Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Bacheca

Lettera aperta degli ergastolani a Papa Benedetto XVI

“Amore è credere nell’altro e dargli fiducia”

(dal quaderno di un angelo)

Il Cardinale Sepe ha affermato: “Nessuno uomo è condannato a vita e che tutti devono avere la possibilità di redimersi”.

L’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, autore di un appello contro l’ergastolo, ha dichiarato: “Toglie la speranza e non rieduca”.
Don Oreste Benzi, Fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII ha sempre appoggiato il superamento dell’ergastolo e qualche giorno prima della sua morte, alle Settimane Sociali del 2007 ha detto: "Adesso inizia lo sciopero della fame a Spoleto, nel supercarcere, per l’abolizione dell’ergastolo. Hanno ragione. Che senso ha dire che le carceri sono uno spazio dove si recupera la persona se è scritta la data di entrata e la data di uscita mai? È una contraddizione in termini. Perché non devono aver il diritto di dare prova che sono cambiati? Non è giusto questo."
Ora la Comunità Papa Giovanni XXIII, guidata dal successore di Don Oreste Benzi, Giovanni Paolo Ramonda, si unisce a noi in questo appello:
Santo Padre, siamo degli ergastolani, dei condannati a essere colpevoli e prigionieri per sempre, ergastolani con l’ergastolo ostativo ad ogni beneficio. Santo Padre, molti di noi sono in carcere da 20, 30 anni, altri di più, senza mai essere usciti un solo giorno, senza mai un giorno di permesso con la propria famiglia. Molti di noi sono entrati da ragazzi adolescenti e ora sono quarantenni destinati ad invecchiare in carcere, altri erano giovani padri e ora sono nonni con i capelli bianchi.
Santo Padre, noi e la Comunità Papa Giovanni XXIII, Le vogliamo dire che la pena dell’ergastolo è una pena che si sconta senza vita; che avere l’ergastolo è come essere morti, ma sentirsi vivi; che la pena dell’ergastolo è una pena del diavolo perché ti ammazza lasciandoti vivo; che la pena dell’ergastolo tradisce la vita; che subire la condanna dell’ergastolo è come perdere la vita prima ancora di morire; che la pena dell’ergastolo ti mangia l’amore, il cuore, e a volte anche l’anima; che la vita senza promessa di libertà non potrà mai essere una vita.
Santo Padre a cosa serve e a chi serve il carcere a vita? Si diventa non viventi. A che serve vendicarsi in questo modo? Non vediamo giustizia nella pena dell’ergastolo, ma solo una grande ingiustizia perché si reagisce al male con altro male aumentando il male complessivo. Una società giusta non dovrebbe avere né la pena di morte, né la pena dell’ergastolo. Non è giustizia far soffrire e togliere la speranza per sempre per riparare al male che ha fatto una persona. Il male dovrebbe essere sconfitto con il bene e non con altro male. Il riscatto umano non è possibile con una pena che non potrà mai finire. La nostra vita è di una inutilità totale, è aberrazione, sofferenza infinita. L’ergastolo è una pena che rende il nostro presente uguale al passato, un passato che schiaccia il presente e toglie speranza al futuro.
Santo Padre, 310 ergastolani tempo fa si sono rivolti al Presidente della Repubblica dicendogli di preferire la morte al carcere a vita.
Nell’anno 2007 un migliaio di ergastolani, sostenuti da 10.000 persone fra amici e parenti, hanno fatto lo sciopero della fame ad oltranza per l’abolizione dell’ergastolo.
Nell’anno 2008 quasi ottocento ergastolani hanno inoltrato un ricorso alla Corte europea per chiedere l’abolizione dell’ergastolo perché in Europa solo in Italia esiste l’ergastolo ostativo.
Sempre nell’anno 2008 un migliaio di ergastolani hanno fatto uno sciopero della fame a staffetta per l’abolizione dell’ergastolo.
Santo Padre, i mass media dicono che l’ergastolo in realtà non esiste, ma allora, se non esiste, perché non lo tolgono?
Vogliamo scontare la nostra pena, ma chiediamo una speranza, una sola, chiediamo un fine pena certo.
Santo Padre ci sentiamo abbandonati da tutti, dagli uomini, dalla Chiesa e a volte persino da Dio, perché non si può essere contro la guerra, contro l’eutanasia, contro l’aborto e non essere contro la pena dell’ergastolo.
Santo Padre, non abbiamo voce: ci dia la Sua per fare sapere che in Italia esiste l’ergastolo ostativo, una pena disumana che non avrà mai termine.
Sicuri di sentire la sua voce, grazie!
Gli ergastolani in lotta per la vita e la Comunità Papa Giovanni XXIII
Dicembre 2009
l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Il Responsabile Generale
Giovanni Paolo Ramonda

 

In attesa del decreto Alfano: storia delle misure alternative.... tra fasi di apertura e di restrizione

"Occorre stabilire norme di vita carceraria che siano bensì idonee ad emendare il condannato, ma non tolgano alla pena il carattere afflittivo ed intimidativo…" (Dalla Relazione di presentazione al Regolamento per gli Istituti di Prevenzione e Pena - Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 787).


Il "Regolamento per gli istituti di prevenzione e pena" del 1931 non contemplava modalità di espiazione diverse dalla detenzione in carcere e la durata della pena era immodificabile, salvo l’ottenimento della liberazione condizionale o della grazia, misure a carattere clemenziale regolate dal Codice Penale.

Con la Costituzione (1948) viene introdotto il concetto di "rieducazione": l’esecuzione della pena detentiva deve essere organizzata in modo tale da non rappresentare un castigo più grande di quello che già si realizza per effetto della privazione della libertà e da consentire tutti quei trattamenti che appaiono più idonei al recupero sociale del detenuto.

Ma è solo negli anni 70 che comincia a rendersi evidente l’insufficienza delle misure clemenziali e, in questa ottica, la legge di Riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 (poi ripresa e ampliata dalla legge "Gozzini" del 1986), imperniata sull’esigenza di rieducazione dei detenuti, racchiude principi molto importanti:
•    la discontinuità della pena, con i permessi che permettono ai detenuti di riallacciare periodicamente i rapporti umani, a partire da quelli familiari; 
•    la flessibilità della pena, con la liberazione anticipata; 
•    la modalità alternativa di esecuzione della pena, con l’affidamento in prova al servizio sociale e la semilibertà. 
Nei decenni successivi, tuttavia, si assiste ad una sorta di "movimento pendolare" fra il permissivo ed il restrittivo, dove le fasi di maggiore rigore coincidono con periodi nei quali la "sicurezza pubblica" appare (o viene fatta apparire) gravemente a rischio:
•    tra la seconda metà degli anni 70 ed i primi anni 80, con "l’emergenza terrorismo"; 
•    all’inizio degli anni 90, con "l’emergenza criminalità organizzata"; 
•    negli ultimi anni, con "l’emergenza criminalità predatoria, o micro-criminalità".
= legge di grande "apertura"
= legge di media "apertura"
= legge di "restrizione"

Anno e norma    Argomento trattato    Novità introdotte
1948 - Costituzione Repubblica
(Articolo 27 - Comma 3)
"Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".    Le pene non sono più unicamente retributive e si affaccia il concetto di rieducazione, anche se l’utilizzo del verbo tendere secondo alcuni suggerisce si tratti di una finalità "auspicabile, ma non essenziale".

1962 - Legge n. 1634
Modifica dell’art. 176 del Codice Penale.    Prevede la possibilità di ammissione alla "liberazione condizionale" per gli ergastolani che abbiano scontato almeno ventotto anni di pena.
1975 - Legge n. 152
Cosiddetta "legge Reale": Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico.    Stabilisce che la "liberazione condizionale" non possa essere concessa ai condannati per reati gravi (omicidio, sequestro di persona, banda armata, estorsione, etc.)

1975 - Legge n. 354 
Riforma dell’ordinamento penitenziario.    Introduce le prime misure alternative alla detenzione: affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, liberazione anticipata (20 giorni ogni semestre di pena espiata) e "permessi di necessità". Il lavoro esterno è consentito, ma solo in aziende agricole o industriali ed è prevista la scorta.
1977 - Legge n. 1
Modificazioni alla legge 26 luglio 1975, n. 354, sull’ordinamento penitenziario, e all’articolo 385 del codice penale.    Prevede che l’affidamento al servizio sociale sia escluso per i delitti di rapina aggravata, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione.
1977 - Legge n. 128
Coordinamento del servizio di sicurezza degli istituti penitenziari.    Istituisce le carceri di massima sicurezza, nelle quali vengono trasferiti varie categorie di detenuti "pericolosi". Stabilisce che il numero degli "agenti di custodia" deve essere pari a quello dei reclusi.
1979 - Legge n. 625
Cosiddetta "legge Cossiga": Misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica.    Prevede l’aumento delle pene per i reati commessi con finalità di terrorismo e maggiore autonomia delle forze dell’ordine rispetto alla magistratura.
1985 - Legge n. 297
Norme per la erogazione di contributi finalizzati al sostegno delle attività di prevenzione e reinserimento dei tossicodipendenti.    Introduce "l’affidamento in prova in casi particolari", per i condannati tossicodipendenti o alcool dipendenti.
1986 - Legge n. 663
Cosiddetta "legge Gozzini": Modifiche alla legge sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.    Introduce i "permessi premio" e la detenzione domiciliare e amplia la portata della liberazione anticipata (da 20 a 45 giorni ogni semestre di pena): i permessi e tutte le misure alternative possono essere concessi indipendentemente dal tipo di reato
1991 - Legge n. 203
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, recante provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata.    Vieta la concessione dei permessi premio e delle misure alternative ai condannati per reati di associazione mafiosa, terrorismo, sequestro di persona, traffico di stupefacenti, a meno che collaborino con la giustizia.
I condannati per altri reati gravi (omicidio, rapina, estorsione, etc.) possono accedervi ma soltanto dopo avere scontato almeno metà della pena.
1992 - Legge n. 356
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, recante modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa.    Introduce il 2° comma dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede la sospensione delle regole di trattamento dei detenuti per motivi di sicurezza e legittima l’utilizzo del cosiddetto "carcere duro" come misura provvisoria ed eccezionale di contrasto alla criminalità organizzata.
1998 - Legge n. 165
Cosiddetta "legge Simeone - Saraceni": Modifiche all’articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni    Prevede, per i condannati a pene fino a 3 anni che si trovano in libertà, la possibilità di ottenere una misura alternativa senza entrare in carcere.
Inoltre introduce la cosiddetta "detenzione domiciliare generica" (per pene fino a due anni) indipendentemente dall’esistenza dei presupposti (di salute, età, etc.) tipici della misura.
2001 - Legge n. 40
Cosiddetta "legge Finocchiaro": Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori.    Introduce la "detenzione domiciliare speciale" per le condannate madri di figli di età inferiore ai 10 anni: la misura può essere richiesta da chi ha scontato almeno un terzo della pena e si applica anche ai padri (se la madre è impossibilitata ad assistere i figli).
2002 - Legge n. 189
Cosiddetta "legge Bossi-Fini": Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo (art. 16 - comma 5).    Prevede che per il condannato straniero, con pena non superiore a due anni, sia disposta l’espulsione. Non si applica a chi è condannato per reati gravi.
2002 - Legge n. 279
Modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario.    Amplia la casistica dei reati per i quali è vietata o limitata la concessione delle misure alternative (art. 4-bis op).
Rende permanente il cosiddetto "carcere duro" (introdotto nel 1992 come misura "provvisoria e straordinaria" previsto dall’art. 41-bis op.
2003 - Legge n. 207
Cosiddetto "indultino": Sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni    Prevede che il condannato, dopo aver scontato almeno metà della pena, possa ottenere la sospensione della parte residua, nel limite di due anni.
2005 - Legge n. 251
Cosiddetta "legge ex-Cirielli": Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche e di recidiva.    Prevede limiti più severi per l’accesso alle misure alternative alla detenzione per i condannati plurirecidivi: tempi più lunghi per permessi premio, semilibertà e affidamento; esclusione della detenzione domiciliare "generica".
2009 - Legge n. 94
Cosiddetta "legge Maroni": Disposizioni in materia di sicurezza pubblica.    Amplia la casistica dei reati per i quali è vietata o limitata la concessione delle misure alternative (art. 4-bis op).
Inasprisce le restrizioni previste per i detenuti sottoposti al regime di cosiddetto "carcere duro" (art. 41-bis op).
2010 - Ddl C. 3291
(???)
Disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno e sospensione del procedimento con messa alla prova    Consente l’ammissione alla detenzione domiciliare dei condannati con una pena residua inferiore a 1 anno e la sospensione del processo con "messa alla prova" per chi è accusato di un reato punibile con una pena fino a 3 anni.

 

LA CRISI DELLA SANITA' PENITENZIARIA

DOSSIER EMERGENZA CARCERI

Se di carcere si muore
La sanità in carcere è uno degli aspetti del sistema penitenziario in cui lo sfacelo è più evidente. Un piccolo malanno è l’inizio di un calvario che può costare la vita al detenuto. E ci sono 163 malati di Aids conclamato che non possono essere assistiti adeguatamente in carcere. Per loro la pena detentiva equivale ad una condanna a morte

di Davide Malacaria

Regina Coeli ospita uno dei più importanti centri clinici a disposizione della sanità penitenziaria. Tre piani di stanze con sbarre alle porte. Il primo piano ospita i detenuti sieropositivi e malati di Aids, gli altri quelli affetti da altre patologie, tra cui un caso di sospetta tubercolosi, una malattia che si sta diffondendo nel circuito carcerario. Se le condizioni igieniche del centro sono buone, è evidente (e quelle sbarre bianche all’ingresso delle celle lo ricordano) che a chi finisce in galera può capitare di molto peggio: può ammalarsi in carcere.

È il caso di Roberto Caciotosto, 43 anni, finito a Regina Coeli per aver rubato penne, matite e zainetto per la figlia. Operato per ben due volte, per ernia e cisti toracica, nella struttura penitenziaria, ma non in sala operatoria (chiusa per lavori), accusa forti dolori al collo il 30 gennaio 1999. L’antidolorifico, prontamente somministrato, gli procurava un collasso. Un secondo intervento, a base di cortisone, non era certamente la cura più adeguata: il 31 gennaio viene trovato morto nella sua cella. O il caso di Giovanna Franzò, condannata a 7 mesi per furto, morta il 1 maggio del 2000. Dopo settimane di sofferenze, i medici del penitenziario decidono il ricovero presso l’ospedale di Ragusa dove, tre giorni dopo, muore. La Tac ha rivelato la causa del decesso in una “mediastinite necrotizzante”, in conseguenza di un ascesso ai denti non curato. La ragazza sarebbe uscita dal carcere il 1 luglio. E ancora, l’assurda morte di Marco Ciuffreda, a seguito di una crisi di astinenza, sulla quale ha indagato anche la magistratura che, nell’ambito nella richiesta di archiviazione per omissione in atti d’ufficio, ha rilevato la gestione negligente del caso.

Una serie di tragedie assurde e dolorose, che nel breve spazio di un articolo non si possono tutte elencare, ma che anche solo accennate documentano lo sfacelo di un mondo di emarginati. «Non nego che in carcere, come fuori, siano accaduti casi di malasanità», afferma Francesco Ceraudo, presidente dell’Amapi (Associazione medici dell’amministrazione penitenziaria italiana): «Ma in genere chi lavora nelle carceri ha una vocazione sociale che un medico normale non ha. Il problema vero è insito nel regime carcerario e nelle sue strutture, un luogo in cui la persona perde la sua dignità, si disumanizza, diventa un fascicolo, un protocollo, un numero». Eugenio Iofrate, responsabile del “Progetto carcere” della Fondazione Villa Maraini, che lavora per il recupero dei tossicodipendenti, ed è vicepresidente della Consulta penitenziaria del Comune di Roma, dice: «La verità è che i medici penitenziari dipendono dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap): questa condizione può portare a privilegiare le esigenze di sicurezza rispetto a quelle terapeutiche». Corrado Stillo, dell’Osservatorio dei diritti dei detenuti in carcere, sottolinea un altro aspetto: «I medici penitenziari sono spesso sottopagati, con la possibilità di essere licenziati in ogni momento e questo non fa che accrescere una scarsa motivazione nella loro attività professionale».
Alla drammatica situazione dell’assistenza medica per i detenuti si è tentato di far fronte con il cosiddetto “decreto Bindi” del 21 aprile 2000, assimilando i medici penitenziari, finora dipendenti dell’Amministrazione carceraria, al Sistema sanitario nazionale. Il provvedimento, che ha dato vita ad un acceso dibattito tra favorevoli e contrari, è entrato in vigore, in via sperimentale, già nel mese di giugno, in tre regioni (Lazio, Toscana e Puglia), anche se la sua effettiva applicazione appare ancora incerta. Iofrate si dice soddisfatto e mette l’accento su una novità introdotta dalla riforma: «I medici penitenziari sono privati, quindi non possono emettere ricette. Così le medicine, come anche le analisi, da loro prescritte, non godono dei benefici della mutua».

Anche chi, come Ceraudo, si dice contrario alla riforma, concorda su questo punto: «Si arriva all’assurdo che anche alcune analisi imposte dal regime carcerario, come quelle obbligatorie all’ingresso in carcere, siano a carico del paziente». E spiega come in ogni penitenziario esista il cosiddetto “armadio farmaceutico” (che gratuitamente mette a disposizione i medicinali di largo consumo), ma che l’esiguità di fondi origini gravissimi problemi di approvvigionamento, causando anche la mancanza di medicine essenziali.

Attendendo un ricovero

I centri diagnostici terapeutici dell’Amministrazione penitenziaria sono 15, il numero di ricoveri nel 1999 è stato pari a 5.827. Ma i medici dei penitenziari lamentano la cronica carenza di fondi e l’esiguità dei posti-letto (575) a fronte di una popolazione carceraria di oltre 50.000 unità. Alla carenza di spazi e strutture penitenziarie si tenta di sopperire attraverso le strutture pubbliche. Ma per gli ospedali pubblici il ricovero di un detenuto rappresenta un problema: la scorta, la vicinanza con i cittadini comuni… Così capita che le attese per un ricovero siano lunghe, a volte troppo. È il caso, segnalato da Stillo, di un detenuto di Viterbo a cui è stata amputata una gamba a causa di una cancrena, dopo la lunga attesa di un ricovero. Oppure il caso, sempre indicato da Stillo, della detenuta di Rebibbia che, dovendo subire l’asportazione di un tumore alla trachea, attende da luglio scorso l’operazione.

«L’attesa, soprattutto nei grandi centri, dipende anche dalle disponibilità delle strutture pubbliche, ed è un problema anche per i cittadini comuni» spiega Ceraudo: «Ma occorre sicuramente porre un rimedio alle difficoltà che incontra il ricovero ospedaliero di un detenuto non curabile nell’ambito delle strutture sanitarie penitenziarie. Bisogna stabilire delle corsie preferenziali per i ricoveri urgenti e destinare a questo scopo spazi appositi in alcuni ospedali pubblici». Una strada che si tenta di percorrere al “Sandro Pertini” di Roma, rileva Stillo, in favore del quale la Regione Lazio ha deciso un finanziamento, allo scopo di destinare un’ala dell’ospedale alla cura dei detenuti.

Ammalarsi di carcere

«Affermare che il carcere sia solo una privazione della libertà è falso. La persona in carcere subisce una serie di afflizioni che magari non appaiono evidenti, ma che non sono meno reali», spiega Ceraudo, che specifica come la lunga reclusione causi traumi alla vista, alla deambulazione, oltre a una serie di traumi psicologici, e attinenti alla sfera sessuale. Continua il presidente dell’Amapi: «Il carcere scatena disturbi mentali latenti quando non li genera, e può comportare anche una deviazione della sessualità, tanto da giungere a casi di abusi sessuali. Anche per questo lo spazio dedicato all’affettività, che doveva entrare in vigore con il nuovo regolamento carcerario e che è stato bocciato dal Consiglio di Stato, ha una sua ragion d’essere. Carceri molto più degradate delle nostre, come quelle albanesi, prevedono spazi per l’affettività, come anche, in Europa, gli istituti penitenziari spagnoli». La presenza di disturbi psichici in ambiente carcerario si concretizza anche nelle cifre dei suicidi, dei tentati suicidi, degli atti di autolesionismo. Anche se spesso, è bene precisare, simili comportamenti, più che casi di disturbi psichici, sono considerati dal detenuto come l’unico modo con il quale tentare di far valere le proprie istanze. Il fatto che le medicine a più largo consumo nelle carceri italiane, anche in percentuali del 70-80% del totale, siano gli psicofarmaci la dice lunga sui disagi psicologici creati dalla reclusione. Anche se resta il dubbio, segnalato dal documento di “Antigone”, che gli psicofarmaci, oltre a essere somministrati come medicine, vengano impiegati anche come un «mezzo di controllo e un modo per mantenere l’ordine interno soprattutto nelle sezioni dei tossicodipendenti».

Infine c’è il capitolo psichiatrico, con i suoi dolori e le sue tragedie, che va dagli ospedali psichiatrici giudiziari alle sezioni di osservazione psichiatrica interne ai penitenziari, che, al 31 dicembre 1999, risultavano trattare 1.207 persone. È difficile immaginare che in queste strutture i detenuti godano una terapia adeguata. A questo proposito lo studio di “Antigone” denuncia che tali ambiti sopravvivono solo «come luoghi di mera custodia della sofferenza mentale». Commenta Ceraudo: «Hanno chiuso i manicomi, ma molti di quei malati ora sono “ospiti” delle patrie galere. Ormai il carcere è diventato una discarica con la quale liberarsi delle persone incontrollabili».

Oltre alle patologie che derivano dalla condizione detentiva, altre attengono alla composizione multietnica della popolazione carceraria. L’ingresso massiccio di extracomunitari ha immesso nel circuito carcerario malattie che erano scomparse dal territorio nazionale, tanto che, come ammette lo stesso Ceraudo, i medici penitenziari a volte si vedono costretti a ricorrere ai libri di medicina per la ricerca di spiegazioni e cure adeguate. 
      Discorso a parte va fatto per l’igiene e la profilassi: «I controlli sono ad opera del Sistema sanitario nazionale», afferma il presidente dell’Amapi: «A parte le questioni strutturali e la pulizia, come si può parlare di igiene in luoghi dove capita che manchino persino la carta igienica e il detersivo? È il caso del carcere di Pisa dove questi “beni” sono stati acquistati grazie a una colletta nelle parrocchie cittadine…».

Tossicodipendenti e sieropositivi in carcere

Forse il problema più grave che la sanità penitenziaria si trova ad affrontare, non fosse altro che per le dimensioni, è quello dei detenuti tossicodipendenti. Al 31 dicembre 1999 erano 15.097, circa il 29,6% della popolazione carceraria. Di questi, metà erano in carcere per detenzione e piccolo spaccio di sostanze stupefacenti; gli altri, in genere, per reati contro il patrimonio commessi per l’acquisto della “dose”. Don Mario Picchi, presidente del Cis (Centro italiano di solidarietà), che da anni si occupa del recupero dei tossicodipendenti, dice: «Le cause che concorrono all’uso, e quindi alla dipendenza, di stupefacenti sono generalmente legate all’ambiente sociale, alla famiglia. Non è impedendo l’assunzione di queste sostanze che si risolve il problema, perché usciti dal carcere si ricade. Anzi, normalmente la galera rende più cattivi. Inoltre la droga circola liberamente nei penitenziari, e quando anche non si riesce ad accedere alle sostanze tradizionali si ricorre ad altre, come i farmaci o l’alcool». Non esistono dati sulla circolazione della droga nelle carceri, ma che questo traffico esista lo segnalano anche le cronache giudiziarie: le inchieste per “spaccio”, oppure le morti per overdose in carcere (clamoroso il caso del carcere di Torino dove, nell’ottobre dello scorso anno, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, tre persone sono morte per questo motivo).

Per tentare di far fronte al massiccio aumento di detenuti tossicodipendenti, nei penitenziari è stata adottata la terapia del metadone (da alcuni anni in vari istituti, e dal 1 gennaio 2000, per legge, in tutti), cui ricorre la sanità pubblica. Ma con scarsi risultati. I Sert (Servizio tossicodipendenze) interni, deputati allo scopo, risultavano avere, al 31 dicembre 1999, solo 939 “pazienti”, una esigua percentuale del totale. Commenta Eugenio Iofrate: «L’Amministrazione penitenziaria fa poco o nulla per i tossicodipendenti, qualche iniziativa sporadica, qualche terapia… D’altronde come potrebbe? Anche la detenzione domiciliare, che in teoria potrebbe permettere una terapia più efficace, comporta vincoli, burocratici e non, che impediscono interventi adeguati. Per il momento la strada per avere un trattamento terapeutico minimamente efficace è quella dell’affidamento in prova al servizio sociale, un beneficio di legge che permette al detenuto di accedere a un servizio o a una comunità terapeutica». Ma anche qui c’è un ostacolo. A godere di questo beneficio può essere solo un detenuto che debba scontare tre anni di pena o abbia un residuo di pena analogo. Inoltre l’affidamento in prova può essere concesso solo ai condannati definitivi, restando esclusi i detenuti in attesa di giudizio. Don Picchi segnala una ulteriore difficoltà: «Il recupero dei tossicodipendenti che hanno conosciuto l’esperienza del carcere è più difficile di quelli che vengono in terapia da liberi: in carcere acquisiscono una mentalità diversa, un modo di vivere che crea non pochi problemi».

Qualcosa di diverso è stato tentato: negli anni Novanta si è provato a realizzare un regime carcerario apposito per i tossicodipendenti: la custodia attenuata. Ma con scarso successo. A spiegare le cause di questo fallimento è Diego Chialant, del Cis, responsabile del “Programma Piranesi”, pensato per il recupero dei tossicodipendenti detenuti: «La custodia attenuata è stata realizzata in alcuni istituti e in certe sezioni di alcune carceri italiane. In queste strutture i tossicodipendenti sono seguiti da una équipe medica e da personale di sorveglianza specializzato. Ma il tentativo si può dire fallito, sia per l’esigua percentuale dei tossicodipendenti trattati, sia per i risultati ottenuti. La custodia attenuata, a mio parere, paga un handicap di fondo: il fatto che non si tratta altro che di un regime carcerario diverso, in cui sopravvivono sbarre e chiavi, oltre al rapporto carcerato-carceriere. Infine è possibile, anzi probabile, che piuttosto che vedere queste strutture come possibilità terapeutica e di reinserimento sociale, molti detenuti scelgano questa via solo per accedere ad un ambiente carcerario più “libero”, un modo per passare meglio il periodo di detenzione».

Dice don Picchi: «Sui tossicodipendenti occorre aprire una seria riflessione tra istituzioni e operatori, per tentare vie nuove e diverse. Ad esempio, i soldi necessari al mantenimento e alla custodia di un tossicodipendente in carcere potrebbero essere usati più proficuamente destinandoli a strutture e servizi assistenziali, siano essi pubblici o privati, che abbiano possibilità di successo nel recupero di queste persone».

Altro capitolo tragico della sanità penitenziaria riguarda i detenuti sieropositivi e malati di Aids. Le persone risultate positive al test dell’Hiv, al 31 dicembre 1999, erano 1.638, pari al 3,17% del totale. Il dato, peraltro molto preoccupante, non è che indicativo, in quanto si riferisce solo al 34,48% del totale della popolazione carceraria, cioè a quelli che si sono sottoposti al test al momento dell’ingresso in carcere.

Ma il carcere non ospita solo i sieropositivi: nei penitenziari italiani risultano 163 malati di Aids conclamato. Ha suscitato scandalo il caso dei 32 detenuti reclusi nel centro clinico del carcere di Marassi, a Genova, che, al momento di una visita parlamentare avvenuta nel novembre del 1999, apparivano privi di protesi dentarie, alimentati con latte e biscotti, in ambienti infestati dagli scarafaggi. «Per queste persone la pena detentiva equivale a una pena di morte» commenta Francesco Ceraudo: «Le norme attualmente in vigore sono ossessivamente restrittive. Occorre una revisione che sancisca finalmente l’incompatibilità tra regime carcerario e alcune malattie particolarmente gravi, in particolare l’Aids e la tubercolosi».

Siamo agli inizi dell’estate. Il caldo e il sovraffollamento rappresentano una miscela esplosiva per alcune malattie. Conclude Ceraudo: «Speriamo che un provvedimento di clemenza giunga presto».

 

Carcere e crisi umanitaria, largo a Comuni e Regioni


Stefano Anastasia scrive sulla situazione carceraria per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 22 settembre 2010.
Fonte: Il Manifesto, di Stefano Anastasia 22/09/2010


“Passata la festa, gabbato lu Santu”. Il ferragosto si allontana e la sensazione che il precetto evangelico sia stato seguito ritualmente sembra ogni giorno più forte: dal carcere continuano ad arrivare notizie di morti e disperazione e non abbiamo notizie di un sussulto di iniziativa da parte delle centinaia di parlamentari che sono andati a visitare i carcerati. In Senato pende il disegno di legge per la detenzione domiciliare a fine pena, mentre la Camera discute delle alternative al carcere per le detenute madri: progetti pure condivisibili nell’ispirazione, ma nulla che possa raddrizzare quel piano inclinato che da due anni sta facendo scivolare il sistema penitenziario italiano verso la catastrofe umanitaria. Balliamo sul Titanic e magari qualcuno al Ministero della giustizia starà pensando che una bella crisi di Governo potrà alleggerirlo dalle proprie responsabilità per azioni e omissioni di atti d’ufficio.

Hanno ragione, quindi, Franco Corleone (il manifesto/fuoriluogo, 25.8.2010) e Mauro Palma (il manifesto/fuoriluogo, 15.9.2010) a richiamarci a uno sforzo di elaborazione ulteriore, a partire dall’Ordinamento penitenziario, dal Regolamento del 2000 e da una revisione critica delle “grandi riforme” del sistema, come quella che smilitarizzò gli agenti di custodia e ne fece il nuovo Corpo di polizia penitenziaria. Parto proprio da qui per farne un’altra, di proposta.
Non si può disconoscere che di strada ne è stata fatta: chi ricordi i vecchi “secondini” ante-riforma non può non apprezzare la qualità professionale della gran parte dei nuovi “poliziotti penitenziari”. Ma i problemi del Corpo di polizia penitenziaria restano e sono i problemi del sistema penitenziario. In deroga al blocco delle assunzioni nel settore pubblico, negli ultimi vent’anni l’Amministrazione penitenziaria ha assunto prevalentemente agenti di polizia, affidando loro le mansioni più disparate, in nome del “trattamento penitenziario” e del fatto che anche loro dovessero parteciparvi.

Da qui una tendenza bulimica del Corpo (come quella del sistema penitenziario nei confronti dei detenuti) e lo slabbrarsi della qualificazione professionale dei poliziotti, che in carcere sono agenti della sicurezza, del trattamento, della disciplina, dell’amministrazione, della contabilità, delle relazioni con il pubblico, ecc. ecc.., e comunque mai sufficienti alla bisogna.
Sarà anche stato un cattivo sindacalismo a portarci fin qui, ma forse una spiegazione va cercata nella stessa ispirazione del nostro sistema penale e penitenziario. Nonostante le diverse tendenze di molti Paesi comparabili al nostro, il sistema penitenziario italiano resta un sistema “carcero-centrico”, nel quale le altre possibilità sanzionatorie (e le professionalità non custodiali) restano delle “alternative”, solo eventuali. Tanto più eventuali quanto più la loro stessa attuabilità sia ormai estranea alle competenze delle amministrazioni dello Stato. Non bisogna dimenticare, infatti, che la riforma costituzionale del 2001 ha affidato alle Regioni e agli enti locali, oltre che le competenze sanitarie, quelle sull’organizzazione dell’offerta di istruzione, sulla formazione professionale, sulle politiche attive del lavoro, sulle politiche sociali.

Di tutto ciò che ha a che fare con il reinserimento sociale dei detenuti e con la possibilità che i condannati scontino la loro pena all’esterno del carcere l’Amministrazione statale non sa più nulla, e meno che mai ne sa quel suo piccolo pezzo da cui dipende la gestione delle carceri.
 In questa prospettiva, per potenziare le alternative al carcere, per emanciparle dalla loro condizione di minorità, non avrebbe più senso riconoscere che il sistema penitenziario è il frutto del concorso di più livelli e di più competenze tra Stato ed enti territoriali, e quindi riconoscere i confini oltre i quali l’amministrazione della giustizia non può andare e lasciare operare più efficacemente Regioni ed Enti locali? Perché gli Uffici dell’esecuzione penale esterna, con i loro assistenti sociali impegnati tra carcere e territorio, non possono passare direttamente alle dipendenze delle Regioni e degli Enti locali? Non ne sarebbe facilitata la presa in carico dei condannati sul territorio e, magari, le alternative al carcere?

 

La storia del lavoro in carcere


Il lavoro penitenziario nasce storicamente in funzione strettamente punitiva. Sia il codice penale del 1889, sia il regolamento penitenziario del 1931, consideravano, in effetti, il lavoro un elemento della pena, vale a dire una mera modalità di esecuzione della stessa. L’articolo 1 del regolamento penitenziario del 1931 prevedeva, infatti: “In ogni stabilimento carcerario le pene si scontano con l’obbligo del lavoro”.
Secondo l’approccio tradizionale, il lavoro è parte integrante della pena e, traendo origine da un obbligo legale, non può configurarsi quale rapporto di lavoro subordinato. Non gli è pertanto applicabile la legislazione dettata per quest’ultimo, poiché l’assenza di natura contrattuale è tale da giustificare un trattamento diverso (e peggiorativo) del detenuto lavoratore. Parallelamente, il lavoro penitenziario è considerato un valido antidoto all’ozio. Si afferma, infatti, che, tra le finalità attribuite alla pena, il lavoro ha un valore intrinsecamente educativo poiché “fa perdere ogni abitudine di pigrizia, così facile a radicarsi in carcere, sostituendo all’inerzia il movimento, e dona all’individuo, se non il gusto, per lo meno la nozione della regolarità e dell’ordine”.
Soprattutto a partire dagli anni ‘70, si manifestarono, tuttavia, nuove istanze, nate anche a seguito delle agitazioni carcerarie di quel periodo, che non investirono solo il tema del lavoro, ma quello più generale della pena, rendendo indispensabile la valorizzazione della sua prospettiva rieducativa secondo le finalità assegnatele dalla Costituzione.
In tale contesto, appare di particolare importanza anche una diversa regolamentazione del lavoro penitenziario in senso non più afflittivo. Con l’emanazione della riforma dell’ordinamento penitenziario si stabilisce, infatti, che il lavoro è una componente fondamentale del trattamento dei condannati e degli internati; non ha carattere afflittivo; è remunerato e deve riflettere, nelle modalità e nelle forme di esecuzione, il lavoro libero.
Sembrerebbe così definitivamente superata la concezione afflittivo-espiativa del lavoro accolta in precedenza. Tuttavia, pur alla luce dei principi enunciati, solo attraverso l’esame della disciplina prevista per i singoli istituti è possibile valutare se la riforma dell’ordinamento penitenziario attuata nel 1975 resti ancorata agli schemi tradizionali, se vi siano contraddizioni tra istanze riformatrici e conservatrici o se, e in che misura, queste ultime abbiano compromesso la volontà di cambiare, indubbiamente presente nel nuovo ordinamento penitenziario.
L’organizzazione del lavoro penitenziario
Le lavorazioni penitenziarie possono svolgersi sia all’interno sia all’esterno dell’istituto, presso imprese agricole o industriali, pubbliche o private. E’ poi prevista l’ipotesi del lavoro nel regime di semilibertà il quale, tuttavia, per le caratteristiche di tale regime non sembra assimilabile al lavoro penitenziario.
Con riguardo alla costituzione del rapporto, va anzitutto rilevato che per i condannati e i sottoposti alle misure di sicurezza della casa di lavoro e della colonia agricola il lavoro è considerato “obbligatorio”. I condannati e gli internati sono titolari di un’aspettativa ed un lavoro adeguato alle loro attitudini ed ai loro desideri, che tenga altresì conto delle attività svolte in precedenza e da svolgere dopo la dimissione. Tuttavia in mancanza di un lavoro rispondente a tali criteri, “sono tenuti a svolgere un’altra attività lavorativa tra quelle organizzate nell’istituto”. Ancora, il volontario inadempimento di obblighi lavorativi è punito con l’applicazione di sanzioni disciplinari. E, infine, il mancato svolgimento della prestazione lavorativa ha importanti riflessi sulla condizione del condannato o dell’internato, perché il “costante impegno nel lavoro” concretizza la regolare condotta che conduce alla remissione del debito; ai detenuti ed agli internati che si sono distinti per “particolare impegno nello svolgimento del lavoro” sono concesse ricompense; l’attività lavorativa è uno degli elementi determinanti per ammettere il condannato e internato al regime di semilibertà.
Sotto altro profilo, la prestazione del lavoro sembra essere considerata alla stregua di un premio dal quale si può essere esclusi, sia all’atto dell’assegnazione al lavoro che nel corso del rapporto, sulla base di un giudizio, dato dall’amministrazione penitenziaria, sul comportamento del detenuto o internato. L’affermazione dell’obbligatorietà del lavoro non è invece correlata al riconoscimento, in connessione con l’articolo 4 della Costituzione, del diritto al lavoro. Infatti, alla formula contenuta nel disegno di legge originario, del 1972, secondo la quale, ai fini del trattamento rieducativo, è assicurato il lavoro al condannato e all’internato, è stato aggiunto l’inciso “salvo casi di impossibilità”.
Sulla stessa linea, si è poi affermato che la destinazione del lavoro, dei detenuti e degli internati, negli istituti penitenziari deve essere (solo) favorita in ogni modo.
Si tratta dunque di direttive di principio, realizzabili nei limiti delle possibilità, che escludono un diritto al lavoro del detenuto e lasciano ampio margine e valutazione discrezionale da parte dell’amministrazione penitenziaria. E ciò vale anche per il lavoro autonomo al quale i detenuti e gli internati, che abbiano attitudini artigianali, culturali e artistiche, possono essere autorizzati dal direttore dell’istituto.
Il sistema così delineato, nel quale l’attività lavorativa è alternativamente considerata obbligo e premio, non sembra troppo lontano dalla concezione del lavoro come modalità espiativa della pena, tanto che l’affermazione che il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo finisce con l’apparire più una dichiarazione di principio che una norma di pur limitato valore precettivo.
Tali previsioni di quadro generale in tema di lavoro dei detenuti o degli internati hanno poi trovato più puntuale definizione. La norma disciplina, in particolare, le modalità per promuovere l’offerta di lavoro dei detenuti e degli internati, il regime per usufruire dell’indennità di disoccupazione ordinaria o speciale e il trattamento da applicare al lavoro a domicilio svolto all’interno dell’istituto penitenziario.
Equiparazione del lavoro penitenziario con il lavoro libero
Secondo l’orientamento prevalente, il lavoro carcerario non può ricondursi allo schema del comune rapporto di lavoro poiché trae origine non da un contratto, ma da un obbligo legale. Tuttavia, da tale impostazione non sembra conseguire una diversità tra rapporto di lavoro carcerario e rapporto di lavoro comune. Soprattutto non sembra, che la derivazione dall’obbligo legale sia tale da escludere, almeno in linea di massima, l’applicabilità della legislazione protettiva del lavoro.
In effetti, l’ordinamento penitenziario, dopo avere affermato che il lavoro degli internati e dei condannati deve riflettere nelle modalità e nelle forme di esecuzione di lavoro libero, realizza talune rilevanti equiparazioni. In particolare, esso estende al lavoratore detenuto la legislazione vigente in materia di durata massima dell’orario giornaliero e garantisce il riposo festivo, la tutela assicurativa e previdenziale, gli assegni familiari.
La legge tace, invece, sull’indennità di anzianità e sulle ferie retribuite che avrebbero ben potuto essere previste: l’una in quanto retribuzione differita; le altre in quanto finalizzate, come i limiti all’orario di lavoro ed il riposo festivo, alla reintegrazione psicofisica del lavoratore.
Ai detenuti e agli internati ammessi al lavoro presso imprese esterne sono riconosciuti i medesimi diritti spettanti ai lavoratori liberi, con i limiti derivanti dagli obblighi relativi alla misura privativa di libertà. Si registra, pertanto, una disparità di trattamento tra i lavoratori avviati presso aziende esterne pubbliche o private e quelli che lavorano nello stabilimento carcerario. La stessa disposizione è prevista per i lavoratori in regime di semilibertà.
In sintonia con l’esigenza di rimuovere ingiustificate disparità di trattamento tra lavoratori liberi e detenuti, la legge di Riforma ha vietato l’appalto di manodopera da parte dell’amministrazione ad imprese private, che concretizzava una sostanziale intermediazione nel lavoro, espressamente vietata dalla legge 23 ottobre 1960, n° 1369.
Di riflesso, cessa di avere efficacia il D.M. 10 marzo 1926 che contemplava il capitolato d’oneri per la concessione di manodopera dei detenuti da adibirsi a lavorazioni carcerarie.
È stato, invece, introdotto l’obbligo, per le direzioni degli istituti, di organizzare e gestire direttamente il lavoro all’interno o all’esterno degli istituti stessi sulla base delle direttive impartite dall’amministrazione penitenziaria. Questo compito può essere svolto anche in collaborazione con imprese pubbliche che possono fornire personale tecnico, attrezzature e materie prime. Con ciò non si ricade nell’ipotesi di intermediazione poiché di queste prestazioni l’amministrazione “tiene conto al fine di determinare le incidenze sui costi e il conseguente prezzo dei prodotti”, a conferma che l’organizzazione e il rischio del lavoro fanno capo all’amministrazione medesima.
A questa è anche assegnato un ruolo di intermediatrice nel collocamento della manodopera, con gli uffici pubblici locali del lavoro, per la diretta assunzione di lavoratori detenuti da parte di datori di lavoro pubblici o privati. Anche in questo caso l’amministrazione non opera in veste di datrice di lavoro simulata, poiché il rapporto sorge direttamente ed esclusivamente tra gli imprenditori e il detenuto.
La remunerazione
Anche se la legge assimila il lavoro penitenziario a quello libero, lo stesso non è avvenuto per altri settori.
In materia retributiva, l’ordinamento penitenziario stabilisce che il lavoro penitenziario è remunerato. Non si afferma dunque che il lavoratore ha "diritto" ad una retribuzione in proporzione alla quantità e qualità del suo lavoro, ma si riproduce l’art. 145 c.p., secondo il quale “ai condannati è corrisposta una remunerazione per il lavoro prestato”, che a sua volta riecheggia la “gratificazione” prevista dal soppresso regolamento carcerario del 1891.
Che non si tratti di retribuzione vera e propria, ma piuttosto di un “compenso”, cioè di un’attribuzione patrimoniale non coordinata alla prestazione di lavoro, è confermato dall’ammontare per essa previsto.
L’equiparazione tra lavoro carcerario e lavoro libero avrebbe comportato per le prestazioni lavorative nelle carceri una retribuzione che rispettasse i minimi salariali previsti dai contratti collettivi applicati alle corrispondenti categorie di lavoratori liberi. Al contrario, l’art. 22, 1° comma, Ord. Penit., dispone che “le mercedi per ciascuna categoria di lavoratori in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, all’organizzazione e al tipo di lavoro del detenuto sono equamente stabilite in misura non inferiore ai due terzi delle tariffe sindacali...”. Anche se a seguito di questa disposizione è possibile che si venga ad un’equiparazione retributiva, resta il fatto che la retribuzione del lavoratore libero che presti la medesima attività è, quasi sempre, superiore. E tale differenza è sottoposta ad ulteriori deterioramenti: la retribuzione è soggetta a un complesso di trattenute e prelievi: spese di mantenimento, risarcimento del danno alle vittime del reato, rimborso delle spese del procedimento ed eventuale risarcimento per danno “arrecato alle cose mobili dell’amministrazione”.
Si calcola che, dopo l’emanazione della circolare ministeriale 9 marzo 1976, n° 2294/4748, che ha stabilito parametri per la determinazione delle mercedi, la somma percepita dal lavoratore sia pari al 40 % delle retribuzioni esterne. Come si vede, quindi, si è assai lontani dalla giusta retribuzione garantita dall’Art. 36 della Costituzione, in rapporto al quale le norme richiamate sollevano alcuni dubbi di legittimità costituzionale.
In giurisprudenza è stata più volte sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 36 Costit., una questione di legittimità costituzionale dell’Art. 22 della legge n° 354/1975, nella parte in cui consente che le retribuzioni dei detenuti lavoratori siano stabilite in misura inferiore fino ad un terzo rispetto a quelle dei lavoratori liberi. La Corte Costituzionale, con sentenza 13 dicembre 1998, n° 1087, ha ritenuto la questione non fondata.
Il ruolo delle organizzazione sindacali
Un altro tema pressoché completamente trascurato dalla legge di riforma attiene al ruolo delle organizzazioni sindacali in carcere. L’unico riferimento si rinviene nell’Art. 22 Ord. Penit. secondo cui le mercedi dei detenuti lavoratori sono determinate da una commissione composta, tra gli altri, da un delegato per ognuna delle organizzazioni sindacali più rappresentative sul piano nazionale.
Si potrebbe affermare che oltre all’art. 39, 1°comma della Costituzione sia applicabile nelle carceri l’art. 14 della legge 20 maggio 1970, n° 300 che garantisce a tutti i lavoratori, nei luoghi di lavoro, il diritto di costituire associazioni professionali, di aderirvi e di svolgere attività sindacali.
Tuttavia, resta il fatto che la legge tace sul punto e non riconosce neppure il diritto di sciopero. L’esercizio dell’attività sindacale, è vero, può apparire in contrasto con le esigenze di sicurezza dello stabilimento carcerario; la legge avrebbe comunque potuto superare tale ostacolo ponendo limiti all’esercizio dello sciopero, ovvero mediante una legislazione promozionale o di sostegno di talune organizzazioni sindacali sul modello dello Statuto dei lavoratori.

Conclusioni
La riforma del 1975, quindi, non realizza una totale equiparazione normativa del lavoro penitenziario al lavoro libero, nonostante l’affermazione, senza dubbio innovatrice, che l’uno deve riflettere l’altro quanto all’organizzazione e ai metodi.
A prescindere dalle carenze che si sono evidenziate, bisogna riconoscere che sotto taluni aspetti la riforma ha introdotto un sistema di norme che rappresentano un passo avanti di considerevole importanza anche se caratterizzate da scarsa rispondenza alla realtà carceraria. Tale sistema, tuttavia, non esaurisce l’esigenza di pervenire ad una riforma globale che si basi sulla filosofia costituzionale della pena.

 

Liberare la pena

Comunità cristiana e mondo del carcere. Percorsi pastorali
Collana editoriale Caritas-Edb (Edizioni Dehoniane Bologna)
Maggio 2004
Pagine: 96
Prezzo: euro 2,50

  
Carcere, convivenza e solidarietà, prima e dopo, dentro, fuori e oltre le sbarre. Sono questi i luoghi esistenziali, spaziali e temporali che interpellano le istituzioni e sollecitano le comunità e il volontariato a promuovere, in un’ottica pastorale e di condivisione, percorsi di prevenzione, riscatto sociale e "liberazione della pena".

"Liberare la pena" nasce dall'esperienza di molte Caritas diocesane coinvolte su questo fronte in quanto espressioni di Chiese locali. Sempre più frequentemente esse sono infatti chiamate a svolgere un'importante azione di animazione, coinvolgimento e sostegno, all'interno e all'esterno del carcere, attraverso una presenza discreta fatta di volontariato, stretta collaborazione con i centri di ascolto e con le istituzioni territoriali, promozione di momenti di sensibilizzazione e di informazione.
Una sorta di ponte fra la struttura penitenziaria e il territorio, soprattutto all’interno di percorsi alternativi alla detenzione.

 

Emergenza carcere, il volontariato si mobilita: sit-in a Montecitorio


Giornata di mobilitazione indetta per il prossimo 24 settembre, promossa dalla Consulta penitenziaria del comune di Roma.
Già raccolte le adesioni di circa 50 realtà del privato sociale

ROMA - Sono oltre cinquanta le organizzazione del volontariato e del terzo settore, nonché i garanti regionali, che hanno già aderito alla giornata di mobilitazione indetta per il 24 settembre prossimo da alcune tra le realtà più impegnate nella difesa dei diritti dei detenuti per richiamare l'attenzione sull'emergenza carcere. A promuovere il sit in che andrà in scena a Montecitorio dalle ore 9.00 alle ore 14.00 del 24 settembre è stata, infatti, la Consulta Penitenziaria del Comune di Roma insieme alla Conferenza nazionale volontariato e giustizia, il Seac, Ristretti Orizzonti, l'Arci, il Cnca, il Gruppo Abele, la Uisp, Forum droghe, il Consorzio Open, la Fondazione Villa Maraini, la Lila, il Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti e degli internati e Legacoopsociali nazionale. Alla manifestazione hanno già aderito numerose associazioni di volontariato e cooperative sociali e altre adesioni si attendono per i prossimi giorni.
La richiesta di un intervento immediato parte dalla constatazione - scrivono gli organizzatori della manifestazione - che i recenti appelli del volontariato e del terzo settore, le mobilitazioni della polizia penitenziaria e gli scioperi della fame dei detenuti sono caduti nel vuoto e che "nessun provvedimento realmente utile a far fronte al sovraffollamento" è stato assunto "né da parte del governo né del ministro della Giustizia". Molti i problemi (non affrontati) che - a giudizio delle organizzazioni promotrici della manifestazione - hanno condotto all'implosione del sistema e sui quali "occorre intervenire immediatamente". Tra le questioni evidenziate, oltre al sovraffollamento e al dramma dei suicidi in carcere, i tagli alle spese, l'incompatibilità con il carcere da parte di detenuti tossicodipendenti e affetti da patologie psicofisiche, il "costosissimo e inutile" Piano straordinario per l'edilizia penitenziaria, la gestione "poco trasparente" dei fondi della Cassa ammende e i tagli ai trasferimenti sulla spesa sociale degli enti locali "che rendono impossibile il reinserimento sociale e lavorativo delle persone che escono dal carcere".
Per sostenere la manifestazione di protesta, oltre al sit in dinanzi a Montecitorio, la Consulta penitenziaria del Comune di Roma e le altre organizzazioni promotrici hanno deciso di effettuare diverse iniziative all'interno e all'esterno delle carceri, tra cui scioperi bianchi e un'Assemblea del volontariato che si terrà sempre il 24 settembre presso la sede della provincia di Roma. L'obiettivo del sit in e delle altre iniziative - scrivono i promotori - è quello di chiedere alle forze politiche di riavviare l'iter parlamentare per "apportare soluzioni al sovraffollamento rapide e condivise con chi in carcere lavora o opera a titolo di volontariato" e, soprattutto, di risolvere i problemi del sovraffollamento "attraverso la scarcerazione e l'inserimento in circuiti alternativi di detenuti in attesa di giudizio, tossicodipendenti, migranti, malati di Aids, madri con figli fino a tre anni, malati psichiatrici e detenuti affetti di gravi patologie.

 
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