Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Bacheca

V. Grevi, G. Giostra, F. Della Casa, Ordinamento penitenziario commentato, quarta edizione, Cedam, 2011

Recensione

da penalecontemporaneo.it

[Angela Della Bella]

L'Ordinamento penitenziario commentato' esce ora nella quarta edizione, a cinque anni di distanza dall'edizione precedente. Come sottolineato nella premessa a questa edizione, scritta a quattro mani da Glauco Giostra e Franco Della Casa, l'aggiornamento dell'opera, reso necessario dagli interventi normativi succedutisi negli ultimi anni, ha anche il significato di onorare il ricordo di Vittorio Grevi, che di questa opera  è stato il principale ideatore.

Il commentario è progressivamente cresciuto nel numero di pagine, dando conto delle tumultuose e non sempre lineari evoluzioni normative che hanno interessato la materia: in questa edizione, per la prima volta si presenta in due tomi. Il tomo primo ('Trattamento penitenziario') contiene il commento agli artt. 1-58 quater della legge sull'ordinamento penitenziario; il secondo ('Organizzazione penitenziaria') contiene il commento agli artt. 59-91 della legge, nonché una ricca appendice normativa, aggiornata con i più recenti testi nazionali ed internazionali di rilievo nella materia penitenziaria (tra gli altri, la Raccomandazione europea del 2010 sulla messa alla prova). Oltre agli articoli della l. 26 luglio 1975, n. 354, sono oggetto di commento anche alcune disposizioni che, originariamente inserite nel tessuto della legge, hanno oggi una diversa collocazione (si pensi all'art. 94 t.u. 309/90 relativo all'affidamento in prova in casi particolari, già disciplinato dall'art. 47 biso.p.; all'art 6 t.u. 115/02 relativo alla remissione del debito, già disciplinata dall'art. 56 o.p.; alle disposizioni del codice di procedura penale relative al procedimento di sorveglianza, già disciplinato dagli artt. 70 ss. o.p.).   

Ogni contributo contiene un'approfondita analisi della disposizione in esame, condotta alla luce dell'evoluzione normativa della materia e delle pronunce della Corte costituzionale (alle quali viene dedicato ampio spazio, in considerazione del fondamentale ruolo di garanzia da sempre ricoperto dalla Corte nella materia penitenziaria) ed offre una panoramica esaustiva degli interventi dottrinali e giurisprudenziali attinenti alle questioni trattate.

Pur nella forma del commentario, il lavoro di Grevi, Giostra e Della Casa ha un respiro unitario. Ciò è dovuto essenzialmente al taglio dei vari contributi, che, mentre affrontano tutti i problemi interpretativi proposti da ciascuna disposizione, si pongono nel contempo in una prospettiva di 'sistema': gli Autori infatti hanno sempre cura di inquadrare la norma all'interno dell'ordinamento penitenziario, evidenziando le scelte di politica criminale che ne stanno alla base e mettendo in risalto le connessioni con le altre disposizioni della legge. D'altra parte, giova al risultato 'armonico' dell'insieme il fatto che i contributi sono curati da una 'squadra' di collaboratori selezionata, ristretta e pressoché immutata dalla prima edizione.

A dare un senso di unitarietà a questo lavoro fornisce un importante contributo il commento all'art. 1 o.p.: tale disposizione, che mette in primo piano la necessità di assicurare il rispetto della dignità della persona nell'esecuzione del trattamento penitenziario, rappresenta, come scriveva Vittorio Grevi, "la norma più emblematica della svolta ideologica operata dal legislatore del 1975" ed "il miglior baluardo dinanzi al rischio di un cedimento a prassi o, peggio ancora, a previsioni normative di contenuto inumano o degradante". Ed è anche per il significato simbolico di questa disposizione che essa è divenuta il luogo nel quale Vittorio Grevi, dopo le pagine molto intense dedicate ad illustrare le scelte di fondo del legislatore del '75, dava conto, edizione dopo edizione, delle riforme che si andavano affastellando sulla legge ed esponeva le sue acute riflessioni sulle linee di tendenza della politica criminale e sulle evoluzioni (o involuzioni) del nostra legislazione penitenziaria.

Venendo ora alle novità contenute nell'ultima edizione, si segnalano in particolare: il d.l. 11/09 che, modificando l'art. 4 bis o.p., ha introdotto limiti più severi per l'accesso ai benefici penitenziari da parte degli autori di reati sessuali; la legge 15 luglio 2009, n. 94 che ha irrigidito alcune prescrizioni del regime detentivo speciale di cui all'art. 41 bis o.p. ed ha attribuito in via esclusiva al Tribunale di sorveglianza di Roma la competenza a decidere sui reclami in materia; la l. 26 novembre 2010, n. 199, c.d. 'svuota-carceri', che ha introdotto nell'ordinamento un'ulteriore ipotesi di detenzione domiciliare nell'intento di alleviare la situazione di drammatico sovraffollamento in cui versano ormai da tempo i nostri istituti penitenziari (pur non essendo collocata nel tessuto della legge di ordinamento penitenziario, di tale importante novità si dà atto - ratione materiae - all'interno del commento dedicato agli artt. 47ter e 69 bis o.p. e all'art. 656 c.p.p.); la l. 21 aprile 2011, n. 62 che al fine di assicurare maggiore protezione ai figli minori di genitori detenuti ha, da un lato, introdotto nell'ordinamento penitenziario l'art. 21 ter, che autorizza la madre o il padre ad uscire dall'istituto per far visita al figlio in gravi condizioni di salute ed ha, dall'altro, previsto che la  detenzione delle madri con prole debba avvenire in istituti a custodia attenuata o quando possibile in case-famiglia protette (art. 47 quinquieso.p.).   

Come già si è sottolineato, notevole risalto viene dedicato nell'opera alle pronunce della Corte costituzionale che, anche negli ultimi anni, hanno interessato la legge sull'ordinamento penitenziario. Si pensi, tra l'altro, alla sentenza n. 78 del 2007, che ha dichiarato l'illegittimità degli artt. 47, 48 e 50 o.p., laddove interpretati nel senso che allo straniero extracomunitario, entrato illegalmente nel territorio dello Stato o privo del permesso di soggiorno, fosse in ogni caso precluso l'accesso alle misure alternative. Di particolare rilievo anche la sentenza n. 189 del 2010, che, pur senza dichiarare l'illegittimità dell'art. 58 quater (norma che esclude l'accesso ai benefici penitenziari per i soggetti che siano stati condannati a norma dell'art. 385 c.p.), ha di fatto sancito il divieto di preclusioni assolute nei confronti di tale categoria di soggetti, affermando che l'interpretazione costituzionalmente dovuta della norma è quella che impone una valutazione in concreto sull'idoneità del condannato a fruire di quelle misure: in linea, dunque, con la tendenza della Corte a smantellare sul terreno del diritto penitenziario tutti quegli automatismi che, precludendo in modo assoluto l'accesso ai benefici penitenziari per categorie di condannati, contrastano con il fondamentale principio di individualizzazione del trattamento.

Anche in questa quarta edizione, l'Ordinamento penitenziario commentato si propone in definitiva come una vera e propria 'Bibbia' per gli studiosi e per gli operatori del diritto penitenziario: opera insostituibile per completezza, accuratezza e coerenza di insieme.

 

Inevitabili aministia e indulto per risolvere l'attuale emergenza carceraria

Intervista

da penalecontemporaneo.it

[Carlo Federico Grosso]

Prosegue la nostra serie di interviste sulle riforme urgenti già attuate o comunque messe in cantiere dall'attuale governo, sulla base anche degli intendimenti dichiarati dal Ministro della giustizia Severino in una intervista al Corriere della Sera dello scorso 30 dicembre. Alla voce di Mario Chiavario, che ha autorevolmente inaugurato lo scorso 16 gennaio il nostro dibattito, si affianca ora quella di Carlo Federico Grosso, professore di diritto penale nell'Università di Torino, avvocato ed ex Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Moltissimi i temi affrontati dal professor Grosso in questa intervista: oltre agli interventi per fronteggiare l'emergenza carceraria e alla riforma in cantiere dei delitti di corruzione e 'traffico di influenze', sono in particolare auspicate una serie di riforme possibili 'a costo zero', in particolare nel settore del processo penale (dai nodi delle notifiche e del processo per gli irreperibili, già menzionati dal professor Chiavario, alla semplificazione del sistema delle nullità processuali e alla previsione di un ricorso immediato in cassazione contro le decisioni del giudice di merito in materia di competenza), che potrebbero essere attuate anche nel breve spazio temporale a disposizione in questa legislatura con l'obiettivo fondamentale di accelerare i tempi processuali: ponendo così, tra l'altro, un argine alla falcidia della prescrizione, che vanifica buona parte del lavoro dei nostri tribunali penali. Interventi, questi, ai quali dovrebbe al più presto affiancarsi la tanto annunciata ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, allo scopo di razionalizzare l'uso delle limitate risorse disponibili.

1. Come valuta gli interventi urgenti per fronteggiare la c.d. emergenza carceraria, in parte attuati con il d.l. 211/2011 dello scorso 22 dicembre e in parte preannunciati quali oggetto di un futuro d.d.l.? Quali altri interventi darebbero a Suo avviso necessari e/o opportuni in questo settore?

Gli interventi urgenti attuati con il d.l. 211/2011 s'inseriscono in una linea politico-criminale in linea di principio assolutamente corretta. Difficilmente essi saranno tuttavia in grado, per sé soli, di risolvere l'emergenza che incalza i nostri istituti di pena. Per rendersene conto è sufficiente considerare che sono oggi recluse oltre 68.000 persone a fronte di circa 45.000 posti/carcere regolamentari, mentre dagli interventi urgenti previsti è lecito attendersi l'uscita dal carcere di circa 3.000 persone (è stato lo stesso ministro a renderlo noto).

In ogni caso, come dicevo, si tratta di novità che sul terreno della politica criminale vanno nella direzione giusta. Da tempo una parte della dottrina penalistica ritiene che a fianco del principio secondo cui il diritto penale dovrebbe costituire l'extrema ratio di tutela giuridica, occorrerebbe collocare il principio, altrettanto importante, secondo cui la pena carceraria dovrebbe costituire a sua volta l'extrema ratio di sanzione penale, potendo, essa, essere sovente sostituita già sul terreno delle pene principali (irrogabili dal giudice di cognizione) da sanzioni diverse dal carcere, siano esse di natura limitativa della libertà personale (gli arresti domiciliari), ovvero di natura prescrittiva od interdittiva.   

Questo atteggiamento, che è stato assunto, sia pure con modalità specificamente diverse, da tutti i più recenti progetti di riforma della parte generale del codice penale, a partire da quello elaborato dalla Commissione ministeriale che io ho presieduto negli anni 1998-2001, costituisce ormai patrimonio abbastanza condiviso nella nostra cultura giuridica. E' quindi naturale che Paola Severino, autorevole ed attenta professionista, non abbia avuto esitazioni ad imboccare la strada di una maggiore utilizzazione della detenzione domiciliare, ad aumentare i confini dell'affidamento in prova, ad escludere dall'ambito della responsabilità penale i casi di scarsa rilevanza penale del fatto, ad impegnarsi sul terreno di un programma di depenalizzazione, e via dicendo, dichiarandosi altresì disponibile ad accettare ogni ampliamento dei meccanismi di deflazione penale e di rinuncia al carcere che il Parlamento  dovesse prospettare in sede di conversione in legge del decreto.

Su due profili merita, forse, spendere alcune parole specifiche: la mancata utilizzazione dei braccialetti elettronici e l'eliminazione dei passaggi in carcere degli arrestati in attesa di convalida.

La prima decisione mi sembra corretta. Pare infatti assodato che i braccialetti in uso al Ministero dell'interno non funzionino bene e, soprattutto, che a causa di un'onerosa convenzione stipulata con Telecom (in fase di scadenza) la loro utilizzazione sia molto costosa. Bene ha fatto pertanto il ministro a soprassedere in modo di potere valutare con la dovuta attenzione utilità e costi di un loro eventuale futuro impiego.

La seconda decisione ha suscitato, com'è noto, qualche discussione: si è sostenuto che la condizione delle carceri sarebbe più garantita rispetto a quella delle camere di sicurezza gestite dalla polizia, che le camere di sicurezza non sarebbero sufficienti e molte di esse neppure idonee a recepire gli arrestati, che usare le camere di sicurezza in luogo del carcere costringerebbe magistrati e poliziotti a faticosi spostamenti. Non mi sembrano, tuttavia, obbiezioni convincenti. Quanto alle garanzie, si tratta, semplicemente, di assicurarle; quanto al numero ed all'idoneità delle camere di sicurezza, i due ministri avranno fatto i loro calcoli e le loro valutazioni; quanto agli eventuali disagi del personale, si tratta di fronteggiarli con adeguate misure organizzative. Se davvero eliminare le c.d. "porte girevoli" reca un sia pure limitato sollievo alle prigioni, data l'emergenza carceraria ben vengano, anche, questi minimi vantaggi.

Mi si chiede, infine, quali interventi ulteriori potrebbero essere utili e/o necessari allo scopo di risolvere l'emergenza carcere. Sul punto non ho dubbi: le uniche misure "svuota-carceri" efficaci nei confronti di tale emergenza sarebbero l'amnistia e l'indulto. Conosco le obbiezioni alle quali una simile proposta va incontro. Cionondimeno insisto poiché, altrimenti, in tempi brevi non potrà esservi rimedio alla condizione carceraria ormai insostenibile.

Naturalmente, se si vuole evitare di ripetere gli errori del passato, occorrerebbe che la scelta d'utilizzare ancora una volta (impropriamente) gli istituti di clemenza allo scopo di sfoltire la popolazione carceraria sia accompagnata da una forte iniziativa riformatrice di carattere generale. Il provvedimento di amnistia e d'indulto dovrebbe essere, in altre parole, accompagnato dall'impostazione di quella "riforma complessiva ed organica del sistema penale" che si auspica da anni per superare la cerisi della giustizia italiana, ma che mai, fino ad ora, le forze politiche sono state in grado anche soltanto d'impostare: riforme di organizzazione del sistema giudiziario, riforma del codice penale, riforma del codice di procedura penale, accelerazione nella costruzione di nuove carceri, e via dicendo.

Se non vi fosse questa contestualità, l'eventuale nuovo provvedimento di clemenza finirebbe per subire la sorte di quelli, numerosi, che l'hanno preceduto: servirebbe ad allievare l'affollamento negli istituti di pena (e in parte dell'arretrato giudiziario penale), ma non risolverebbe il problema carcere, e dopo qualche anno ci si ritroverebbe a fare i conti con una nuova situazione d'emergenza.

Il ministro Severino, di fronte alla prospettiva dell'amnistia e dell'indulto, ha prudentemente rilevato che si tratta di nodo politico che, al momento, soltanto il Parlamento è, politicamente, in grado di affrontare. Ha ragione, ma penso che, allora, sarà giocoforza accontentarsi dei piccoli (corretti) passi compiuti, utili ma sicuramente non decisivi per risolvere né l'emergenza né i grandissimi problemi della giustizia penale.

2. In un'intervista del 30 dicembre 2011 al Corriere della Sera il Ministro Severino ha preannunciato altresì interventi urgenti in materia di corruzione (anche privata) e abuso di ufficio. Quale è la sua opinione i proposito?

Il contenuto dell'intervista del ministro Severino in materia di corruzione ed abuso di ufficio mi sembra assolutamente condivisibile.

Mi pare ovvio, ad esempio, che per contrastare la corruzione occorra "fissare delle procedure trasparenti", individuando "tempi certi" e poi monitorando che "le regole vengano rispettate", ed è ragionevole sostenere che, riducendo "l'area grigia della discrezionalità amministrativa", si riducono contemporaneamente le opportunità di corruttela (il problema è, semmai, stabilire quali procedure imporre e quale margine di discrezionalità ridurre).

Mi pare altrettanto ovvio che occorra riformare il delitto di abuso di ufficio, in larga misura "svuotato" dalla riforma del 1997 (anche qui il problema è, semmai, definire i contenuti dell'eventuale ulteriore innovazione legislativa, tenendo fra l'altro conto delle preoccupazioni e dei disagi che le vecchie formulazioni eccessivamente elastiche di tale reato, ed ancor prima del reato di interesse privato in atti di ufficio, creavano negli amministratori pubblici, sovente alle prese con una disciplina amministrativa complessa e farraginosa).

Mi sembra giusto, infine, introdurre sanzioni più rigorose in materia di delitti contro la pubblica amministrazione e prevedere un nuovo delitto di corruzione con riferimento alle aziende private. Anzi, a tale nuova fattispecie di reato sarebbe forse opportuno affiancare anche quella di "traffico illecito di influenze", destinata a coprire situazioni non raggiunte, oggi, dalla disciplina della corruzione, ma altrettanto censurabili.

Occorre peraltro ricordare che le questioni menzionate sono, in realtà, già all'attenzione del Parlamento, che sta, sia pure faticosamente, discutendo un disegno di legge anticorruzione elaborato in adempimento di obblighi internazionali. Tale disegno di legge è già stato approvato dal Senato. La Camera dei deputati, ritenendo il testo approvato dal Senato non adeguato all'esigenza di un contrasto il più duro possibile delle corruttele, su iniziativa di talune forze politiche sta procedendo ad un suo "rafforzamento". In tale prospettiva si sta discutendo, proprio, se e come elevare le pene previste per la corruzione e per altri delitti contro la pubblica amministrazione, quali fattispecie aggiungere al catalogo delle corruzioni punibili (corruzione privata e traffico illecito d'influenze), se e come riformare il delitto di abuso di ufficio.   

In tale specifico frangente un intervento deciso del ministro a sostegno delle innovazioni che sono oggetto di discussione, magari sotto forma di un maxiemendamento del governo, potrebbe essere importante, forse decisivo per fare volare alta la riforma in cantiere. Ben venga, dunque, la sua attenzione anche su questo tema.

3. Quali sono, a Suo avviso, le ulteriori 'emergenze' della giustizia penale che potrebbero essere realisticamente affrontate nel breve spazio residuo della legislatura, tenendo conto anche dei vincoli di bilancio che necessariamente condizionano qualsiasi possibile riforma?

Altre emergenze della giustizia penale, se pure di gravità meno intensa rispetto a quella che attinge oggi il carcere, sono numerose. Ne elenco alcune: i tempi troppo lunghi dei processi, la falcidia della prescrizione, l'infelice distribuzione degli uffici giudiziari e la conseguente necessità di una loro redistribuzione, i vuoti nel personale ausiliario, l'insufficienza dei mezzi a disposizione.

Ritengo che nel breve spazio residuo di legislatura, e con i vincoli di bilancio che inevitabilmente condizionano ogni iniziativa, il ministro, se lo volesse, potrebbe tutt'al più tracciare le linee di una grande riforma possibile (ma ho già detto che è improbabile che lo faccia) e, magari, per dimostrare la bontà delle sue intenzioni, elaborare talune di quelle piccole riforme "a costo zero" che la dottrina suole enumerare a titolo di esempio di ciò che si potrebbe in ogni caso agevolmente fare per rimediare a qualche guasto o causa di lentezza, eppure non si fa.

Enumero alcuni di questi piccoli, possibili, interventi a costo zero, indicando il suo specifico profilo di utilità. Si potrebbe eliminare l'obbligo della doppia notifica all'imputato e al suo difensore (una semplificazione che eviterebbe un certo numero di rinvii dovuti a difetto di notifica); per altro verso, si potrebbe disporre il domicilio obbligatorio della parte presso il difensore (analoghi vantaggi di semplificazione); per evitare che il giudice d'appello o la cassazione annullino per incompetenza processi già ampiamente o interamente celebrati, si potrebbe prevedere il ricorso immediato in cassazione contro la decisione del giudice di merito sulla competenza, e che la valutazione della cassazione definisca una volta per tutte la questione; si potrebbe affrontare il problema dei processi penali nei confronti degli irreperibili; si potrebbe semplificare il sistema delle nullità processuali; se si avesse un po' più di coraggio, si potrebbe prendere il machete e cercare di depenalizzare tutti i reati di rilevanza marginale (sono davvero tanti); se si disponesse di un po' più di denaro (e forse di tempo), si potrebbe realizzare il salto epocale di un processo penale interamente informatizzato, all'interno del quale ogni comunicazione o notifica di avvisi od atti potrebbe svolgersi seguendo i canali misteriosi della posta elettronica e della firma autenticata.

Il ministro ha, d'altro canto, annunciato che sarebbe sua intenzione procedere rapidamente alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie allo scopo di eliminare le sedi inutili e razionalizzare, complessivamente, l'impiego delle risorse. E' da anni che s'invoca un intervento di questo tipo, ma esso si è sempre arenato di fronte alle resistenze locali. Se questo governo riuscisse in ciò in cui non è riuscito nessuno dei governi che l'hanno preceduto nel tempo, farebbe cosa assolutamente encomiabile.   

 

L'INTERVENTO DEL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI BARI SPINGE VERSO L'AMNISTIA

 

Nei quotidiani di oggi, 13/1/2012, si dà notizia del provvedimento emesso ieri dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bari, Dott.ssa D’Addetta, con il quale la stessa ha chiesto al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di porre in essere interventi urgenti per garantire condizioni di vivibilità nel carcere ed evitare epidemie. A motivazione del suddetto provvedimento, il Presidente D’Addetta, oltre ad evidenziare i numeri del pauroso stato di sovraffollamento presente presso il carcere di Bari, ha descritto scene dalla stessa direttamente viste in un recente accesso : celle stracolme con letti a castello a quattro livelli e scene di vera disperazione e angoscia vissute da quanti prendono atto di dover passare un lungo periodo di tempo in tali disumane condizioni.
La scelta del Tribunale di Sorveglianza di Bari va salutata favorevolmente ed è di certo da preferire rispetto a quanto fatto da quel magistrato di sorveglianza di Lecce che soltanto pochi mesi fa aveva goduto dei favori della cronaca per aver emesso una inutile e simbolica condanna nei confronti dell’amministrazione penitenziaria senza rivolgere alla stessa alcun ordine. In un articolo pubblicato su questo sito a commento di quella ordinanza, avevamo manifestato, infatti, l'impressione che, nello sforzarsi in tutti i modi di riuscire ad emettere un rivoluzionario provvedimento a carattere risarcitorio, quel magistrato di sorveglianza si fosse dimenticato di aver poteri ben più penetranti ed utili concessigli per espressa  volontà legislativa. L'articolo 69 della legge sull'ordinamento penitenziario, infatti, e' chiaro nel concedere al magistrato di sorveglianza il potere di impartire "disposizioni dirette ad eliminare violazioni dei diritti dei condannati e degli internati”.
Al plauso nei confronti del Presidente del Tribunale di Sorveglianza per aver applicato la legge (a volte basta questo), non può che seguire una riflessione sulla scarso potere coercitivo del provvedimento dalla stessa emesso, perché, si sa, in Italia qualunque ordine contenuto in una legge o in un provvedimento della pubblica Autorità, rimane un cortese consiglio se non è prevista una sanzione per la sua inosservanza.
Quando, infatti, fra qualche settimana ci si accorgerà che i detenuti nel carcere di Bari continueranno ad essere stipati uno sull’altro in celle anguste, ci si chiederà a chi poter dare la colpa per l’inosservanza del provvedimento dell’autorità (reato sanzionato dall’art. 650 c.p.). Ovviamente, non potendosi trovare una singola persona fisica responsabile, la colpa sarà data a tutti, allo Stato, alla Repubblica Italiana nel suo insieme. E nel corso della storia, ogni volta che lo Stato si è scoperto reo, come all’esito di stagioni di conflitto, ha provveduto ad eliminare il marchio di colpevole caduto addosso ai suoi cittadini autoassolvendosi con provvedimenti di indulgenza e riappacificazione sociale.
Il lodevole, ma vano tentativo del Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bari di porre fine ai reati commessi dallo Stato nelle carceri italiane finisce, quindi, per essere un’ennesima conferma di quanto sia necessaria oggi un’amnistia a favore non dei reclusi, ma della Repubblica.

Donato Sandro Putignano
Responsabile Centro Giuridico Forense
Prospettiva Legale

 

Giustizia: carceri e polemiche, il lusso della sicurezza


Europa, 7 gennaio 2012


Cosa c’è dietro lo scontro tra i ministri Severino-Cancellieri e la polizia? E chi ha ragione? Per la cronaca: ieri notte un detenuto tunisino ha tentato il suicidio nel carcere di Voghera. Sono già sei i detenuti salvati dagli agenti di sorveglianza dall’inizio di questo 2012. In 66 invece, nello scorso anno, sono “riusciti” a togliersi la vita dietro le sbarre.
È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio permanente elaborati da Ristretti orizzonti. La premessa è d’obbligo perché aiuta, dovrebbe aiutare a capire la situazione esplosiva dei nostri istituti di pena giunti a contenere 68.500 detenuti, almeno un terzo in più del consentito.Se l’emergenza si dà per scontata ma non se ne traggono le conseguenze - come ha fatto il governo Berlusconi limitandosi a decretarla senza fare altro che aumentare il numero dei reclusi -, è difficile capire e assecondare le ragioni del decreto varato dal governo per tamponare le condizioni disumane di chi viene recluso così come di chi in carcere ci lavora.
Come? Evitando che gli arrestati in flagranza in attesa di processi per direttissima transitino negli istituti di pena e vengano tenuti nelle camere di sicurezza di polizia, carabinieri e guardia di finanza.
La schietta audizione del vicecapo della polizia, prefetto Piccirillo, in commissione giustizia al senato in rappresentanza di tutte le forze dell’ordine - secondo il quale “le celle di sicurezza sono inadatte alla detenzione e i braccialetti sono insufficienti e vetusti” e dunque “i detenuti stanno meglio in carcere” - ha provocato un duro botta e risposta con il ministro della giustizia Severino e degli interni Cancellieri che, in perfetta sintonia, hanno ribadito di andare avanti perché trattasi di norme “condivise” anche dai vertici delle forze di polizia.
È ovvio che le forze dell’ordine, decimate dai tagli che si susseguono da anni, mostrino preoccupazione per l’ulteriore carico di lavoro: la Silp-Cgil invita il governo a “mantenere il contatto con la realtà” (leggi: tagli); il Siap parla di “pastrocchio all’italiana”, per il Siulp i detenuti cadranno “dalla nota padella alla brace ardente”.
In realtà le camere di sicurezza vengono già utilizzate per le direttissime davanti al giudice monocratico: con il decreto varato si aggiungono gli arrestati in attesa di convalida davanti al giudice collegiale, quelli per i reati più gravi. Certo, bisognerà trovare le risorse per rendere agibili le camere di sicurezza vetuste e per far fronte anche al vitto delle persone che vi transitano poiché spesso i buoni pasto degli agenti vanno a beneficio degli arrestati (“cosa alquanto antipatica” ha fatto notare Piccirillo).
Ma forse è il caso anche di iniziare a chiedersi, nell’ottica di limitare quantomeno il fenomeno delle sliding doors - entrare in carcere per due-tre giorni comporta una serie enorme di adempimenti burocratici - “quanto incidono gli arresti facoltativi sulla situazione attuale? Il problema delle “statistiche” ha un serio effetto anche sugli arresti della polizia giudiziaria?”.
Sono, tra le altre, le domande poste dalla capogruppo Pd in commissione, Della Monica, a Piccirillo che però ha rimandato al capo del Dap, Franco Ionta, che verrà audito martedì. Nel nostro sistema c’è un controllo sulla legittimità dell’arresto e un altro sulla vigenza di esigenze cautelari (gravità del fatto, pericolosità del soggetto): l’arresto magari è legittimo ma non sussiste l’esigenza del carcere. “Per questo ho chiesto i dati - spiega a Europa la senatrice Della Monica - per fare una riflessione e aprire un osservatorio.
Certo, in una linea di intervento politico si potrebbe anche dare direttive, visto che il carcere scoppia, di evitare gli arresti non assolutamente necessari. Sarebbe utile fare tutti un esame di coscienza e verificare davvero se, culturalmente, il carcere viene visto come extrema ratio”.Altrimenti, l’altra “soluzione”, sempre in prima linea dei Radicali, è l’amnistia con tutti i pro e i contro che comporta e che spetta al parlamento. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

La cella del prigioniero bambino


di Luigi Manconi


L'Unità, 7 gennaio 2012

Gli spazi ristrettissimi non sono casuali ma rispecchiano l'ideale feroce di chi ha immaginato il sistema penitenziario: ridurre ai minimi termini l'identità del recluso portandolo a una dimensione infantile.
Secondo Mauro Palma, già presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, il sistema penitenziario ha davanti a sé due prospettive: quella della responsabilizzazione e quella della infantilizzazione. La prima richiama una strategia virtuosa e razionale che può fare del carcere qualcosa di diverso dalla macchina criminale e criminogena che oggi è. La seconda corrisponde alla tendenza dominante, che vuole mantenere il recluso in uno stato di mortificazione della personalità. Aggiungo che quel termine, infantilizzazione, è così pertinente da presentarsi come l'espressione più palpabile della realtà carceraria contemporanea: come la sua più concreta traduzione materiale.
Qualche anno fa, mi capitò di visitare il carcere di una città toscana, ricavato da un antico edificio medievale, destinato in origine ad alloggio per la servitù. Il carcere era stato realizzato su quella struttura e ne riproduceva le misure. Tutto in scala ridotta, ridottissima: la cappella sembrava un confessionale, le celle erano come altrettanti loculi di un pazzoide condominio giapponese, la cucina uguale a quella di Barbie.
Si avvertiva la sensazione che tutto ciò non fosse casuale e che quella galera degna di un gioco da tavola (che so? Il Piccolo galeotto), fosse la rappresentazione plastica dell'ideale feroce di chi ha immaginato il sistema penitenziario. E ciò sembra confermare che lo scopo finale del carcere, ma anche la sua pre-condizione, sia la riduzione ai minimi termini dell'identità del recluso. Una riduzione che passa anche attraverso un processo di rimpicciolimento del suo spazio vitale, delle sue possibilità di movimento, del suo campo visivo e del suo campo d'azione.
A tale processo di ri-dimensionamento corrisponde, fatalmente, un meccanismo di infantilizzazione. Se è vero che la prigione come istituzione della privazione delle libertà è, per sua stessa natura, una condizione di minorità e di dipendenza, tutto ne consegue: i reclusi, come i bambini, godono di una libertà limitata e di una parziale capacità di autodeterminazione.
I loro stessi gesti quotidiani, nei tempi e nei ritmi, sono regolati da altri e tutta la loro vita sembra ispirata ad una pedagogia coatta.
Simbolo massimo, più rappresentativo e beffardo, di quella condizione è la procedura delle richieste. Sarà un caso, ma qualunque esigenza e qualunque necessità, qualunque contestazione e qualunque diritto, passano attraverso un metodo di interpellanza scritta alla direzione del carcere, che non si chiama domanda, ma domandina. Quel diminutivo vezzeggiativo è davvero eloquente.
E questo rende quanto mai importante un ragionamento sul rapporto tra individuo recluso e istituzione della custodia, quale quello affrontato nel libro curato da Stefano Anastasia, Franco Corleone e Luca Zevi (Il corpo e lo spazio della pena, Ediesse 2011).
L'idea di fondo del libro è che tra luoghi, spazi e natura della pena vi sia un legame non aggirabile : la compressione degli spazi e il dimensionamento (sempre più elefantiaco) degli istituti penitenziari cambiano la qualità della pena. Se anche si raggranellassero tutti i fondi necessari a dare seguito all'originario e improbabile piano di edilizia penitenziaria (la realizzazione di ventiduemila posti letto), resterebbe elusa la domanda di fondo: una volta che l'istituto di pena fosse ridotto a mero contenitori di una umanità in eccesso, non ne verrebbe alterata la stessa idea di pena.
Progettazione architettonica e pianificazione urbanistica ci obbligano invece a fare i conti con la qualità della vita offerta a chi deve vivere in quei luoghi, e dunque con l'idea di pena che abbiamo. Sulla copertina del libro in questione è riprodotta l'immagine del giardino degli incontri
progettato da Giovanni Michelucci per la casa circondariale di Sollicciano: uno spazio per le visite familiari a due passi dal muro di cinta, ma che vorrebbe essere già fuori, a tenere insieme chi è detenuto e chi ne aspetta il rilascio.
Dunque, se quello del carcere è, essenzialmente, un problema di "anatomia politica dei corpi", come scrive Eligio Resta, non si può prescindere dalla technè architettonica nell'affrontare il rapporto tra corpi individuali e spazi collettivi. All'esame delle forme storiche e progettuali degli istituti di pena e della loro collocazione urbanistica corrispondono, pertanto, le esigenze di riforma, per una pena rispettosa della Costituzione, nella consapevolezza che il senso della pena non può essere altro che la fine della pena.

Post Scriptum
Il rapporto tra infanzia e prigione conosce una sua ulteriore manifestazione nel fatto che, a tutt'oggi, nelle carceri italiane si trovano "reclusi", insieme alle loro madri, mediamente 50-60 bambini da 0 a 3 anni. Uno scandalo, se possibile ancora più atroce, nello scandalo.

 

Vite da cani…

di Valentina Ascione

Gli Altri, 7 gennaio 2012

“Vita da cani”, come a dire un’esistenza dura, misera. Simile, dunque, a quella vissuta da migliaia di persone nelle nostre carceri sovraffollate. Destini, quelli dei cani e dei detenuti, a cui può anche capitare di incrociarsi sotto i peggiori auspici di quella realtà parallela chiamata galera.
Com’è accaduto nella Casa Circondariale di Castrovillari, in Calabria. Dove cani randagi e detenuti avrebbero dovuto darsi una mano, reciprocamente, e dove invece si sono trovati a condividere la stessa sventura: quella di una cattività e di una reclusione in condizioni intollerabili, per gli uomini e per le bestie.
Del Progetto Argo si inizia a parlare nel 2003, grazie a un’idea dì due operatori di polizia penitenziaria, messa a punto per lenire la solitudine e rendere meno arida la quotidianità del carcere, e a uno studio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria secondo cui non solo la compagnia degli animali farebbe bene alle persone recluse, come alla maggior parte delle persone, ma l’affido e la cura di un cane contribuirebbe perfino alla loro riabilitazione e al reinserimento, anche lavorativo.
La proposta era dunque quella di allestire delle strutture esterne alle celle, ma all’interno della cinta muraria dove ospitare i randagi da far accudire ai detenuti che ne avessero fatto richiesta. Enti locali e Asl, già impegnati nella lotta al randagismo, si sarebbero divisi le spese per l’attuazione del progetto. Nessun costo per l’alimentazione dei cani, che avrebbero beneficiato degli avanzi del vitto dei detenuti.
Al momento del lancio, la “pet therapy” raccoglie il favore di numerosi istituti di pena del Paese, che si mobilitano per offrire questa nuova opportunità ai propri detenuti. Tra questi anche il carcere di Castrovillari , che annuncia l’adesione al Progetto Argo attraverso un protocollo d’intesa tra Comune e Casa Circondariale previsto nel 2005, siglato e perfezionato nel 2007. Il lancio ufficiale dell’iniziativa avviene invece due anni più tardi, nel novembre del 2009.Ma oggi, a poco più di due anni da quell’annuncio, si scopre grazie a un’ispezione dei radicali che la mutua assistenza tra animali e detenuti a Castrovillari è rimasta lettera morta. Unici superstiti del progetto, un canile fatiscente e una quindicina di cani in stato di semiabbandono, riferiscono la deputata Rita Bernardini e il segretario dei radicali lucani Maurizio Bolognetti.
Rinchiusi tra i propri escrementi in gabbiette piccole, troppo piccole, proprio come le celle di 2 metri per 3 che nel carcere calabrese ospitano fino a tre reclusi. Animali innocenti costretti a scontare una pena che, nell’attesa che qualcuno - come previsto - si prenda cura di loro, potrebbe rivelarsi un ergastolo. Un’ingiustizia inaccettabile, anche in un sistema penitenziario che riduce gli uomini a vivere come e peggio delle bestie.

 

Se sei innocente peggio per te

Il racconto del pentito Spatuzza: ecco come preparammo l’auto con il tritolo (…) Via d’Amelio, così abbiamo ucciso Borsellino. E tornano in libertà gli ergastolani condannati nel vecchio processo. (Fonte: La Repubblica,  ottobre 2011).
 
Uno di questi ergastolani, Cosimo, condannato per quella strage è uscito dal carcere di Spoleto.
Prima di uscire è passato a salutarmi.
Sedici anni fa eravamo nella stessa stanza del carcere dell’Asinara (l’Isola del Diavolo,  come la chiamavamo noi prigionieri) sottoposti al regime di tortura del 41 bis.
L’avevo visto entrare che era un ragazzino, con i capelli neri come il carbone e con il sorriso sempre stampato sulle labbra.
E l’ho visto uscire l’altro giorno anziano, senza nessun sorriso e con tutti i capelli bianchi.
 
Cosimo un paio di anni fa, sapendo dei miei studi  universitari di giurisprudenza, mi chiese di fargli una richiesta di permesso premio.
Dopo un paio di mesi il magistrato di sorveglianza gli rispose in questo modo:
-(…) Si dichiara inammissibile la richiesta perché il detenuto è stato condannato per reati esclusi da qualsiasi beneficio penitenziario se non collabora con la giustizia (…).
Cosimo mi venne a trovare nella mia cella e mi chiese cosa volevano dire quelle parole,  ed io gli risposi in maniera semplice come ormai faccio da anni con tutti gli ergastolani ostativi:
-Vuole dire che sei destinato a morire in carcere se non metti in cella un altro al posto tuo.
Dalla sua espressione del viso notai che forse non aveva capito il concetto e allora glielo spiegai ancora meglio:
-Lo vuoi capire o no? Per uscire devi confessare i reati e fare i nomi di  altri e farli condannare, solo facendo arrestare loro potrai uscire tu.
Cosimo per un attimo mi guardò con i suoi occhi da lupo bastonato, poi li abbassò e mi rispose:
-Carmelo, io per uscire farei qualsiasi cosa, ma sono innocente e quindi come faccio a confessare un reato che non ho mai commesso?
Incredulo gli replicai:
-Abbi pazienza, non è che non ti voglio credere, ma in carcere tutti dicono che sono innocenti.
Cosimo mi guardò per un lungo istante quasi con vergogna,  poi sbottò:
-Carmelo, ma io sono innocente davvero.
Rassegnato scrollai le spalle e gli risposi:
-Mi dispiace Cosimo, ma non posso fare nulla! Purtroppo se sei innocente è peggio per te.
 
 
L’altro giorno quando ci siamo salutati e abbracciati,  gli ho augurato di rifarsi una vita, quella poca che lo Stato italiano e le sue medievali leggi gli hanno lasciato ancora da vivere.
 
 
Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto

 
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