maria, incontro Nadia Bizzotto. Nadia è una persona eccezzionale. Sebbene è sulla sedia rotelle ha una forza, una vitalità, una energia che farebbero invidia a un esercito. Lei gestisce una delle case accoglienza della Papa Giovanni XXIII (l'insieme di comunità create da Don Oreste Benzi).
Lei svolge anche attività di volontariato e sostegno verso i detenuti, in particolare per quelli del carcere di Spoleto, tra i quali si trova lo stesso Carmelo. Con Carmelo ha un rapporto speciale, tanto che lui la definisce "il mio angelo".
Comunque, un giorno Nadia mi chiede se avevo qualche idea per la causa degli ergastolani. Io semplicemente dico.. "E io già non ci pensavo piu'. Ma avevo sottovalutato il vulcanico Carmelo Musumeci (persona assolutamente traboccante, che negli anni della detenzione è passato dalla quinta elementare alla laurea, che ha lottato sempre per i diritti dei detenuti, subendo per questo costanti rappresaglie e punizioni, che ha scritto racconti, ballate, libri, che tiene centinaia di corrispondenze,ecc...). Carmelo comincia a "bombardarmi" con lettere entustiaste. "ALLORA, LO HAI GIÀ CREATO QUESTO BLOG...?"
A quel punto non posso piu' tirarmi indietro. E io, che ero una capra informatica, "costringo" un mio amico che se ne intende di piu', a seguirmi passo passo nella creazione del Blog. Era estate. E il Blog fece la sua comparsa ufficiale online.il 13 agosto 2009. Gli amministratori siamo noi tre... io, Maria e Nadia. Ma il gruppo dei "collaboratori" è ben più ampio".
Siete molto attivi nel tenere impegnati i detenuti, potete illustrarci i vostri progetti e le vostre attività? "Ti premetto subito che da un mesetto abbiamo costituito anche una associazione: FUORI DALL'OMBRA, a cui presto ci si potrà anche iscrivere.
Allora... ti descrivo le nostre attuali attività:
In primo luogo, come avete visto, la raccolta di materiale proveniente dai detenuti. Testi di ogni genere. Racconti, testimonianza, denunce, poesie... anche disegni e foto di quadri. Il nostro non è un approccio esclusivamente informativo, nè esclusivamente "di denuncia". Ma c'è anche un aspetto "umanistico" e di "valorizzazione", volto a dare strumenti e occasioni all'espandersi del "potenziale" della persona ristretta.
Insomma dare ad essa una occasione per fare uscire "dall'ombra" le sue spinte interiori, i suoi talenti, le sue creazioni, le sue ispirazioni.. e cos realizzare confronti con l'esterno, spingerla a credere in se stessa, fare crescere autostima e incentivare il percorso di rigenerazione.
In alcune carceri poi, mandiamo periodicamente una selezione dei post stampati perchè siano leggibili a tutti i detenuti di quel carcere.
Da giugno è in corso anche il progetto Porte Aperte: in sostanza di tratta dell'impegno, che prende ciascun partecipante al progetto, di scrivere almeno una lettera al mese a tre detenuti. In tal modo, aumentando i partecipanti al progetto, aumentano anche i detenuti che vengono "toccati".
Cosi' che molte persone, magari del tutto abbandonate o con pochissimi contatti, possano avere l'occasione empatica di uno scambio umano. Noi crediamo del valore curativo delle relazioni. Inoltre, nell'ambito di questo progetto è previsto che copia delle lettere che i detenuti invieranno ai partecipanti saranno conservate in un archivio (sempre che il singolo detenuto non abbia nulla in contrario a che questo avvenga), che sarà una sorta di memoria storica sulla situazione dell'ergastolo in Italia, oltre a dare ulteriore materiale per la battaglia per i diritti e per un carcere più umano. Altre attività sono in fase di ipotesi e progettazione..e magari ne riparleremo quando saranno poste in essere".

 

D.D.L. "SVUOTA CARCERI" : LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO

 

E' stato definitivamente licenziato dal Senato, lo scorso 17 novembre, il d.d.l. Alfano, cosiddetto "svuota carceri", che disciplina l’esecuzione della pena detentiva non superiore ad un anno presso il domicilio del condannato.
Il provvedimento potrebbe portare – secondo le previsioni del Ministero della Giustizia – ad una deflazione delle presenze in carcere di circa 7.000 detenuti, a fronte delle attuali presenze, superiori a 69.000, mentre la capienza regolamentare dei 208 istituti di pena italiani è pari a 44.000 posti.

Nel contesto di assoluta e drammatica emergenza nella quale versano le carceri, la proposta legislativa approvata si segnala come provvedimento che rompe l’assordante silenzio e l’immobilismo che hanno caratterizzato l’azione dell’attuale Governo in materia penitenziaria.

Si tratta, tuttavia, di una previsione che inciderà in maniera marginale sul cronico e crescente sovraffollamento carcerario (i nuovi ingressi mensili sono pari a circa 800), poiché, anziché aggredire in profondità le ragioni che lo hanno determinato (in particolare le leggi Fini-Giovanardi, Bossi-Fini e la c.d. ex Cirielli), si limita a prevedere una disciplina “ponte”, in vista della prefigurata edificazione di nuovi carceri, vista quale unica soluzione al dramma del sovraffollamento.
L’ampliamento dell’edilizia carceraria (a condizione che si reperiscano fondi sufficienti per realizzarla) si configura, in verità, come un fallimento annunciato, sulla base dell’esperienza dell’incarcerazione di massa negli Stati Uniti. Le carceri non sono mai abbastanza: più prigioni si costruiscono, più se ne riempiono.
La prospettiva del contenimento e della neutralizzazione risulta, in questa chiave, la sola risposta che le istituzioni offrono ad una parte della popolazione sempre più marginale e precarizzata, mentre negli istituti penitenziari accrescono le difficoltà che, in taluni casi, raggiungono punte di vera e propria «emergenza umanitaria», a partire dall’inaccettabile numero dei decessi, anche per suicidio, occorsi nel 2010 dietro le sbarre, in palese contraddizione con i diritti costituzionalmente garantiti.

Appare evidente che il governo e la maggioranza, pur comprendendo la drammaticità della attuale situazione di emergenza, non riescano a liberarsi dalla convinzione, smentita inoppugnabilmente dai fatti, per cui le alternative al carcere rappresentano una minaccia, e non una risorsa, per la sicurezza collettiva, quando è ormai noto che i tassi di recidiva per chi esce dal carcere sono estremamente elevati, assai più di quelli di chi sconta la propria pena in misura alternativa.

Ci troviamo dinanzi, come autorevolmente di recente evidenziato da Giovanni Palombarini, all’accettazione esplicita e programmata della prospettiva di un numero indeterminato e progressivamente crescente di detenuti. Quasi a voler significare che per ogni tipo di devianza e marginalità, comunque determinata, la risposta è una sola: il carcere e l’esclusione. Si tratta, in altri termini, di politiche indifferenti alle ragioni del disagio sociale e alle cause dei fenomeni collettivi complessi, quali ad esempio l’immigrazione e le tossicodipendenze, che hanno ha operato una scelta, quella dell’emarginazione forzata dei soggetti che ne sono il prodotto.

E’ prevedibile come, muovendo con da una simile convinzione, sarà molto difficile varare misure di reale efficacia contro il sovraffollamento. Da questi segnali la stagione attuale, caratterizzata dalla violazione dei diritti più elementari dei detenuti – in primo luogo quello alla salute ed alla funzione rieducativa della pena – non sembra dunque destinata a chiudersi rapidamente.

E’, allora, indispensabile cambiare rotta, abrogare le leggi che hanno, di fatto, creato criminalizzazione e carcerazione crescenti, per incentivare il ricorso alle misure alternative alla detenzione, ridurre il ricorso indifferenziato alla custodia in carcere, delineare, in definitiva, il ritorno ad una nuova stagione del diritto penale «minimo», capace di incidere sulle effettive ragioni sociali della devianza e del crimine.

Torino, Roma, Napoli, Palermo, Padova, 23.11.2010

ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI

 

Giustizia: non ha senso una pena che è soltanto sofferenza gratuita

di Adriano Sofri
 
Il Foglio, 6 dicembre 2010
 
È difficile trovare un senso alla pena che è sofferenza gratuita, il fine della pena dovrebbe essere la fine delle pene. Lo dice uno che è tuttora detenuto. Io mi considero non colpevole e penso di essere stato in galera per tanto tempo pur non essendo colpevole. Ma vorrei rovesciare il problema per dire che non è importante la differenza tra un innocente e un colpevole. Dopo due minuti che si sta in carcere, dopo le pratiche, le foto, la perquisizione anale, la ragione diventa irrilevante.
C’è assoluta analogia con la sofferenza, concetto ereditato dalla tradizione cristiana, che non è altro che una pena senza colpa. E questo è un paradosso, non ha senso, così come non ha senso la sofferenza gratuita degli esseri umani. Le attuali condizioni con tre detenuti “ospiti” in una cella infima, il sangue sui pavimenti dei ragazzi che si sono tagliati volontariamente, un carcere così illegale, equivale a una dittatura. Ed è ora di tirare le somme del riformismo-realismo. Aderire ad una definizione della realtà che dimezza le proprie pretese ha portato a 69mila persone recluse in condizioni schifose.

 

Giustizia: serve subito una riforma copernicana delle pene

di Giovanni Russo Spena e Gennaro Santoro
 
Liberazione, 10 dicembre 2010
 
È interessante il dibattito sulla legge Alfano (“disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno”) apparso nei giorni scorsi sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, perché mette a nudo il vero senso dello scontro culturale esistente tra chi sostiene in maniera kantiana l’ideale della certezza della pena sempre e comunque e chi sostiene, seguendo l’insegnamento di Bobbio, che la dignità della persona, anche se detenuta, rappresenta una pre-regola del vivere democratico.
Per dirla breve, da una parte Marco Travaglio e la tesi secondo cui la legge Alfano è l’ennesimo indulto - insulto, con migliaia di delinquenti scarcerati a scapito delle persone offese dal reato e della cittadinanza onesta, dall’altra Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che parla di legge inefficace perché riguarderà pochissime persone e dunque non risolverà il dramma del sovraffollamento carcerario ma comunque necessaria per attenuare le sofferenze di chi in cella vive in uno spazio medio di tre metri quadri.
Ciò che colpisce è in primo luogo la convergenza, aldilà delle apparenze, tra i due interlocutori sulla analisi della “situazione vergognosa delle carceri e sulla composizione classista della loro popolazione. So bene che in cella risiedono solo i poveracci” (così testualmente Marco Travaglio). Così come in parte i due condividono l’idea che la soluzione del problema passa anche e soprattutto attraverso la depenalizzazione del possesso di droghe leggere e dell’immigrazione clandestina.
D’altronde anche Noberto Nordio e Giuliano Pisapia, incaricati il primo dal governo di destra il secondo da quello di centro sinistra di riscrivere il codice delle pene raggiungono la medesima conclusione: il diritto penale per essere efficace deve riguardare esclusivamente condotte realmente lesive dei diritti dei consociati e l’ordinamento penale italiano non funziona principalmente a causa della sua ipertrofia legislativa.
Dunque, una prima proposta che avanziamo al prossimo governo democratico che verrà, aldilà della sua connotazione politica, è di avere il coraggio di varare una riforma copernicana del sistema delle pene volto alla depenalizzazione delle condotte inoffensive, perché questo chiedono all’unisono i tecnici della giustizia, la società civile e gli intellettuali.
Ciò posto, veniamo ora all’unico punto di divisione tra Travaglio e Gonnella che rispecchia un pò la divergenza che attraversa, trasversalmente, tutti o quasi i partiti della seconda repubblica, compresa la FdS: il primo ritiene improponibile qualsivoglia provvedimento di clemenza o di ampliamento del ricorso alle misure alternative al carcere mentre il secondo ritiene non solo costituzionalmente dovuti provvedimenti emergenziali per situazioni eccezionali ma anche auspicabili provvedimenti che potenzino il ricorso alle misure alternative.
Inutile dire che chi scrive aderisce alla tesi di Gonnella, anche perché, rispetto al tema del carcere e delle misure alternative, in termini di efficacia queste ultime garantiscono di gran lunga maggiore sicurezza ai cittadini, in quanto abbattono la recidiva quattro volte di più rispetto al carcere.
Così come ci preoccupa il linguaggio adottato, sicuramente in buona fede, da Travaglio che tende però in parte a legittimare la cultura forcaiola contro i poveracci adottata dall’attuale governo (ma anche da tutti i governi precedenti alternatisi dagli anni novanta in poi) e che sul piano culturale ha prodotto un arretramento vertiginoso, tanto che di recente la gente comune ha scambiato per gesta l’uccisione per mano di un ventenne italiano di una straniera alla metro. Dimenticando la reazione opposta avuta a parti invertite, con(tro) Doina Matei.
Di contro, per quel che riguarda i provvedimenti di clemenza, non può sottacersi il fatto che Travaglio ha ragione nel preoccuparsi sulla sfiducia nelle istituzioni che tali provvedimenti ingenerano. Ma di essi non avremo più bisogno quando funzioneranno, in una logica costituzionale, le istituzioni repubblicane.
Concludendo (si fa per dire), crediamo che il confronto tra le due tesi sopra esposte vada ripreso e approfondito istituendo un tavolo sulla giustizia tra tutte le forze democratiche del paese che, senza pregiudizi, vogliano confrontarsi per approdare ad una proposta di riforma della giustizia alternativa alla fabbrica della paura ormai egemone nella azione di governo come nella cultura di massa.

 
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