QUANDO UN PROVVEDIMENTO DELLA MAGISTRATURA DI SORVEGLIANZA DIVENTA UN MANIFESTO DI SCELTE DI POLITICA PENITENZIARIA

LE SCELTE DEL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI BARI

Questa associazione è, da sempre, impegnata  perché prevalga, sempre e comunque,  il principio che le decisioni della magistratura si rispettano.
Talora, però, il rigetto di un’istanza di un detenuto tende a connotarsi come un orientamento di carattere generale, che trascende il caso singolo. In questo caso non solo gli operatori del diritto ma anche, e soprattutto, la società civile non può rinunciare a riflettere su problematiche che investono il modo stesso di concepire i rapporti sociali.

  • Quando le condizioni penitenziarie vanno a connotarsi disumane e degradanti?
  • Cosa deve succedere ad un recluso, perché le sue condizioni di detenzione siano in contrasto col senso di umanità, presidiato alla Carta Costituzionale?
  • Il quoad vitam è qualcosa di autonomo dal quoad valetudinem? nel senso che frequentemente la prognosi infausta della permanenza in carcere non concerne un imminente epilogo mortale, ma le condizioni di vita carceraria, che incidono negativamente su capacità ed abilità della persona, progressivamente ed ineluttabilmente portano alla morte
  • Quando la pena, svuotata di ogni significato rieducativo, si trasforma in un mero omaggio alla intimidazione e alla deterrenza?
  • Quale significato assume l’ esecuzione della pena, quando si riduce ad una mera, passiva, inconsapevole permanenza in una cella, degradando  ad una detenzione-manifesto di monito ai consociati?
  • Quanto incide il titolo del reato  nelle vicende esecutive di un detenuto gravato da malattie gravissime?
  • I condannati per i reati, di cui 4 bis OP sono titolari di un diritto pieno ed incomprimibile alla salute o un articolo  di una legge ordinaria svuota l’art. 32 della Costituzione?

Ci riferiamo all’epilogo giudiziario di una vicenda umana, lineare nel suo svolgimento storico quanto desolante sul piano personale.  E in questo epilogo non si può non rilevare  non tanto la decisione sul un caso singolo, tra l’altro meritevole di attenzione al pari di qualsiasi vicenda umana che approda nelle aule di giustizia, quanto  l’orientamento del Tribunale di Sorveglianza di Bari ad assumere precise scelte di politica criminale e penitenziaria.
Il 10 aprile 2012 sul quotidiano La Repubblica  un articolo di cronaca si soffermava sul caso di un detenuto nella Casa Circondariale di Bari, di anni 76, ergastolano, in pessime condizioni di salute, semiparalizzato, affetto da crisi epilettiche, in condizioni di sporcizia, maleodorante, con  tumore alla prostrata ed altro.

L’articolo generava attenzione e poneva interrogativi: continua ad avere un senso la detenzione di un soggetto in simili condizioni?
In data 11 aprile 2012 un gruppo di parlamentari del partito democratico, prima firmataria l’on. Bernardini, , portava la questione all’attenzione delle aule parlamentari e del Governo.
Sulla vicenda torna ad esprimersi la magistratura di sorveglianza, in un procedimento, che comunque era stato già attivato in data 12.10.2011 quando fu formalizzata richiesta di differimento della pena nelle forme della detenzione domiciliare ai sensi dell’art. 47 ter comma 1 ter OP, corredata di consulenze mediche specialistiche psichiatriche e fisiatriche.
Nell’ordinanza di rigetto dell’istanza del 5.6.2012 Il Tribunale fornisce un prospetto  riepilogativo delle istanze e delle decisioni giudiziarie:

  • 11.10.2008 : rigetto
  • 22.10.09 : rigetto, con relazione peritale , che  aveva prospettato  la compatibilità delle condizioni di salute col regime carcerario, pur evidenziando la necessità di attività fisioterapica
  • 13.1.2011 : rigetto fondato sul classico doppio binario delle condizioni di salute e delle informazioni delle forze dell’ordine

A seguito della interrogazione parlamentare, il Tribunale di sorveglianza aveva avanzato richiesta al DAP di trasferimento del detenuto in centro clinico più attrezzato ( aspetto sul quale già il DAP si era espresso negativamente in precedenza, in assenza di altri CDT meglio attrezzati rispetto a quello di Bari)
A seguito dell’istanza il Tribunale conferiva, in data 5 marzo 2012,  rituale incarico peritale al direttore dell’unità di medicina legale dell’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti. In particolare il perito fu chiamato ad esprimersi sulla stato di incompatibilità delle condizioni del detenuto col regime carcerario.
Nella relazione peritale veniva evidenziato quanto segue:

  • L’autonomia del soggetto è gravemente compromessa (l’indice statistico oggettivo, il cd. indice di karnofsky, è pari a 30 : il soggetto è costretto a letto e richiede particolari cure ed assistenza);
  • Vi è la cogente necessità di sottoporre lo stesso a intensa terapia occupazionale e riabilitativa neuromotoria per più ore al giorno e per più giorni alla settimana;
  • Il centro clinico di Bari  non eroga le specifiche prestazioni fisioterapiche e non è in possesso di ausili presidiari in grado di gestirlo;
  • Vi è una incompatibilità c.d. relativa con il regime  penitenziario, quoad valetudinem, in quanto la struttura penitenziaria è inidonea ed incapace a fronteggiare la situazione clinica del soggetto;
  • L’attuale situazione deficitaria, quoad valetudimen, potrà peggiorare e comportare conseguenze dannose quoad vitam;
  • È consigliabile il trasferimento presso centri clinici specializzati ospedalieri o in altri luoghi di cura che siano in grado di fornire tutte le prestazione fisioterapiche necessarie ;
  • Sarà compito della struttura sanitaria, cui il soggetto verrà affidato ,esprimersi in merito ai risultati terapeutici e alla loro compatibilità con la detenzione.

Ora tutta l’operazione peritale è stata elusa dal Tribunale, che riportando una nota pronunzia della Cassazione del 1989 secondo la quale la difficoltà di organizzare una prestazione sanitaria in carcere non ne determina il carattere di impossibilità, ha  trascurato  la elaborazione giurisprudenziale degli ultimi 23 anni .
E’ stata, altresì, elusa anche la recentissima sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo( sentenza del 7 febbraio 2012 – Ricorso n. 2447/05  di un detenuto nell’Istituto penitenziario di Parma). Si tratta di una sentenza articolata su ben 86 punti, che riassume l’orientamento della giurisprudenza sopranazionale in tema di condizioni di salute, cure mediche erogabili in carcere e incompatibilità.
Di particolare interesse le osservazioni:
  Sub 66 : Le cure dispensate in ambiente carcerario devono essere appropriate. Ossia di un livello paragonabile a quelle che le autorità dello stato sono impegnate a fornire a tutta la popolazione.
  SUB 77 : quando le cure di cui un detenuto ha bisogno non possono essere prodigate in carcere il suo mantenimento nella struttura carceraria, nonostante il parere contrario dei medici, costituisce un trattamento inumano e integra la violazione dell’art. 3 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Un’ultima osservazione di rilevanza operativa.  Sinora nella prassi quotidiana il medico penitenziario  è orientato, in casi complessi, a chiedere all’A.G. di nominare un perito che possa eventualmente accertare le condizioni di incompatibilità.
Ma se l’A.G.  non accoglie le conclusioni dello stesso perito, cos’altro può fare un medico penitenziario?


PROSPETTIVA LEGALE
Il Presidente e il Consiglio Direttivo