ALESSANDRO VERRI PROTETTORE DEI CARCERATI

 

Supplica in difesa di Giovanni d’Auregard detenuto nelle carceri della Malastalla – Archivio Verri, cartella 481.2, cc. 119-122, due bifogli manoscritti autografi.

Altezza Serenissima

Già da più mesi Giovanni d’Auregard Brusellese, ed umilissimo servitore di V. A. S.ma ritrovasi nelle carceri della Mala Stalla di questa città di Milano, come debitore di Giuseppe Corti Locandiere per alimenti prestatigli nel tempo che fu da lui allogiato.

Il supplicante qui non intraprenderà di rispondere a quanto il Corti espose in suo memoriale abbassato a V. A. S.ma. Ivi si ritrovano imputazioni che denigrerebbero quell’onore, e quella fama a cui le azioni, e la nascita del supplicante danno diritto, se bastasse a ciò una semplice, ed appassionata accusa senza che se adducano prove convincenti.

Per ora adunque, quantunque gravi ad ogni onesta persona sieno quelle accuse, se ne tralascia la diffesa perchè non provate lasciano per lo [119v] meno in dubbio a chi più facciano torto, se a chi le fa, o a chi le soffre, e perdona.

Quello che forma il soggetto delle presenti umilissime suppliche del Detenuto sono le seguenti considerazioni che alla Al. V. S.ma si sottopongono.

Non è una pena quella che impone la legge ai Debitori che vengono carcerati se non pagano. Una pena suppone un delitto, e delitto non è l’esser povero. Ella adunque è la carcerazione de’ Debitori un mezzo legale per ottenere il suo debito ; e ciò od assicurandoli se sospetti di fuga, o costrignendoli se contumaci con tale molestia a far gli ultimi sforzi.

Nissuno di tai casi è quello del supplicante. Non è doloso il suo debito, ma è figlio della necessità ; non glielo fece contrarre la spensieratezza, ma la sfortuna ; non ricusa di pagarlo perchè non vuole, ma perchè non può.

Lungi dall’esser stato indolente il Detenuto [120r] per soddisfare il proprio debito tanto prima, quanto dopo la sua carcerazione non tralasciò d’interporre i mezzi più efficaci per sodisfare in uno alla propria onoratezza ed all’interesse del suo creditore. Il supplicante Figlio di Famiglia, forestiero, senza nessun soccorso, lontano dalla sua Patria, senza patrimonio alcuno è troppo palese essere da se un debitore affatto insolubile. Ricorse adunque egli a suo Padre, vale a dire a quel uomo solo che puoteva trarlo dalla miseria. Ma le replicate preghiere appoggiate anche dalla più rispettevole protezione ad altro non servirono che a provare esser il Padre inflessibile alle preci, ed alla miseria del figlio, e talmente inflessibile che è spenta ogni speranza di mutazione in lui. Il Documento B. potrà far prova di sì funesta verità. [120v]

Le cose essendo ridotte a tale stato V. A. S.ma si degni di considerare quanto inefficace, e tristo a un tempo sia il mezzo della carcerazione per ottennere un debito da chi ne lo può ne lo potrà mai pagare. La onde quello ch’è un rimedio che porge la legge ai creditori al solo fine di essere sodisfatti nel loro interesse, ora viene a risolversi in una mera attrocità, tanto più grave, quant’ella non è utile ad alcuno, e funestissima al supplicante nella fama, nell’onore, nella salute.

Egli è un principio conforme non che alla umanità, ancora alla più rigorosa giustizia, che non sia punito di perpetua carcere, pena eguale alla morte, un Debitore ; e molto più s’ei fa gli ultimi sforzi per pagare, e che per non altra ragione no’l possa, se non se perchè miserabilissimo.

Perciò ritrovasi che anche in via di pura Giurisprudenza privata, ed ordinaria il Senato [121r] di questa Città ne’ casi, ne’ quali riconobbe la insolubilità del Debitore, usò di concedergli la cessione de’ beni, ed il successivo rilascio, coll’obbligo di pagare venendo in migliore stato di fortuna. Così fecesi l’anno 1588 a favore di Paolo Castello debitore di Fabricio Casato, così l’istesso anno a favore di Marco Cercio, creditore di Domenico Vicedomini, stabilendosi di più dal Senato istesso per massima che in simili casi altrettanto praticare si dovesse, come attesta nelle pratiche questioni Giulio Cesare Ruginello al capo 39. num : 16.

Tali massime se sono conformi alla gius[ti]zia, sono ancora conformi all’interesse dello stesso Creditore. Le di lui pretensioni diventano sempre più inutili più che con le molestie di una lunga carcerazione mette il suo Debitore nell’ultima ruina. Al che aggiungesi [121v] la spesa degli alimenti che è un aggravio d’esso creditore, e che in puro aggravio si risolve quando non mai conseguir potrà il suo credito.

Un onesto impiego fuori delle carceri è quel unico mezzo che rimane per pagare. Questo si presenta al supplicante col venirgli aperto l’adito d’impiegarsi al servigio di S. M. nel militare. Se il Corti lo ricusa ei non conosce il proprio utile ; s’ei non è ancor persuaso che la carcerazione è inutile, ei non conosce una verità dimostrata ; s’ei la conosce eppure gli piace di prolongare a sue spese la misera vita ad un infelice senza nissuno suo utile V. A. S.ma si degni di considerare se ciò sia conforme alla umanità, ed alle leggi.

Adunque confidato nella benignità di V. A. S.ma il Detenuto si fa coraggio di umilmente supplicarla che si degni [122r] concedere la liberazione dalla Carcere, e la permissione di abbracciare la milizia, eccitando, se così le piaccia, il Senato a dire le sue occorenze e parere intorno a che in tale affare determini la giurisprudenza e la equità.