Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

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Dai fallimenti una spinta per ripensare il carcere

Mauro Palma scrive sulla situazione carceraria per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 settembre 2010.
Fonte: Il Manifesto, di Mauro Palma 15/09/2010
Qualche ventosa giornata ricorda a tutti l’arrivo dell’autunno e, ai consueti problemi della ripresa, si aggiunge l’affanno di un’estate in cui lo scontro politico istituzionale ha avuto la meglio su quello politico sociale. Scenari multipli sono stati proposti per gli equilibri dell’assetto dei partiti e delle loro alleanze, ma nessuno scenario è stato proposto per altri problemi; in primis, per quello di una società che non è in grado di misurarsi con le proprie contraddizioni. E misurarsi non è darne una mera descrizione, bensì  ipotizzare modalità concrete per ridurre la loro drammatica incidenza nelle condizioni di vita dei soggetti e nelle culture in cui esse si collocano.
Così, l’enfasi descrittiva di un’estate in cui anche i disattenti si sono resi conto delle condizioni di vita di chi è in carcere e dell’impossibilità delle pene che là si scontano di rispondere al senso di umanità e al dettato costituzionale, rischia di lasciare il campo a stanche e rituali ripetizioni: stesse analisi, stessi dibattiti, stesse inefficaci proposte.
Proprio su queste pagine però si è manifestata, nel mese scorso, la volontà di aprire una riflessione diversa su questi temi – da ultimo lo ha fatto . Partendo da alcuni fallimenti, inclusi quelli che riguardano provvedimenti su cui molto si era puntato negli anni passati: la riforma della polizia penitenziaria, il nuovo regolamento, la definizione delle professionalità operanti in carcere. Aspetti, questi, che, integrandosi, determinano nel concreto la vita detentiva. Può, quindi, essere utile aprire una discussione su di essi.
Il primo, il carcere in Italia difetta anche plasticamente e architettonicamente di spazi che diano senso a una pena volta al reinserimento: questo anche nelle situazioni non sovraffollate (qualora ce ne fossero). Perché è centrato su due modelli: quello panottico delle vecchie costruzioni e quello lineare adottato dagli anni settanta. Entrambi interpretano una visione occhiuta e deresponsabilizzante del tempo detentivo e, quindi, dello spazio dove esso scorre: luogo dove sostanzialmente controllare e custodire soggetti “infantilizzati”  a cui si chiede solo di aderire a una routine quotidiana, distante dalla complessità della scena esterna; luogo dove si ritrovano mescolate persone che attendono gli esiti dell’indagine, persone che avrebbero più bisogno di tutela sociale che non di punizione, persone che hanno commesso gravi reati. Già la distinzione tra indagati e condannati stenta a essere praticata e tutti sono insieme, fruitori della stessa attesa inerte. 
Il secondo riguarda l’identità professionale di chi in carcere lavora. Non credo si possano giudicare positivamente gli esiti della ormai ventennale smilitarizzazione del corpo degli agenti di polizia penitenziaria senza interrogarsi se nei fatti si siano dati solo nomi diversi a situazioni pre-esistenti e se l’attuale fisionomia non finisca in fondo per deprimere proprio la connotazione professionale. Bandiere, scudetti e cerimonie del “corpo” non sostituiscono di certo l’identità che chi lavora in questo settore richiede. Che si costruisce invece con formazione, numeri non esorbitanti, distinzione di funzioni e riduzione di quelle strettamente di controllo a un più ristretto sottoinsieme.  Colpisce vedere, in alcune esperienze ben funzionanti fuori Italia, i numeri molto più contenuti degli addetti alla sicurezza e un ben più ampio settore di coloro che svolgono funzioni di tipo diverso.
Il terzo aspetto riguarda l’esterno del carcere, cioè le misure alternative che oggi sembrano disegnate sulla logica dell’interno, seppure senza sbarre. Il territorio resta muto supporto e non attore. Anche qui intervengono gli spazi: perché non recuperare il patrimonio territoriale, spesso non utilizzato, per un progetto di esperienza abitativa esterna, controllata, ma non piegata al ritorno a sera tra le mura e alle sue logiche? E riguarda anche il personale: la funzione di assistenza  sociale di giustizia deve continuare a rimanere diversa da quella sociale tout court o non integrarsi con essa, fino a un completo mescolamento?
Aspetti su cui vale la pena discutere se la promessa estiva del voltare pagina la vogliamo declinare oltre che sull’emergenza , che ovviamente richiede risposte urgenti, anche su un più generale ripensamento.

 

Mafia: Libera, nel foggiano vendemmia sui terreni confiscati
09.09.2010 | Ansa


Bari - Comincia domani a Cerignola la prima vendemmia su terreni confiscati alla mafia: operai italiani ed immigrati, regolarmente assunti, lavoreranno insieme per raccogliere uva da tavola in un vigneto di quattro ettari circa. Il giorno successivo, nel vigneto confiscato, in località Scarafone, l'uva verrà distribuita, con il sostegno di Cgil, Cisl e Uil, negli alberghi diffusi di Cerignola e Foggia, in cui vivono gli immigrati, numerosi dei quali impegnati nei campi nella raccolta del pomodoro e sfruttati dalle mafie e dal caporalato.
L'iniziativa è inserita nell'ambito del progetto, realizzato dall'associazione Libera, intitolato "Grappolo dei diritti: Lavoro, legalità, libertà" e patrocinato dall'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati ad organizzazioni criminali.
L'Amministrazione comunale di Cerignola ha affidato a Libera - in collaborazione con la Confederazione italiana agricoltori, la cooperativa Terre di Puglia Libera terra e la cooperativa Pietra di Scarto di Cerignola, la raccolta dell'uva sui terreni confiscati alla mafia. Si tratta dell'ultima tappa in ordine di tempo del percorso di collaborazione tra il Comune foggiano e Libera. "Questa speciale vendemmia costituisce un segnale di speranza per la nostra comunità, che non cederà alla pressione della criminalità - afferma il sindaco, Antonio Giannatempo - siamo intenzionati a proseguire questa lotta e a offrire il nostro totale sostegno ai cittadini stranieri che arrivano dalle nostre parti per lavorare ma che sono schiavizzati dai caporali". Nel pomeriggio di sabato una delegazione del Comune, di Libera, della Cia e dei sindacati raggiungerà Castelvolturno, nel casertano, per portare l'uva agli immigrati ospiti del Centro Fernandes della Diocesi di Capua.

 

CARCERI: DURISSIMA ANALISI DEL GOVERNATORE PUGLIESE NICHI VENDOLA

Dura analisi del Governatore pugliese nel suo intervento nel convegno “ Dal recupero sociale alla imprenditoria giovanile” organizzato dal Dipartimento Giustizia minorile per la Puglia..
“ Siamo in una polveriera, perché si è affidato al codice penale il compito di orientarsi nell’ingorgo della complessità, di inseguire la realtà. I reati per i colletti bianchi  sono stati depenalizzati, quelli "normali" sono sovrapenalizzati. Non esiste più un circuito penitenziario, ma esistono solo volgari galere.  Le carceri si sono ridotte a volgari discariche sociali, depositi di tutti i fantasmi sociali “
(La Repubblica, 17 settembre 2010)

 

In ospedali psichiatrici giudiziari detenuti legati a letti


E' la denuncia del senatore Marino (Pd)
(di Melania Di Giacomo)
ROMA - La descrizione evoca immagini datate almeno due secoli fa, quando non si aveva cognizione dei principi base della psichiatria e della riabilitazione della pena e ''i pazzi'' erano tenuti reclusi nei manicomi criminali. Internati seminudi legati per i polsi e le caviglie ai letti, celle per nove e lenzuola ingiallite e impregnate: ''scene ottocentesche'' ha riassunto Ignazio Marino, che presiede la Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario che sta conducendo ispezione nei sei ospedali psichiatrici giudiziari. ''La situazione peggiore nell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) ispezionati l'11 giugno scorso'', ha denunciato Marino. Una condizione che il direttore della strutture, Nunziante Rosania, ha spiegato alla Commissione come un mix di carenza di fondi e ritardi della politica: ''in sette anni il budget e' stato piu' che dimezzato e l'istituto e' rimasto in mezzo al guado, in attesa del passaggio della sanita' penitenziaria dal ministero delle Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale''. Nell'istituto siciliano celle luride e affollate al di la' della soglia di tollerabilita', internati seminudi sotto l'evidente effetto di forti dosi di psicofarmaci, penuria di agenti della polizia penitenziaria e pressoché assenza di medici e psicologi, contenzioni operate - come emerge anche dai referti della struttura, agli atti dell'inchiesta - per un periodo di tempo che va da quattro ai cinque giorni e motivate da una semplice dichiarazione di necessita'. Quando la delegazione di parlamentari ha ispezionato la struttura almeno un detenuto era legato al letto, ''scarsamente sedato, perche' in grado di rispondere, coperto da un lenzuolo ma completamente nudo, con polsi e caviglie strettamente legati agli assi metallici del letto'', ha spiegato durante una riunione della Commissione il senatore Michele Saccomanno, che ha compiuto l'ispezione assieme ai Nas. E, particolare forse piu' raccapricciante, ''il letto era, oltre che arrugginito, predisposto con un foro centrale per feci e urina a caduta libera in una pozzetta posta in corrispondenza sul pavimento''. La Regione Sicilia si scagiona da ogni colpa: ''non ha ancora nessuna competenza nella gestione della medicina penitenziaria perche' e' in attesa delle decisioni della commissione paritetica Stato-Regioni''. E proprio da questa giustificazione muove la sua critica Livia Turco che considera ''gravissimo'' che il governo siciliano non abbia ancora provveduto a ''rendere concreto il diritto di cura per tutti, anche per chi ha gravi problemi o sta in carcere''. Ma quello della struttura messinese non e' l'unico caso. Nell'inchiesta condotta nei sei Opg italiani (Aversa, Napoli Sant'Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, Barcellona Pozzo di Gotto e Montelupo Fiorentino), nei quali 1.305 persone su un totale di 1.535 sono internate (ossia non scontano una pena per un reato ma sono recluse in ragione di una dichiarazione di pericolosita') e' stato riscontrato un altro caso limite con condizioni igieniche oltre il limite della decenza ad Aversa. Dove i detenuti per tenere in fresco l'acqua da bere le conservano nei water. Su questo istituto si era gia' puntata l'attenzione del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa. Ora si attendono le conclusioni dell'inchiesta parlamentare.

 

STRONCATO DA INFARTO IN CELLA
Nel carcere di Lecce: I sindacati: con un presidio sanitario si sarebbe salvato

Un’altra MORTE IN CARCERE: Questa volta non per suicidio, ma forse non è  una fatalità  che  il decesso sia avvenuto nel carcere di Lecce. Nel  penitenziario del capoluogo  salentino, già alla ribalta della cronaca per alcuni suicidi di detenuti ( 5 sui 7  verificatisi negli istituti penitenziari pugliesi ), un detenuto, 48 anni, è stato stroncato da un infarto. Per i sindacati, in Puglia le carceri sono ormai diventate  “ contenitori di carne umana “.
( da La Repubblica 19 settembre 2010 )

 

Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona

Autori: Stefano Anastasia - Franco Corleone
Pubblicato nel: Dicembre 2009
Pagine: 144
ISBN: 88-230-1383-4
Prezzo: 8.00€
La grande promessa della Costituzione repubblicana, dopo vent’anni di regime fascista e di abusi contro la libertà delle persone, era inscritta – per i carcerati – nella finalità rieducativa della pena e nella speranza dell’abolizione dell’ergastolo. Sessant’anni dopo, nonostante innumerevoli tentativi, l’ergastolo è ancora lì, e si moltiplica tra le pene da scontare nelle carceri italiane.
A partire dalle lezioni tenute da Aldo Moro nei suoi ultimi anni di vita, contro l’ergastolo e la pena di morte, gli autori si confrontano con la pena senza tempo, la sua sopravvivenza e la sua vitalità, per capire se e come se ne potrà fare a meno.
Testi di: Boccia, Calvi, Fortuna, Gonnella, Margara, Martinazzoli, Mosconi, Senese, Sofri.

 

APPELLO : LE CARCERI SCOPPIANO


POTENZIAMO LE MISURE ALTERNATIVE, LIBERIAMO I TOSSICODIPENDENTI!
Le carceri italiane hanno rotto il muro del silenzio. I detenuti ammassati nelle celle hanno protestato contro la loro condizione. Oggi quasi 65.000 uomini e donne sono reclusi oltre ogni limite di capienza, per cui anche il Ministro della giustizia lamenta la situazione delle galere come fuori dalla Costituzione.
Il sovraffollamento non avviene per caso, ma a causa di leggi che hanno un nome (la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, quella sull’immigrazione e la legge Cirielli sulla recidiva) e per reati di irrilevante offensività sociale, come quello recentemente reintrodotto di oltraggio a pubblico ufficiale.
Da sola la legge sulle droghe riempie per la metà le carceri italiane. Anche gli autori della legge più punitiva dell’Europa unita si sono affannati in questi anni a sostenere che le persone tossicodipendenti non devono stare in carcere; invece accade il contrario.
L’affidamento speciale previsto per i tossicodipendenti può essere concesso quando la pena detentiva inflitta o residua non sia superiore a sei anni.
Sono oggi almeno diecimila i detenuti che si trovano in questa situazione ossia che stanno in carcere ma potrebbero usufruire di questa misura alternativa sulla base di un programma da intraprendere in comunità o presso il servizio pubblico. Un detenuto affidato in comunità costa più o meno 18 mila euro annui (all’amministrazione penitenziaria costa il triplo). Con 180 milioni di euro a disposizione le regioni italiane potrebbero pagare le rette in comunità per diecimila detenuti tossicodipemdenti oggi inspiegabilmente in carcere. Con la stessa cifra si costruirebbero al massimo tre carceri che darebbero spazio a circa 600 detenuti nel 2019 (dieci anni è la media italiana di tempo per la costruzione di un nuovo istituto). Se usati invece per liberare i tossicodipendenti si darebbe l’avvio a un processo di vera decongestione del sistema penitenziario.
Chiediamo ai responsabili del Governo e delle Regioni di predisporre un piano immediato di risorse, a partire da quelle inutilmente congelate da troppi anni nella Cassa delle ammende, per garantire l’applicazione delle norme previste per l’affidamento speciale dei detenuti tossicodipendenti e ogni altra misura idonea a potenziare il circuito delle misure alternative alla detenzione.
Chiediamo una applicazione estesa delle misure alternative, dal lavoro esterno alla semilibertà, attraverso un piano di lavori socialmente utili, impegnando le persone nella tutela dell’ambiente, del verde pubblico, nell’agricoltura, nelle zone di montagna abbandonate.
La risposta non può essere affidata all’edilizia penitenziaria, alla costruzione di nuove carceri, alla faraonica pretesa di costruire per il 2012 quindicimila nuovi posti nelle carceri italiane, dissipando ingenti risorse economiche per un risultato che già oggi sarebbe insufficiente a ricondurre nella legalità le carceri italiane.
Pretendiamo piuttosto la ristrutturazione del patrimonio esistente per renderlo coerente con i principi definiti con chiarezza assoluta dalla Costituzione per definire il senso della pena e per garantire la risocializzazione, nel rispetto dei diritti previsti dalla Riforma penitenziaria del 1975 e dal regolamento del 2000, affinchè la pena sia scontata in condizioni di umanità e dignità come previsto dalle Convenzioni internazionali.
Questo non vuole essere un generico appello, ma il primo anello di una catena di azioni pubbliche e collettive per rivendicare l’urgenza di impegni concreti e credibili.
Il Governo, le Regioni e gli enti locali possono e devono costruire una manovra coordinata per predisporre un calendario operativo di dimissioni di tutti i detenuti che, a vario titolo, hanno diritto alle misure alternative coinvolgendo associazioni, volontariato, comunità disponibili al cambiamento possibile.
Promosso da:
Forum Droghe, Antigone, Gruppo Abele, Arci, La Società della Ragione, Ristretti Orizzonti, Comunità San Benedetto al Porto, Coordinamento nazionale dei Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale, Conferenza nazionale volontariato giustizia, Cnca nazionale, Seac (Coordinamento enti e associazioni volontariato penitenziario), Fondazione Basaglia, Cooperativa Cat (Firenze)

 
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