Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

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IL LAVORO PENITENZIARIO: QUALE FUTURO?


DI SALVATORE CIRIGNOTTA
(Già magistrato Direttore dell’ufficio centrale detenuti e trattamento del Dipartimento dell’ Amministrazione penitenziaria: Consulente del Ministero della giustizia nell’ambito delle problematiche penitenziarie.)

Ai sensi degli art.22,23 e 25 del Codice penale tuttora vigente, il lavoro penitenziario costituisce una modalità d’esecuzione della pena detentiva, concepito per di più, per il condannato, come un “obbligo” dalla valenza non solo trattamentale, bensì anche aggiuntivamente afflittiva.
Sulla scorta di un più moderno concetto della funzione della pena ed in armonia con i principi costituzionali e con quelli proclamati nei documenti internazionali ed europei sull’esecuzione della pena, l’Ordinamento penitenziario varato negli anni 1975 e 1976 (Legge 26/07/1975, n. 354 e Regolamento di esecuzione della predetta legge, di cui al D.P.R. 29/04/1976, n. 431) ha escluso ogni connotazione afflittiva del lavoro penitenziario e lo ha considerato, prima ancora che strumento cardine per favorire il recupero sociale del condannato, espressione insopprimibile della personalità di ciascun individuo e momento qualificante della stessa dignità personale. In tale ottica l’art. 20, della L. n. 354/1975 come modificato dall’art.5 della Legge 10/10/1986 n. 663 (c.d. Legge Gozzini), e dall’art.2 D.L. 14/06/1993 n.187 convertito nella Legge 12/08/1993, n. 296, prescrive che nell’assegnazione dei soggetti al lavoro si deve anche tener conto della professionalità acquisita, delle precedenti e documentate attività svolte, delle attività a cui essi potranno dedicarsi dopo la dimissione, e che i detenuti e gli internati che mostrino attitudini artigianali, culturali o artistiche possono essere esonerati dal lavoro ordinario ed essere ammessi ad esercitare, per proprio conto, attività artigianali, intellettuali o artistiche.

La nuova filosofia del lavoro penitenziario non poteva prescindere da una forte affermazione di principio quale quella contenuta nel comma 5 del citato art.20: “l’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di fare acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale”.
All’enfatica enunciazione segue l’individuazione di regole per il collocamento al lavoro e per l’organizzazione del lavoro intese ad omologare quanto è più possibile il lavoro penitenziario a quello libero. Unica, vera concessione alla particolarità del lavoro penitenziario e alla necessità di speciali incentivi, resta la previsione della possibilità che le mercedi per ciascuna categoria di lavoranti possano essere stabilite in misura inferiore, ma non al di sotto dei due terzi, rispetto al trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro.
Paradossalmente, il sistema delineato dal legislatore del 1975, del 1986 e del 1993, incentrato sull’esaltazione della perequazione tra lavoro libero e lavoro penitenziario, e pertanto di alto valore morale, ha distolto l’attenzione sulla reale entità e sul trend del lavoro penitenziario, ed è sintomatico di ciò che l’analitica relazione che entro il 31 marzo di ogni anno l’ultimo comma dell’art. 20, più volte citato, della Legge n. 354/1975, impone sia trasmessa dal Ministro della giustizia al Parlamento, attiene allo “ stato di attuazione delle disposizioni di legge relative al lavoro dei detenuti nell’anno precedente”, in cui, evidentemente, è solo un elemento tra gli altri il concreto risultato del sistema avviato.
Ed invero, il lavoro penitenziario è andato progressivamente languendo, e delle realtà di lavoro propagandisticamente ritratte nei documenti fotografici del ventennio e degli anni del dopoguerra, - al di là della giustizia e della validità di quel lavoro – resta il ricordo.

Il lavoro intramurario di tipo domestico, fortemente connotato da assistenzialismo, è divenuto il lavoro prevalente mentre i lavori qualificanti sono rimasti nell’ambito dei progetti di nicchia destinati ad alcune élites penitenziarie. Può ipotizzarsi che il perdurare dal dopoguerra fino ai nostri giorni nel Paese di una vasta crisi occupazionale non abbia stimolato, nella classe politica e negli ambienti culturali del settore, più incisivi provvedimenti che avrebbero potuto far decollare il lavoro penitenziario (es.: commesse obbligatorie da parte di Enti pubblici etc.), provvedimenti che però larga parte dell’opinione pubblica avrebbe potuto recepire come penalizzanti per i disoccupati non incorsi in censure penali; e tuttavia la grave situazione del lavoro penitenziario constatata negli anni ’90 non poteva non esimere il Legislatore da qualche intervento, che è stato ricercato sia sul versante degli sgravi, sia sul versante organizzativo.
Sotto quest’ultimo aspetto appaiono deludenti le novità introdotte dal Regolamento penitenziario emanato nel 2000 (D.P.R. 30/06/2000, n. 230), che ha sostituito in toto (di fatto non ne è che un maldestro rimaneggiamento) il vecchio Regolamento d’esecuzione della L. 354/1975 (D.P.R. 26/04/1976 n. 431).

L’innovazione più significativa consiste nella previsione (art.47) della possibilità di un rapporto diretto di lavoro tra imprese pubbliche, private, cooperative sociali da una parte, e lavoratore dall’altra, possibilità prima ammessa – in deroga al principio generale della commessa del terzo all’amministrazione penitenziaria, datore di lavoro del detenuto – solo per il lavoro a domicilio.
Tale previsione, concatenandosi a quelle della legge 22/06/2000 n. 193 (c.d. Legge Smuraglia) che introduce sgravi contributivi e fiscali per cooperative sociali e imprese che assumono detenuti e internati all’interno degli istituti penitenziari, dovrebbe costituire il volano del lavoro intramurario.
Sarà così? L’effetto benefico della legge Smuraglia è prevedibile, ma non è ancora verificabile giacchè dei due regolamenti attuativi, uno è stato pubblicato solo il 09/05/2001, l’altro è ad oggi in fase di pubblicazione.
Non può però pensarsi a risultati immediati e di ribaltamento della situazione esistente, e ancora lontano appare un sistema penitenziario in cui il detenuto che lavora costituisca la regola, come aveva ipotizzato il legislatore del 1975, lucido esempio di attuazione dei principi costituzionali, e come è sottinteso e presente in ogni parte testo della L.n.354/1975 (è evidente, ad esempio, che la previsione – all’art. 6 – dei locali di pernottamento dei ristretti, distinti dai locali di soggiorno, non immagina questi destinati all’ozio, né avrebbe senso prevedere locali di pernottamento singoli, - sempre all’art. 6 – se da questi i ristretti non dovessero uscire durante il giorno come purtroppo si verifica, per una stabile situazione, di assenza di opportunità di lavoro, o formazione o studio).
A prescindere dalla problematica relativa alla convenienza per molti imprenditori di installare lavorazioni in Paesi dove il costo della manodopera è più basso, molti elementi rendono il ricorso al lavoro dei detenuti e degli internati “inappetibile” pur in presenza delle disposizioni in materia introdotte nell’anno 2000 e alle quali si è prima accennato.
Negli ultimi decenni in virtù di dinamiche socio-culturali e di scelte di politica criminale su cui non è questa la sede di soffermarsi, il carcere è sempre meno carcere ed è in larga parte – come ebbe ad affermare già parecchi anni fa con acuta lungimiranza l’allora Direttore generale dell’Amministrazione penitenziaria Nicolò Amato – ospedale, lazzaretto, manicomio, ospizio per indesiderati e reietti.
Tossicodipendenti, malati di AIDS, stranieri irregolarmente presenti nel territorio dello Stato affollano le carceri attratti nella spirale criminosa il più delle volte per l’assenza di un’appropriata azione preventiva e un diverso filtro sociale. Sono categorie di persone sovente senza alcuna attitudine, esperienza o abitudine di lavoro, e che prima di poter essere avviate ad attività lavorativa che abbia continuità e standards quantitativi e qualitativi di normalità necessitano di robusta formazione professionale e di una lunga preparazione trattamentale in senso ampio. Altra cospicua parte della popolazione detenuta è costituita da appartenenti alla criminalità organizzata; costoro considerano il lavoro – specie quello manuale – come elemento totalmente estraneo alla concezione della vita e dei rapporti interpersonali cui hanno aderito, e addirittura inconciliabile con il carisma criminale. E’ inutile dire quali immensi problemi pone l’avviamento al lavoro di siffatti detenuti e quali siano i costi connessi allo svolgimento del lavoro da parte degli stessi in accettabili condizioni di sicurezza.
Le mutate caratteristiche della popolazione detenuta non sono tuttavia che uno dei tanti ostacoli al ricorso da parte dell’imprenditoria al lavoro penitenziario.
Basti pensare, ad esempio, come il sistema processuale penale entrato in vigore nel 1989 abbia moltiplicato i giorni che vedono impegnato il detenuto in attività processuali, sia esso indagato o imputato, o condannato, o, peggio ancora, a posizione mista. E’ del tutto imprevedibile il numero dei giorni in cui, nell’arco di un anno, un detenuto è chiamato ad attività processuale, di regola non eseguibile o non eseguita in ambito penitenziario (udienze davanti al tribunale del riesame, incidenti probatori, attività d’indagine d’individuazione di luoghi, udienze preliminari, udienze dibattimentali, davanti al Tribunale di sorveglianza, camerali varie etc.)
Sono frequenti, specialmente nei procedimenti per reati associativi e di criminalità organizzata in genere, dibattimenti con venti o trenta udienze, o anche più. E, non mancano detenuti che, essendo impegnati in più processi, in sedi diverse, vedono inutilizzabili a fini lavorativi non solo i giorni dell’attività processuale, ma anche i periodi di trasferimento temporaneo.
Basti ancora pensare agli effetti del c.d. sovraffollamento penitenziario sulla stabilità dei detenuti nelle sedi di assegnazione.

La necessità di “sfollamenti” periodici in alcuni istituti non sufficientemente dimensionati ai bisogni penitenziari del territorio, l’impossibilità di effettuare le assegnazioni in modo conforme ai criteri dettati dall’art. 42 dell’Ordinamento penitenziario e la conseguente pressione dei detenuti per ottenere trasferimenti in sedi ritenute più idonee alle proprie esigenze, rendono totalmente incerta la durata del possibile rapporto di lavoro col detenuto, elemento non secondario soprattutto se il tipo di attività non consente sostituzioni tout court.
Che dire poi dell’impossibilità o dell’incapacità dell’Amministrazione penitenziaria, sotto il profilo organizzativo, ad evitare nocive sovrapposizioni temporali tra il lavoro e le altre attività trattamentali e non (corsi scolastici, colloqui con familiari e difensori, cure mediche, fruizione della permanenza all’aperto etc.)?
Se questo è il reale spaccato della situazione, se i dati delle rilevazioni penitenziarie confortano l'eziologia (o meglio l’eziopatologia) proposta, allora è venuto veramente il momento di ipotizzare per il lavoro penitenziario (coraggiosamente, senza pregiudizi ideologici e se necessario mettendo in discussione il citato proclama dell’art. 20 Ord. Pen.: “l’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera”) speciali forme e speciali modalità, pur salvaguardando gli irrinunciabili principi della tutela della dignità della persona umana e del valore morale del lavoro. Ci sia sempre di monito il sacro avvertimento “Littera occidit”.

 

Un po’ di gergo carcerario

fonte: www.risretti.it

"4 bis"
Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Norma introdotta nel 1991, che rende più difficile l’accesso ai benefici ed alle misure alternative alla detenzione, previsti dalla legge penitenziaria, per chi è condannato per reati gravi (rapina, estorsione, omicidio, traffico di droga) e lo impedisce a chi è condannato per reati associativi (sequestro di persona, associazione finalizzata al traffico di droga, associazione mafiosa).

"41 bis"
Articolo 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Regime di sospensione delle regole di trattamento previste dall’Ordinamento Penitenziario. Conosciuto anche come "carcere duro". Introdotto nel 1992, per contrastare la criminalità mafiosa, doveva rimanere in vigore fino al 1995. Nel ‘95, una legge l’ha prorogato, fino al 1999; nel ’99 è stato di nuovo prorogato, fino all’anno 2003. Può essere applicato a tutti i condannati per reati inclusi nell’articolo 4 bis, se vi sono "motivi di sicurezza" che lo richiedano.

"416 bis"
Articolo 416 bis del Codice Penale, che prevede e punisce il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Si tratta di un reato che preclude l’accesso a tutti i benefici e le misure alternative alla detenzione, tranne nel caso che il condannato collabori con la giustizia oppure che la sua collaborazione sia impossibile perché tutti i fatti sono già stati accertati. Le stesse

Agenti di Polizia Penitenziaria
Così si chiamano gli addetti alla custodia: non "secondini", né "agenti di custodia", né altro. Ci tengono ad essere indicati col loro nome.

Alta Sicurezza (A.S.)
È una sezione del carcere in cui sono riuniti tutti i condannati per reati di tipo associativo (mafia, traffico di droga, etc.), che sono sottoposti ad una sorveglianza più stretta rispetto ai detenuti comuni.

Area penale esterna
Indica il complesso delle persone ammesse alle misure alternative alla detenzione, al lavoro esterno ed ai benefici "extramurari", ma anche le attività che queste persone svolgono, che sono comunque modi di espiazione della pena.

Attività extramurale
È l’attività che i condannati possono svolgere all’esterno del carcere: i permessi premio, il lavoro esterno, la semilibertà, etc.

Attività intramurale
È l’attività (scolastica, lavorativa, culturale, sportiva) che si svolge all’interno del carcere con finalità di risocializzazione dei detenuti

Attività trattamentale
Comprende sia l’attività intramurale sia quella extramurale (benefici e misure alternative) in un progetto complessivo di risocializzazione (se funzionasse… ma a volte funziona anche).

Battitura di protesta
Fatta dai detenuti, che sbattono le pentole e altre suppellettili sulle porte e le finestre per richiamare l’attenzione su problemi o necessità particolari.

Battitura sbarre
Fatta dagli agenti, quotidianamente, per accertarsi che qualche detenuto non abbia segato le sbarre.

Casellario
È il "deposito" del carcere dove ogni detenuto conserva gli oggetti che non gli consentono di tenere in cella. Li potrà ritirare al momento della scarcerazione.

Cellulare
È il furgone blindato per il trasporto dei detenuti.

Continuato
Questo è un provvedimento giuridico che consente di avere diminuzioni di pena, anche sostanziose, nel caso in cui si siano commessi più reati della stessa natura in un arco di tempo ristretto. (Ad esempio, il caso del tossicodipendente che rubava ogni giorno per comperarsi la droga). Ma viene applicato raramente.

Cumulo
Il cumulo giuridico delle pene, invece, comporta la somma matematica di tutte le singole condanne: chi ha compiuto, ad esempio, venti furti di modesta entità, giudicati in processi separati, può ritrovarsi con una pena complessiva di 20 o 30 anni.

Domandina
È il modulo con il quale si richiedono un’infinità di cose, all’interno del carcere: dai colloqui con gli operatori, al lavoro, agli acquisti di prodotti non compresi nella lista della spesa.

Essere nei termini
Significa aver scontato una parte sufficiente della pena per poter accedere ai benefici ed alle misure alternative della detenzione.

Fornitura
Sono i prodotti per l’igiene personale e la biancheria che sono consegnati ad ogni persona arrestata: lenzuola, coperta, sapone, etc.

Fungibilità della pena
Si applica nel caso in cui si sia trascorso in carcere un certo periodo di custodia cautelare e poi, al processo, sia arrivata un’assoluzione. In questo caso, il periodo d’ingiusta detenzione può essere detratto da un’eventuale pena successivamente subita.

Gruppo (o équipe) di Osservazione
È l’insieme degli operatori incaricati di seguire il percorso detentivo del condannato: educatore, psicologo, assistente sociale, etc.

Matricola
È l’Ufficio Anagrafe del carcere, dove sono conservati tutti gli atti giuridici che riguardano ogni detenuto.

Misure alternative
Le misure alternative alla detenzione, introdotte dalla Riforma Penitenziaria del 1975 e da altri provvedimenti successivi, sono: la semilibertà, l’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare.

Nuovo giunto
Si chiama in questo modo la persona appena arrestata, che arriva in carcere e deve essere immatricolato e poi alloggiato.

Protetti
I "protetti" sono detenuti che non possono vivere nelle sezioni comuni perché hanno tenuto comportamenti contrari all’etica della maggioranza della popolazione detenuta (collaborare con la giustizia, compiere reati di natura sessuale, in special modo la pedofilia). Sono quindi riuniti in apposite sezioni e non hanno contatti con gli altri detenuti.

Quartino
I "quartini" sono i contenitori di vino che il carcere consente e vende. Ogni detenuto può acquistare due quartini di vino al giorno, quindi mezzo litro.

Rapporto
È un rilievo disciplinare a carico dei detenuti, di solito contestato da un agente. Produce l’avvio di un procedimento disciplinare che può sfociare in una sanzione, tipo il richiamo o l’isolamento. Inoltre il rilievo disciplinare comporta la mancata concessione dello sconto di pena per la buona condotta.

Saletta
La saletta è un luogo nel quale, a ore prestabilite del giorno, è possibile ritrovarsi in gruppo per fare giochi e altro.

Sballamento
Trasferimento forzato e inatteso da un carcere all’altro, effettuato per motivi di sovraffollamento, o di sicurezza, o altro.

Scopino
È l’addetto alle pulizie degli spazi comuni: corridoi, docce, salette, etc. In genere, questo lavoro viene svolto a turno da tutti i detenuti. È pagato, anche se poco…

Sintesi
È una relazione che comprende notizie sul comportamento tenuto da ogni detenuto durante la sua permanenza in istituto e anche un’indicazione su quello che potrà essere il prosieguo del suo percorso detentivo (eventualmente anche in misura alternativa).

Socialità
Indica il tempo da trascorrere in compagnia all’infuori delle attività di lavoro o di studio. La socialità, quindi, viene fatta nelle celle, all’ora dei pasti (riunendosi in piccoli gruppi), oppure nella "saletta".

Spesino
È l’addetto alla consegna della spesa, che deve essere ordinata tramite un apposito modulo allo spaccio interno, chiamato "sopravvitto".

Terapia
Le "terapie", in carcere, diventano sinonimo di assunzione di psicofarmaci, spesso usati in maniera sconsiderata dai detenuti e prescritti con "generosità" allo scopo di mantenere "tranquille" le persone.

Terminale
È il posto di guardia di ogni "blocco", o "sezione" detentiva. Vi lavorano uno o più agenti, che registrano gli ingressi e le uscite dei detenuti, li perquisiscono, etc.

Tradotta
È un vagone ferroviario allestito appositamente per il trasporto dei detenuti: ha i finestrini bloccati, panche di legno invece dei sedili, etc.

Traduzione
Trasferimento di detenuti, effettuato con un furgone blindato ed una scorta, in occasione di processi o di altre eventualità che ne richiedono la presenza all’esterno del carcere.

Transito
È una cella, o più spesso un camerone, che ogni istituto allestisce per ricevere i detenuti "di passaggio", che sono destinati ad altre carceri e, per vari motivi, vengono temporaneamente "appoggiati" in quel luogo.

 

Il carcere dopo Cristo, meno stato e più galera


L'articolo di Alessandro Margara per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 6 ottobre 2010. Il dibattito “Ripensare il carcere” su www.fuoriluogo.it.
Fonte: Il Manifesto, di Alessandro Margara 06/10/2010
Sono convinto che la questione penitenziaria si collochi in un punto strategico e di forte crisi di questo nostro mondo dopo Cristo, come dice Marchionne, con una espressione che temo non voglia dire, come è d’uso, dopo la apparizione di Cristo, ma dopo la sua sparizione. Perché un punto strategico? Perché vi si incrociano due aspetti: da un lato, il trasferimento delle risorse economiche dalle politiche sociali – gli ultimi scampoli del welfare – alle politiche di contrasto di polizia e penale contro le crisi urbane (dallo stato sociale allo stato penale, come si dice); e dall’altro lato, la scoperta che tali politiche calamitano consenso, anche se del tutto inefficaci sul piano delle soluzioni delle crisi che si propaganda di affrontare. Meno stato e più galera. Il credo in cui tutti concordano, destra e sinistra, è: “La sicurezza è un diritto, l’insicurezza è una ingiustizia sociale”. E questo credo è accettato nonostante sia accertato che queste politiche colpiscono proprio le fasce più deboli della popolazione e quando è indubbio che il diritto alla sicurezza non riguarda la sicurezza sociale (dalla culla alla tomba, slogan ampiamente negato dalla demolizione del Welfare) e il recupero delle situazioni sociali critiche. L’adempimento di quel diritto è soddisfatto dall’arresto di più persone e dal placare, più che la paura, il cattivo umore della gente.
La mia conclusione è che il sovraffollamento è ormai strutturale e che, per questo, non c’è modo di interromperlo. La volontà è questa (con le leggi riempi carceri, con l’inerzia a intervenire successivamente, maledicendo il condono e promuovendo, dopo lo stesso, un ritmo di ri-carcerazione più veloce di prima: aumento di 31.000 detenuti in 4 anni: il condono fu preceduto da un aumento di 10.000 detenuti in un decennio) e occorrerebbe una volontà opposta, che non si vede apparire all’orizzonte.
In questa rubrica, sul Manifesto, sono intervenuti recentemente Franco Corleone (25/8), Mauro Palma (15/9) e Stefano Anastasia (22/9). Pongono problemi seri su un possibile ripensamento del carcere relativamente alla sua organizzazione interna e, in particolare, ai problemi del personale. Ci sono prospettive in questo senso? La risposta che mi viene immediata è no, perché è chiaro che questo governo rifiuta il dettato costituzionale (vedi le leggi Bossi-Fini, ex-Cirielli, Fini-Giovanardi) e pensa ad un carcere di sola contenzione, che rifiuta qualunque funzione riabilitativa, come dimostra la precisa scelta di carceri sempre più grandi, contro l’art. 5 dell’O.P. (vedi il fantomatico piano edilizio del DAP), che saranno sempre più affollati e nei quali parlare di  trattamento individualizzato – art. 13 O.P. – è solo una “sfottitura”). Questa la politica dei responsabili attuali: nessuno spazio per i ripensamenti di Corleone, Palma e Anastasia. Ma, nel ripensare i ripensamenti, si può notare che gli stessi parlano di un carcere più ragionevole che, in qualche misura, può alleggerire le responsabilità dello Stato, cosa gradita oggi. La proposta di creare carceri con maggiore responsabilizzazione dei detenuti e minore impiego di personale viene incontro alle minori spese auspicate. E la presa d’atto che molte attività vengono via via passate ad altre amministrazioni, dalla sanità alla scuola, a tutte le iniziative riabilitative, nelle quali la Amministrazione sta arrivando a non mettere più un soldo e l’idea conseguente di spostare il personale di servizio sociale dallo Stato alle amministrazioni locali: anche qui risparmi e meno responsabilità per lo Stato. E, per la Polizia penitenziaria, è possibile un impiego più razionale e meno dispersivo, impegnata com’è anche in funzioni ben diverse da quelle che le sono proprie: un’altra possibilità di economie di personale e di risorse. Una conclusione molto sommaria, che sintetizza le varie proposte, può essere questa: responsabilizzare i detenuti per deresponsabilizzare lo Stato e i suoi rappresentanti. E’ ben vero che ne risulterebbero un carcere e una politica penitenziaria migliori, ma credo che si imporrebbe l’opposizione degli “spiriti della prigione”, che vogliono con fermezza la prigione e la vogliono così com’è, piena, incapace di pensarsi e vedersi, utile solo per propaganda, del tutto inutile e indifferente per gli uomini che ci sono chiusi. Il carcere dopo Cristo, appunto.

 

VISITA AL CARCERE


Di Ignazio Silone pubblicato in “Corriere dell’Unesco” maggio 1950 e in seguito nel volume “Uscita di sicurezza” Vallecchi 1965.
Un piccolo uomo cencioso e scalzo, ammanettato tra due carabinieri, procedeva a balzelloni, nella strada deserta e polverosa, come in un penoso ritmo di danza, forse perché zoppo o ferito a un piede. Tra i due personaggi in uniforme nera, che nella crudezza della luce estiva sembravano maschere funebri, il piccolo uomo aveva un vivace aspetto terroso, come di animale catturato in un fosso. Egli portava sulla schiena un fagottino dal quale usciva, in accompagnamento al suo saltellare, uno stridio simile a quello della cicala.
L’immagine pietosa e buffa m’apparve e venne incontro mentre mi trovavo seduto sulla soglia di casa, col sillabario sulle ginocchia, alle prime difficoltà con le vocali e le consonanti; e fu una distrazione inaspettata che mi mosse al riso.
Mi girai attorno per trovare qualcuno che condividesse la mia allegria e in quello stesso momento, dall’interno di casa, udii sopraggiungere il passo pesante di mio padre.
- Guarda com’è buffo - gli dissi ridendo.
Ma mio padre mi fissò severamente, mi sollevò di peso tirandomi per un orecchio e mi condusse nella sua camera. Non l’avevo mai visto così malcontento di me.
- Cosa gli ho fatto di male? - gli chiesi stropicciandomi l’orecchio indolorito.
- Non si deride un detenuto, mai. -
- Perché no? -
- Perché non può difendersi. E poi perché forse è innocente. In ogni caso perché è un infelice. –
Senza aggiungere altro, mi lasciò solo nella camera in preda a un turbamento di una nuova specie. Le vocali e le consonanti, con i loro complicati accoppiamenti, non mi interessavano più. […]

 

Regina Coeli: 1000 detenuti senza acqua calda da 40 giorni


La denuncia è del garante Angiolo Marroni. A causare il disagio una rottura della caldaia centralizzata che serve l'intera struttura. Possibile per gli oltre 1000 detenuti un altro inverno al gelo
di Redazione - 08/09/2010
 Il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, rende noto che gli oltre mille detenuti del carcere romano di Regina Coeli sono rimasti da quaranta giorni senza l'utilizzo dell'acqua calda: la rottura della caldaia centralizzata che serve l'intera struttura è la causa del disagio. Già lo scorso inverno i detenuti hanno dovuto affrontare la medesima situazione, restando per molto tempo senza acqua calda e senza i riscaldamenti. Il Garante afferma che "i disagi dureranno fino a quando non si provvederà a sostituire l'impianto centralizzato con singole caldaie in grado di servire le singole sezioni".

Il Regina Coeli, Il carcere storico di Roma e forse il più antico d'Italia, sito in via della Lungara, è stato costruito nel 1654 ed ospita oggi più di mille detenuti in otto sezioni, sistemati in quattro o spesso in sei in una stessa cella, e di un centro Clinico. Per la sua manutenzione ordinaria si prevede ogni anno una spesa di 14 milioni e mezzo di euro all'anno. Ma il problema principale è proprio la complicata ed intricata gestione dell'appalto per il rifacimento dell'impianto di riscaldamento e delle tubazioni del carcere.

Inoltre il Garante Marroni precisa che "Ancora una volta i problemi tipici di un carcere ultracentenario qual è Regina Coeli ricadono sui detenuti. Occorre prendere atto che Regina Coeli non è più in grado di garantire non solo il dettato costituzionale del recupero sociale del reo, ma soprattutto gli standard minimi di vivibilità, soprattutto in un periodo caratterizzato dal drammatico sovraffollamento di tutte le carceri italiane. Si potrebbero utilizzare gli ingenti fondi spesi ogni anno per cercare di far funzionare alla meno peggio Regina Coeli per realizzare un carcere più moderno. Allo stesso tempo, si potrebbe riconsegnare alla città la storica struttura di via della Lungara per farne, come da tempo dico, un polo artistico e museale di rilievo internazionale".

 

Protesta volontari: "Scarcerare tossicodipendenti e migranti"
 
ROMA - Scarcerare e inserire in circuiti alternativi alcune categorie di detenuti, tra cui quelli in attesa di giudizio, i tossicodipendenti, i migranti, le madri con figli fino a tre anni, i malati di Aids e di altre patologie gravi e i pazienti psichiatrici. È solo una delle tante richieste che i rappresentanti del volontariato e del terzo settore, in sit in a Piazza Montecitorio, davanti al Parlamento, hanno presentato a tutte le forze politiche. Le organizzazioni chiedono inoltre di risolvere il drammatico problema del sovraffollamento attraverso un iter legislativo per la riforma di quelle norme che "hanno colmato a dismisura le strutture detentive esistenti".
La richiesta di un intervento immediato sul sistema carcere parte dalla constatazione che i recenti appelli del volontariato e del terzo settore, le mobilitazioni della polizia penitenziaria e gli scioperi della fame dei detenuti sono caduti nel vuoto e che "nessun provvedimento realmente utile a far fronte al sovraffollamento" è stato assunto "né da parte del governo né del ministro della Giustizia". Molti i problemi (non affrontati) che - a giudizio delle organizzazioni promotrici della manifestazione - hanno condotto all'implosione del sistema e sui quali "occorre intervenire immediatamente".
Tra le questioni evidenziate, oltre al sovraffollamento e al dramma dei suicidi in carcere, i tagli alla spesa sul programma dell'Amministrazione penitenziaria di 18.592.537 euro, di cui ben 7.402.666 alle spese di mantenimento, assistenza e rieducazione dei detenuti. Vi e' poi il "costosissimo e inutile" Piano straordinario per l'edilizia penitenziaria, la gestione "poco trasparente" dei fondi della Cassa ammende e i tagli ai trasferimenti sulla spesa sociale degli enti locali "che rendono impossibile il reinserimento sociale e lavorativo delle persone che escono dal carcere".

 
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